Un mese fa usciva l’album d’esordio dei Tropea, adesso in tour in giro per l’Italia: canzoni frutto dei primi sette anni di attività della band, finalista ad X Factor 2022

Quattro amici si danno appuntamento in un casolare sperduto nelle langhe, in un paesino di appena 99 anime. Quel casolare è stato trasformato nelle più profonde viscere, asportando ogni cosa che gli desse la parvenza di un’abitazione per far posto a strumenti e amplificatori. Quattro amici si danno appuntamento lì, come già è accaduto più volte nel corso di sei anni, e danno vita a una magia. Quei quattro amici sono Pietro Lupo Selvini, Lorenzo Pisoni, Domenico Finizio e Claudio Damiano, i Tropea, e la magia risponde al nome di “Serole“, il loro primo album.

Archiviata l’esperienza ad X Factor nel 2022 (giunsero quarti in una finale vinta poi dai Santi Francesi), per i Tropea è arrivato il momento di mettere un punto a questi primi sette anni di carriera in un disco. Un’operazione di riscoperta di brani registrati nelle prime battute d’esistenza della band, che arrivano oggi come un’immagine nitida di una splendida realtà tutta milanese.

Serole” è frutto di una lunghissima gestazione. Potremmo definirla una prima fotografia di ciò che i Tropea sono stati dai primissimi esordi fino ad oggi?

Pietro: L’hai detto, è esattamente questo. Un sunto di tutto quello che siamo stati a livello di sound, di linguaggi utilizzati. Ci sono pezzi che risalgono addirittura ai primi anni della nostra formazione, parliamo del 2016, mentre altri più recenti. È tutto il nostro ventaglio, tutti i nostri “strati”, che sono sempre stati numerosi.

I Tropea a X Factor 2022

Guardando alle tematiche trattate nel disco, trova spazio tutta l’incertezza dei giovani. Può dunque, a proprio modo, “Serole” essere considerato un manifesto generazionale?

Pietro: Non era nostra intenzione fare un manifesto generazionale. Sono sensazioni personali di ognuno di noi che, in qualche modo, sono spesso condivisibili perché siamo tutti esseri umani e capita che i disagi che proviamo non sono solo nostri.

Domenico: Se sia un manifesto generazionale lo facciamo dire agli altri. Noi abbiamo parlato del nostro sentire attraverso la nostra sensibilità e siamo molto felici di scoprire sempre più persone che si ritrovano in ciò di cui parliamo. Siamo felici di assistere alla nascita di una piccola “comunità” di persone che si sta raccogliendo intorno a queste canzoni. Non siamo mai stati autori che scrivono pensando a un pubblico da intrattenere o da “arruffianare”. Siamo abituati a scrivere di ciò che sentiamo.

La pandemia fa capolino in “Sick“, frutto di un momento di profonda crisi in tutto il mondo, della musica e non solo…

Piso: È così. I brani provengono da varie epoche dei Tropea, tra queste ci sono dei pezzi, come “Sick”, creati durante la pandemia, che forse ha rappresentato uno di quei checkpoint generazionali che ha attraversato la nostra generazione di artisti.

In “Tu credi che” c’è il featuring di Marco Castello, che è anche l’unica collaborazione nell’album. Lui però è in realtà una vecchia conoscenza della band, no?

Domenico: La collaborazione con Marco è frutto di una suggestione arrivata a brano già esistente. In una fase più avanzata della sua creazione gli abbiamo chiesto se gli andasse di scrivere una strofa di quel pezzo, perché sospettavamo potesse essere un valore aggiunto prezioso e soprattutto significativo per noi, se si pensa che oggigiorno si fanno tantissimi featuring. A noi non interessava “l’operazione”, non abbiamo detto “ora ci andiamo a prendere anche i suoi fan”, anche perché poi il bacino d’utenza è molto simile. È un discorso di vibes autentiche: Marco è stato membro di una band che nemmeno si chiamava ancora Tropea. Era davvero l’unico feat possibile per un disco così personale.

Musicalmente l’album è molto vario, penso ad “All my life“, brano evanescente e sofisticato, tra i più belli del disco. Considerato anche che è uno dei brani più “vecchi” dell’opera, che lavoro di “impastamento” del suono c’è stato?

Pietro: È uno di quei pezzi che abbiamo provato proprio con Marco Castello le prime volte, è rimasto poi nel cassetto ed è finito tra i brani che abbiamo fatto ascoltare a Claudio quando s’era proposto come nuovo batterista della band, e gli piacque molto. Per un motivo o per un altro è sempre rimasto in quel cassetto. Abbiamo voluto metterlo nel disco come un “ora o mai più”.

Domenico: Per questo album abbiamo voluto rivedere tutto ciò che avevamo da parte e cogliere i brani più “urgenti”, per non portarci più scheletri nell’armadio. Musicalmente parlando, la registrazione di batteria, insieme a qualche chitarra e qualche basso è stata fatta a Serole, in uno studio “casalingo” dove registriamo tutto. Preso il materiale suonato dai Tropea mi sono preso un paio di mesi per sbobinare e mettere mano alle take, prima di passare appunto alla fase di “impastamento” del suono. “All my life” è stato uno degli ultimi brani, insieme a “Ribellione”, passati sul tavolo operatorio. Alla fine ci ho aggiunto delle registrazioni ambientali fatte al Caffè Picchio, il nostro bar di fiducia a Milano.

Visual video di “Ti amerei” dei Tropea

Parliamo invece della copertina, un’istantanea di una generazione alla ricerca di qualcosa, ognuno col proprio passo…

Domenico: È proprio questa la ragione simbolica, al di là dell’impatto dell’immagine, che ci ha portato a sceglierla. C’è questo gruppo di persone che va verso l’ignoto. I primi, quelli più lontani, iniziano già a sbiadire, poi c’è una figura al centro che muove e guarda in diverse direzioni, come volesse aspettare. Questo gesto rappresenta tantissimo questo disco.

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La copertina di “Serole”, il primo album dei Tropea

Il disco è uscito ormai da un mese. Che risposta c’è stata da parte del pubblico?

Domenico: Lascio parola agli altri. Ho cancellato tutte le applicazioni che danno un parametro di giudizio del disco. I don’t wanna know.

Pietro: Ci piace pensare che chi ci segue da più tempo ci riconosca in questo lavoro, e che lo abbiano apprezzato.

Piso: Le persone, soprattutto i fan di vecchia data, sono contente di aver ascoltato un album dei Tropea dopo sette anni. Le soddisfazioni maggiori stanno arrivando durante i live, in cui suoniamo tutto l’album. Sotto al palco riesci ad captare la reazione in tempo reale dal pubblico, che è positiva.

Claudio: Abbiamo notato come, spesso e volentieri, i brani preferiti dalle persone non corrispondono ai singoli pubblicati. Un po’ paradossale ma allo stesso tempo interessante vedere come in alcuni casi i brani del cuore non siano quelli estratti, è sintomo di un ascolto approfondito dell’album.

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Tropea in concerto

Intanto continua il Serole Tour. Giovedì sarete a Milano. Come sta andando questa tournée e cosa potete anticiparci, in fatto di date, per questa estate?

Piso: Siamo soddisfatti di queste date, stiamo avendo dei bei riscontri. Siamo ripassati per città storiche dei Tropea, come Torino, ed è stato molto bello. Abbiamo incontrato gente che ha fatto anche un’ora e mezza per venire a un nostro concerto. Pazzi, noi non l’avremmo fatto mai (ride, ndr).

Domenico: Siamo partiti da Napoli, dove non abbiamo mai suonato, ed è stato bellissimo. Anche a Pordenone, prima volta, in uno spazio davvero bello. Adesso tocca a Milano.

Claudio: Adesso arriva la parte calda con Milano e Roma, ma questa prima fase del tour è stata interessante. Andare in città dove non siamo mai passati ci ha permesso di farci ascoltare da persone che non conoscevano ancora la nostra musica. Per l’estate è tutto ancora in lavorazione, ma possiamo dire che ci saremo.

In questi giorni ha fatto molto discutere una dichiarazione del leghista Alessandro Morelli, che ha proposto un daspo per gli artisti sul palco di Sanremo, dicendo che dovrebbero limitarsi ad esibirsi, senza parlare di politica. Cosa ne pensate voi?

Domenico: Prima ti ho raccontato che ho tolto tutte le app con i parametri di streaming. Dopo Sanremo ho tolto anche l’ultimo social che mi era rimasto, ovvero X. Vorrei più confronto nella vita reale e meno sui social, più comunità vere e meno community. Rispetto al discorso che la musica deve essere solo intrattenimento, o solo politica o un mix delle due cose, penso che la musica non nasce in provetta, almeno quella che interessa a noi. Molto spesso nasce in laboratorio e viene pensata per il mercato consumistico. L’arte nasce proprio grazie al contesto in cui una persona vive, all’aria che ha respirato e perciò è intrinsecamente politica.

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Le date del Serole Tour dei Tropea

Giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume.

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