Il quinto album di Sam Smith è un ritorno alla centralità della canzone, ma non una semplice nostalgia per il passato. Tra soul, folk, gospel, blues e pop d’autore, “Hazel Eyes” racconta per la prima volta un amore corrisposto e soprattutto la conquista di una libertà creativa che non aveva ancora pienamente rivendicato.
La voce di Sam Smith ha sempre saputo trovare il modo di arrivare prima dell’immagine, prima delle trasformazioni, prima delle discussioni sull’identità, prima ancora che il pubblico imparasse a conoscere davvero la persona dietro quelle canzoni. Nel 2014 “Stay With Me” trasformava una confessione sentimentale in un inno universale e “In the Lonely Hour” lo consacrava come una delle grandi voci della propria generazione. Da allora, però, la carriera dell’artista britannico è stata anche una continua negoziazione fra ciò che il pubblico si aspettava da quella voce e ciò che voleva diventare.
“Hazel Eyes“, quinto album in studio, arriva proprio dentro questa tensione. E la sua importanza non risiede soltanto nel fatto che sia un disco riuscito. Sta nel modo in cui Sam Smith sembra finalmente aver capito come utilizzare il proprio talento senza lasciarsi definire dal talento stesso. È una distinzione fondamentale.
Perché Sam Smith non ha mai avuto bisogno di dimostrare di saper cantare. Lo ha fatto fin dall’inizio con una naturalezza quasi imbarazzante: controllo, dinamica, falsetto, capacità di passare dal sussurro all’esplosione senza perdere intensità. Il problema, semmai, è stato trovare intorno a quella voce un universo musicale che non la rendesse prigioniera della propria magnificenza. “Hazel Eyes” è il disco in cui quella ricerca sembra finalmente ritrovare la sua direzione.

Dal dolore alla reciprocità
La prima grande rivoluzione dell’album è apparentemente semplice: Sam Smith canta l’amore felice. Sembra quasi un dettaglio, ma non lo è affatto. La mitologia di Smith è stata costruita sul desiderio irrealizzato, sull’abbandono, sulla solitudine, sull’amore che non arriva o arriva troppo tardi. In the Lonely Hour era, in questo senso, un’opera perfettamente coerente: il dolore diventava materia melodica e la vulnerabilità una forma di potere pop.
“Hazel Eyes” parte invece da una condizione completamente diversa. Molte delle sue canzoni sono legate alla relazione con Christian Cowan, il compagno di Sam Smith, e raccontano una forma di amore che non ha bisogno di essere tradotta attraverso la perdita.
In “In the lonely hour” ero innamorato di un ragazzo eterosessuale. Era un puro e irrequieto amore. Adesso, con “Hazel Eyes”, canto di un uomo che mi ama.
sam smith a “the new yorker”
Il passaggio dall’amore non corrisposto a quello ricambiato non è soltanto biografico. È un’evoluzione narrativa. Sam Smith non deve più costruire una canzone sulla distanza fra sé e l’oggetto del desiderio: può finalmente raccontare la quotidianità, la complicità, la sicurezza, persino la banalità meravigliosa di essere amati.
In “My Guy“, la semplicità quasi disarmante del testo è una scelta precisa. Non c’è bisogno di sovrascrivere il sentimento con metafore elaborate. Smith prende una formula archetipica della canzone d’amore pop e la attraversa con la propria identità. «Mi interessava molto quel genere di scrittura per questo album, cioè prendere la tradizione e cantarla attraverso la mia lente, liberamente», ha raccontato al Guardian.
È qui che “Hazel Eyes” diventa più interessante della sua apparente semplicità: non vuole inventare un nuovo linguaggio per raccontare l’amore queer; vuole rivendicare il diritto di usare anche quelli tradizionali.

Il ritorno alla canzone, ma senza dietrofront
Musicalmente il disco compie un movimento altrettanto importante. Dopo la parentesi più provocatoria, elettronica e apertamente queer di “Gloria“, con l’enorme successo di “Unholy ” insieme a Kim Petras, Sam Smith avrebbe potuto scegliere di insistere sulla strada della spettacolarizzazione. Invece compie una scelta quasi controintuitiva: riduce il volume.
“Hazel Eyes” recupera una dimensione da singer-songwriter, mescolando soul, blues, folk, R&B, country alternativo, pop barocco e gospel. Le chitarre acustiche, il pianoforte, gli archi, i fiati e soprattutto il coro costruiscono un paesaggio sonoro caldo, analogico, volutamente fuori dal tempo. Il disco è stato realizzato principalmente a New York e vede Smith alla co-produzione insieme a Simon Aldred e David Odlum, con contributi di Feist, Shahzad Ismaily, Rob Moose e Moses Sumney.
Ma definirlo semplicemente un “ritorno alle origini”»” sarebbe riduttivo. Sam Smith non sta tornando al 2014. Sta riprendendo possesso degli strumenti del 2014 dopo aver attraversato tutto ciò che è venuto dopo. Ed è una differenza enorme. La voce di “Stay With Me” apparteneva a un artista ancora in cerca di una definizione. Quella di “Hazel Eyes” appartiene invece a qualcuno che ha già attraversato il successo globale, il Grammy, l’Oscar, la sovraesposizione, le trasformazioni identitarie, le polemiche e la pressione dell’industria. La semplicità, quindi, non è più ingenuità: è una conquista.
“Everlasting Love“: il principio di tutto
Il disco si apre con “Everlasting Love“, e la scelta non potrebbe essere più appropriata. La canzone è stata iniziata la sera prima del primo appuntamento con Cowan e completata successivamente, quando la relazione era già diventata una storia concreta. È una sorta di dichiarazione programmatica: il passato e il presente convivono nella stessa canzone.
“Everlasting Love” mostra immediatamente la direzione dell’album: archi morbidi, chitarre, fiati, armonie vocali e un crescendo gospel che non ha bisogno di esplodere per risultare monumentale. Smith canta con un controllo diverso da quello dei primi dischi: meno ansioso, meno impegnato a dimostrare l’estensione, più concentrato sulla qualità del fraseggio.
In “Moondance“, la collaborazione con Feist è particolarmente significativa. Il brano lavora per sottrazione: ritmo trattenuto, chitarra elettrica sfocata, archi, trombone, voci che si intrecciano. Feist non serve a impreziosire il brano come semplice featuring: diventa una controparte capace di ridimensionare la monumentalità naturale di Smith. È un principio che attraversa tutto il disco. Hazel Eyes sembra costruito attorno alla consapevolezza che una voce gigantesca non deve necessariamente stare sempre davanti a tutto.
In “My Guy“, le armonie di Feist e Moses Sumney trasformano una dichiarazione sentimentale apparentemente elementare in una piccola scena corale. “When He’s Gone” scende invece verso territori più scuri, partendo da una scrittura quasi alla Bill Withers per allargarsi progressivamente verso il folk e il country. Il brano è stato registrato dalla band dal vivo, senza click track, e questa scelta restituisce alla musica una certa elasticità umana.
È uno dei momenti in cui Sam Smith sembra più lontano dall’idea contemporanea di perfezione pop. Ed è proprio per questo che funziona.
Il gospel come comunità
Se c’è un elemento che ricorre nell’album fino a diventare quasi una grammatica, è il coro. Il TwoCity Chorus, composto da 28 elementi, interviene in diversi passaggi e raggiunge il suo momento più evidente in “Oh Mother“. Qui Sam Smith non utilizza il gospel come semplice decorazione soul, ma come dispositivo emotivo e comunitario. La voce individuale viene progressivamente assorbita da quella collettiva.
È un’immagine particolarmente significativa per un artista la cui carriera è stata spesso raccontata attraverso l’idea dell’isolamento: la persona sola davanti al pianoforte, l’amante respinto, il cantante che confessa il proprio dolore. In “Hazel Eyes“, quella solitudine viene progressivamente sostituita dalla coralità.
Anche “To Be Free“, il brano conclusivo, lavora in questa direzione. Parte quasi nudo, con chitarra elettrica e pianoforte, per poi crescere fino a un’apertura vocale imponente. Non è una liberazione urlata: è una liberazione che arriva dopo aver imparato a stare dentro le proprie contraddizioni.
Dopo “Gloria“, una scelta ancora più radicale
La cosa più interessante di “Hazel Eyes” emerge forse nel confronto con “Gloria“. Il precedente album era stato, per certi versi, il disco della rottura. “Unholy” aveva portato Sam Smith al numero uno negli Stati Uniti e al Grammy, trasformando la loro immagine in qualcosa di deliberatamente provocatorio. La sessualità, il corpo, la teatralità e l’eccesso diventavano strumenti di affermazione. Era una scelta necessaria.
Ma proprio perché “Gloria” aveva già dimostrato che Smith poteva distruggere la propria immagine precedente, “Hazel Eyes” non aveva bisogno di ripetere quell’operazione. La vera libertà, questa volta, consiste nel non dover più provocare per essere liberi. Perché Sam Smith è stato, per anni, uno degli esempi più riusciti della capacità dell’industria pop di trasformare una voce autentica in un prodotto impeccabile. “Hazel Eyes” sembra invece voler invertire il rapporto: prima viene la canzone, poi viene il mercato. Non è un caso che sia il primo album che Smith co-produce.
Ho realizzato che non sono solo un cantante e un cantautore. Sono un artista.
sam smith al “guardian”
New York non è uno sfondo: la Grande Mela è il palcoscenico
C’è poi un altro protagonista invisibile dell’album: New York. Sam Smith si è trasferito nella città per stare accanto a Cowan e ha raccontato di aver trovato lì una forma di sicurezza che in precedenza non sentiva. Non sorprende, quindi, che alcuni dei momenti più urbani del disco convivano con un immaginario musicale quasi pastorale.
“Thief“, per esempio, porta dentro la canzone la New York notturna: il fuso orario, l’insonnia, il vino, il silenzio. Ma l’album non tenta di riprodurre il rumore della metropoli. Smith sembra piuttosto utilizzare New York come condizione mentale: il luogo in cui sentirsi finalmente autorizzati a essere eccentrici, vulnerabili, queer, teatrali, romantici. La città non diventa dunque una cartolina. Diventa uno spazio di autodeterminazione.
Non tutto è perfetto, ed è un bene
“Hazel Eyes” non è un disco impeccabile. In alcuni momenti l’adesione alla classicità diventa fin troppo esplicita. Sugar Rush, con il suo accumulo di fiati e la teatralità vocale, sfiora il sovraccarico; “Love Is a Stillness” rischia il sentimentalismo e alcune soluzioni melodiche sembrano inseguire deliberatamente un’idea di “classicità” che può trasformarsi in manierismo. Anche la produzione volutamente morbida fa sì che alcuni brani, a un primo ascolto, tendano a confondersi fra loro. È una delle riserve sollevate anche dalla critica, che ha però riconosciuto nel disco una direzione più autentica e promettente.
Ma proprio queste imperfezioni rendono il progetto più interessante di un album semplicemente impeccabile. Perché Smith non sembra più ossessionato dall’idea di eliminare ogni asperità. È come se avesse finalmente capito che la perfezione tecnica della voce non deve necessariamente coincidere con la perfezione dell’opera.
E questo è particolarmente significativo se si guarda alla traiettoria recente dell’artista. Dopo un inizio di carriera folgorante e alcuni lavori successivi che non sempre hanno avuto la stessa forza del debutto, Smith avrebbe potuto cercare un nuovo grande singolo capace di ripristinare la certezza del successo. Invece ha scelto un album. Una scelta quasi anticommerciale, almeno nel senso più superficiale del termine.

Il talento, finalmente senza gabbia
Il punto è proprio questo: Hazel Eyes non restituisce semplicemente “il vecchio Sam Smith”. Restituisce un Sam Smith che non ha più bisogno di tornare indietro. Il talento è rimasto quello. Anzi, probabilmente è ancora più evidente perché Smith non lo mette continuamente in vetrina. Il falsetto, il vibrato, i crescendo, il controllo dinamico sono ancora lì, ma diventano strumenti narrativi anziché prove di forza.
E dentro questa nuova economia della voce c’è forse la vera maturità dell’artista. Sam Smith è diventato famoso giovanissimo, quando il mondo aveva già deciso cosa dovesse essere: il grande interprete delle canzoni tristi, il successore di una tradizione soul-pop britannica, la voce perfetta per le ballad, poi la pop star queer, poi il provocatore di “Unholy“. Ogni fase ha avuto la propria verità, ma nessuna avrebbe potuto contenere interamente l’artista.
“Hazel Eyes” non risolve questa contraddizione. La accetta. E forse per questo appare così convinto. Sam Smith ha spiegato di aver scritto il disco con un gruppo ristretto di amici per oltre tre anni e di averlo vissuto come un processo nel quale si è «approfondito come artista», assumendosi anche una responsabilità più diretta nella produzione. È una frase che trova conferma nella musica.
La libertà di poter essere semplicemente Sam Smith
Alla fine, “Hazel Eyes” è un disco sull’amore, ma non soltanto sull’amore romantico. È un disco sulla possibilità di non essere più obbligati a raccontarsi attraverso una ferita. Per un artista queer che ha trascorso buona parte della propria vita adulta sotto osservazione, questo assume anche una dimensione culturale. Raccontare un amore fra due uomini senza trasformarlo in tragedia, scandalo o manifesto politico è già un gesto politico. Ma Smith fa qualcosa di più sottile: prende le forme classiche della canzone sentimentale e le reclama per sé.
Nuovo e tradizionale insieme. Perché il disco guarda indietro senza essere nostalgico, recupera il soul senza diventare revival, attraversa il gospel senza trasformarlo in ornamento, utilizza il folk e il blues senza costruirsi addosso una falsa autenticità. Soprattutto, recupera quella dimensione da cantautore che aveva reso Smith così riconoscibile all’inizio della carriera, ma la restituisce dopo un decennio di esperienza e di esposizione pubblica.
Il risultato è un album che non pretende di essere “In the Lonely Hour” e non prova nemmeno a competere con la teatralità di “Gloria“. È qualcosa di più difficile: un disco che sembra sapere esattamente dove vuole stare. Sam Smith torna così al centro della propria storia non perché abbia trovato una nuova maschera, ma perché sembra finalmente averne bisogno di una in meno. La voce che nel 2014 cantava di qualcuno che non sarebbe rimasto oggi canta di qualcuno che è rimasto. E in questa differenza, apparentemente minima, c’è una carriera intera.




