Una voce che danzava soave tra saudade e luce: questo era Ornella Vanoni in una pietra miliare del suo repertorio, siglata con la poesia di Vinícius de Moraes e la chitarra di Toquinho. Riscopriamo l’album “La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria”.

Sono ormai due giorni che il mondo della musica – italiana e non solo – è come paralizzato. La notiza della morte di Ornella Vanoni, spentasi serenamente nella sua casa milanese, a 91 anni, ha spezzato il cuore migliaia e migliaia di persone, fan e non, animando una riflessione intensa su ciò che questa straordinaria artista ci ha lasciato alle sue spalle. Tanta ironia e autoironia, certo, ma il bagaglio di musica che Ornella lascia in eredità al mondo intero è inestimabile e merita di essere posto sotto i riflettori. A cominciare da un disco di assoluto livello: La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria, pubblicato nel ’76 con due Artisti – la cui iniziale maiuscola non è data per caso – come Toquinho e Vinícius de Moraes.

La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria, quattro parole che diventano filosofia di vita, manifesto di un’arte che non accetta confini. Era il 1976 quando Ornella Vanoni, insieme a de Moraes, poeta brasiliano di distinta fama, e al chitarrista Toquinho, diede vita a un dialogo musicale senza freni. Registrato in presa diretta, in un piccolo studio milanese, quell’incontro fu più di una collaborazione: fu un atto d’amore tra culture, melodie e linguaggi. Sergio Bardotti, produttore del disco, vedeva nella sua eleganza il ponte perfetto tra l’Italia e il Brasile.

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Da sinistra: Ornella Vanoni, Vinícius de Moraes e Toquinho

Una “saudade” luminosa e dolorosa

Sin dalle prime note – Senza paura, La rosa spogliata – emerge una malinconia gentile. Ornella canta con delicatezza, la voce fluttua su accordi di chitarra, percussioni sottili e bassi discreti. È una bossa nova filtrata dalla sensibilità italiana, un’intimità sonora che avvolge e accarezza. E quando arriva il verso «buonanotte all’incertezza, ai problemi, all’amarezza» de La voglia la pazzia, sembra di abbracciare la vita intera, con le sue paure e i suoi ardori.

Ma non è solo musica: è poesia. Vinícius qui non è solo autore dei testi, è voce recitante, cuore pulsante di un concept che si sussegue senza pausa, tra canzoni e versi. Ci sono momenti di pura recitazione – Assenza, L’assente – che sembrano monologhi interiori, brevi confessioni in cui il tempo si ferma. E sotto la sua voce, la chitarra di Toquinho disegna arabeschi, sfumature di luce e ombra, in un abbraccio stabile e fragile.

Il tema della saudade – quella nostalgia brasiliana così luminosa e insieme dolorosa – attraversa tutto il disco. Brani come La rosa spogliata o Semaforo rosso raccontano assenza e frammenti d’amore perduto, ma anche il desiderio di restare, di sentire ancora. E poi Io so che ti amerò, nella versione italiana di Jobim e Vinícius, si fa promessa eterna, canto delicato e sospeso.

“La voglia, la pazzia”, in un live con Ornella Vanoni e Gino Paoli del 2005

Un capolavoro rimasto nel tempo

Non per banalizzarne la storia, ma opportuno è fare anche una parabola sull’impatto commerciale e culturale di quest’opera, che in Italia arrivò al sesto posto nelle classifiche e divenne ben presto un classico, tanto da essere inserito tra i “100 dischi italiani più belli di sempre” secondo Rolling Stone Italia. Ma la sua eredità è ben più profonda: un manifesto di contaminazione culturale, un invito a vivere con intensità, a non avere paura della follia, della leggerezza, della gioia.

Nel raccontare il disco, i giornali hanno parlato della “voce di Ornella, un timbro nasale ma sensuale e vellutato, che stregava autori e pubblico”. Era quella voce che poteva declamare una poesia brasiliana e subito dopo sospirare un amore italiano. La sua arte era elegante. Non fredda ma profondamente sofisticata e umana. Le sue interpretazioni mescolavano fragilità e forza, il sorriso e la malinconia, il desiderio di osare e la saggezza del tempo. Nell’album coesistono l’ingenuità dell’innamorata e la saggezza della poeta, la passione della bossa nova e la nostalgia della terra lontana.

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Copertina de “La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria”

Vivere con leggerezza: l’insegnamento di questo disco

Ora che Ornella Vanoni non c’è più, e in sottofondo scorrono i suoi brani più celebri, nei talk show televisivi che ne tributano il ricordo, ci piace riascoltare La voglia la pazzia l’incoscienza l’allegria e pensarlo come un testamento di bellezza. È un invito a ricordare, a sentire, a vivere con quella leggerezza che solo chi ha vissuto davvero sa conquistare. È un album che insegue la luce e l’ombra, che non teme la pazzia dell’amore né l’incoscienza della gioventù, ma celebra tutto con un sorriso, con una risata sommessa, con un lungo sospiro.

La voce di Ornella Vanoni – soprattutto in Samba per Vinícius – rievoca la sensazione di un ringraziamento sincero verso la vita, verso l’arte, verso i suoi compagni d’avventura in questo album: quel poeta smisurato e quella chitarra gentile. È un canto che sembra dire: “Ho avuto la gioia, ho avuto la follia, ho avuto la vita”. E adesso, nel silenzio che lei lascia, quel canto risuona più forte che mai. La sua voce, come un vento leggero, continuerà di certo ad attraversare il tempo e le generazioni.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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