Dalle prime apparizioni negli anni Sessanta alle due vittorie con “Un grande amore e niente più” e “Non lo faccio più“, fino all’ultima gara del 2005: il lungo viaggio di Peppino di Capri sul palco del Festival di Sanremo.

Raccontare il rapporto tra Peppino di Capri e il Festival di Sanremo significa ripercorrere quasi quarant’anni di storia della musica italiana. Pochi artisti hanno infatti costruito un legame tanto duraturo con il palco dell’Ariston, tornando in gara quindici volte tra il 1967 e il 2005 e attraversando epoche profondamente diverse della manifestazione. Dalla stagione delle doppie interpretazioni agli anni della televisione di massa, fino al nuovo millennio, il compianto cantante caprese ha saputo rimanere una presenza costante, alternando grandi successi a partecipazioni meno fortunate, senza mai interrompere quel filo diretto con il Festival che ha contribuito a definirne la carriera.

Il debutto nel ’67 già da star della canzone italiana

Quando Peppino di Capri debutta a Sanremo nel 1967, è già uno degli interpreti più popolari del Paese. Ha alle spalle successi come Roberta, St. Tropez Twist e soprattutto Champagne, destinata a diventare uno dei brani simbolo della canzone italiana. La sua prima esperienza sanremese arriva con Dedicato all’amore, in un’edizione ancora regolata dalla storica formula della doppia esecuzione e soprattutto segnata dalla tragedia del suicidio di Luigi Tenco. Il brano non riesce a lasciare un segno particolare nella classifica finale, ma rappresenta il primo capitolo di un rapporto destinato a durare decenni.

Bisogna attendere il 1971 per rivederlo all’Ariston. Con L’ultimo romantico, Peppino di Capri presenta una canzone perfettamente in linea con la sua cifra interpretativa, elegante e melodica, ma anche questa volta il Festival non gli riserva particolari soddisfazioni sul piano della classifica. È però soltanto il preludio a quella che diventerà la stagione più importante del suo percorso sanremese.

Peppino di Capri Gabriella Farinon e Miike Bongiorno Festival di Sanremo 1973 1

Le vittorie del ’73 e del ’76

Il 1973 segna infatti la svolta. Sul palco dell’Ariston porta Un grande amore e niente più, una ballata destinata a entrare stabilmente nel patrimonio della musica leggera italiana. Il brano conquista pubblico e giuria, regalando a Peppino di Capri la sua prima vittoria al Festival. È un successo che va oltre il risultato della competizione: la canzone vende centinaia di migliaia di copie, rimane a lungo nelle classifiche e diventa uno dei titoli più rappresentativi del repertorio dell’artista. Ancora oggi è considerata una delle vittorie più significative degli anni Settanta, in un periodo in cui Sanremo rappresentava il principale trampolino di lancio commerciale per la discografia italiana.

Peppino di Capri a Sanremo con “Un grande amore e niente più”

Tre anni più tardi arriva un’impresa ancora più significativa. Nel 1976 Peppino torna in gara con Non lo faccio più e conquista il suo secondo Festival. Non si tratta soltanto di una nuova affermazione personale: con questa vittoria entra nella ristretta cerchia degli artisti capaci di vincere due volte la manifestazione. Curiosamente, entrambe le vittorie arrivano in anni molto diversi tra loro dal punto di vista musicale, segno della capacità del cantante di adattarsi ai cambiamenti senza rinunciare alla propria identità artistica.

Dopo aver conquistato due volte l’Ariston, Peppino di Capri avrebbe potuto considerare concluso il proprio percorso sanremese. Invece sceglie la strada opposta. Continua a tornare in gara con regolarità, utilizzando il Festival come luogo privilegiato per presentare nuova musica. Nel 1980 propone Tu cioè…, mentre cinque anni dopo arriva E mo’ e mo’, brano che, pur non ottenendo risultati memorabili nella competizione, conosce una fortuna autonoma grazie alle programmazioni radiofoniche e alle esibizioni dal vivo.

La seconda metà degli anni Ottanta coincide con una presenza quasi costante all’Ariston. Nel 1987 presenta Il sognatore, nel 1988 sceglie Nun chiagnere, omaggio alle proprie radici napoletane, mentre nel 1989 è la volta de Il mio pianoforte, una canzone che mette al centro proprio lo strumento che ha accompagnato l’intera carriera dell’artista. Nessuno di questi brani riesce a replicare il successo delle vittorie degli anni Settanta, ma testimoniano la volontà di Peppino di Capri di non trasformare Sanremo in un semplice esercizio nostalgico.

Nel 1990 arriva Evviva Maria, probabilmente una delle partecipazioni più ricordate di quel periodo. Il brano, dal ritmo più immediato e popolare rispetto alle produzioni precedenti, ottiene un buon riscontro commerciale pur senza raggiungere le posizioni di vertice della classifica finale. È uno dei casi in cui il percorso di una canzone supera quello del Festival stesso, trovando nel pubblico una fortuna maggiore rispetto a quella raccolta durante la gara.

Gli anni Novanta confermano la fedeltà di Peppino all’Ariston. Nel 1992 presenta Favola blues, l’anno successivo La voce delle stelle, mentre nel 1995 porta Ma che ne sai… (se non hai fatto il piano-bar), titolo autobiografico già dalla sua formulazione. Il brano rappresenta quasi una dichiarazione d’intenti: un omaggio alla lunga gavetta nei locali e alle esperienze che hanno formato il musicista prima della notorietà nazionale.

Gli ultimi capitoli negli anni Duemila

Dopo una pausa di alcuni anni, Peppino di Capri torna in gara nel 2001 con Pioverà (Habibi ane). Il Festival è ormai cambiato radicalmente: il pubblico è diverso, la discografia attraversa una nuova fase e la competizione vede protagoniste generazioni completamente differenti. L’ultimo capitolo arriva nel 2005 con La panchina. È una canzone dal carattere intimista, costruita attorno al simbolo di una semplice panchina come luogo di ricordi, incontri e riflessioni sul tempo che passa. Non sarà un successo di classifica, ma assume un valore particolare perché conclude idealmente il lungo rapporto tra Peppino di Capri e il Festival.

Osservando oggi questo percorso emerge un dato significativo. Le due vittorie rappresentano naturalmente i momenti più alti della sua storia sanremese, ma sarebbe riduttivo leggere il rapporto tra Peppino di Capri e il Festival esclusivamente attraverso i risultati. Molte delle sue partecipazioni non hanno lasciato un segno nelle classifiche, alcune sono passate quasi inosservate, altre hanno trovato il proprio pubblico soltanto dopo la manifestazione. È proprio questa continuità a rendere unico il suo cammino all’Ariston: la capacità di attraversare quattro decenni di musica italiana senza limitarsi a vivere di rendita, accettando ogni volta il rischio del confronto con gusti, linguaggi e generazioni differenti.

Non è un caso che, nel 2023, il Festival abbia voluto rendergli omaggio invitandolo come ospite e conferendogli il Premio alla Carriera “Città di Sanremo”. Un riconoscimento che va oltre i numeri e le classifiche e che certifica il ruolo di Peppino di Capri come uno degli artisti che hanno contribuito a costruire l’identità stessa della manifestazione. Perché la sua storia all’Ariston non è soltanto quella di quindici partecipazioni o di due vittorie: è il racconto di una fedeltà rara tra un interprete e il palcoscenico più importante della canzone italiana, capace di attraversare quasi quarant’anni senza perdere il proprio valore storico.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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