La critica americana ha accolto “Daughter from hell” di Gracie Abrams con giudizi contrastanti: il nuovo album mostra una maggiore ambizione e alcuni dei brani migliori della sua carriera, ma anche i limiti di una formula ancora legata a Aaron Dessner e alle influenze del pop contemporaneo.
Il nuovo album di Gracie Abrams, “Daughter from hell“, ha incontrato una risposta critica tutt’altro che unanime negli Stati Uniti. Il terzo progetto della cantautrice americana è stato riconosciuto come un passo avanti in termini di ambizione e profondità, ma le recensioni hanno anche evidenziato una serie di limiti che impediscono al disco di affermarsi come una svolta definitiva nella sua traiettoria artistica.
Il punto di maggiore convergenza riguarda proprio il tentativo di Gracie Abrams di ampliare il perimetro della propria scrittura. Dopo una produzione fortemente legata alla dimensione diaristica e al racconto diretto delle relazioni, “Daughter from hell” si presenta come un album più interessato a interrogarsi sull’identità, sulla fama, sulla vita adulta e sulla difficoltà di dare un nome preciso al proprio disagio. Una trasformazione che la stessa Abrams ha descritto come un passaggio verso una scrittura «meno diaristica» e «mildly more existential», secondo quanto riportato nella recensione di Pitchfork.

Per Pitchfork è un album prevedibile e “frustrantemente vago”
Il risultato, tuttavia, divide. Per Pitchfork, l’album contiene alcuni dei brani migliori della carriera di Abrams e dimostra una maggiore consapevolezza nella scrittura e nella produzione. La collaborazione con Aaron Dessner, ormai una costante del percorso della cantautrice, appare più raffinata rispetto al passato: le chitarre acustiche, il pianoforte, gli arrangiamenti minimali e le percussioni soffuse costruiscono un paesaggio sonoro più caldo e articolato rispetto a quello di “The Secret of Us“. La stessa recensione, però, individua nella formula Abrams-Dessner anche un limite: l’eleganza e la riconoscibilità del suono rischiano, a lungo andare, di trasformarsi in prevedibilità.
È proprio quando Gracie Abrams decide di allontanarsi da quella formula che, secondo la critica, “Daughter from hell” trova i suoi momenti più convincenti. “Look At My Life” introduce una dimensione più vivace e apertamente pop, mentre “Hit the Wall” porta una maggiore energia dentro il consueto universo introspettivo della cantautrice. La title track, invece, viene indicata come il vero punto di svolta del disco: chitarre elettriche, una voce meno trattenuta e un approccio più diretto suggeriscono una possibile direzione futura, più ambiziosa e meno dipendente dall’estetica folk-pop solita della sua discografia.
Anche “Humming“, costruita attorno al ricordo del quartiere di Pacific Palisades e alla devastazione provocata dagli incendi di Los Angeles, viene letta come uno dei momenti in cui Gracie Abrams riesce a trasformare una vicenda personale in una riflessione più ampia sulla propria generazione. Il brano, secondo Pitchfork, funziona proprio perché abbandona l’astrazione e trova una maggiore concretezza emotiva.

Su questo punto si concentra una delle principali riserve della critica americana. L’intensità emotiva di “Daughter from hell” è evidente, ma non sempre le emozioni vengono accompagnate da una narrazione altrettanto precisa. Gracie Abrams ricorre frequentemente a immagini di sangue, coltelli, fuoco, fantasmi e ferite per descrivere il proprio malessere, ma in diversi brani la critica ha rilevato una distanza tra la forza delle immagini e la concretezza delle situazioni raccontate.
La recensione di Pitchfork definisce il disco, in questo senso, tanto intenso quanto frustrantemente vago. In canzoni come “Men Like You“, “Imaginary Friend” e “Cold Goodbyes“, le sensazioni risultano più nitide degli eventi che dovrebbero averle generate. L’effetto è quello di un album che comunica l’idea del dolore, ma non sempre riesce a trasformarlo in un’esperienza narrativa specifica e riconoscibile.
Per il Wall Street Journal non c’è autonomia rispetto al pop di oggi
La critica del Wall Street Journal si muove su una linea altrettanto severa, mettendo in discussione la capacità dell’album di trovare una voce realmente autonoma rispetto al panorama pop contemporaneo. Il problema, in questa lettura, non è l’utilizzo del melodramma — elemento strutturale della musica pop — ma la difficoltà di rendere credibili fino in fondo emozioni espresse attraverso immagini molto estreme. Il risultato sarebbe un album che aspira a un’intensità quasi apocalittica, ma che non sempre riesce a sostenerla attraverso la scrittura, l’interpretazione o gli arrangiamenti.
La stroncatura del Guardian
Una critica simile arriva anche dal Guardian, che ha accolto “Daughter from hell” con un giudizio particolarmente negativo, assegnandogli due stelle su cinque. La recensione descrive il contrasto tra la cupezza dei temi e la delicatezza della musica come uno dei principali problemi del progetto: immagini goth e dichiarazioni di forte tormento emotivo vengono inserite all’interno di canzoni giudicate troppo dolci, levigate e spesso adolescenti nel loro melodramma. Il giornale britannico mette inoltre in discussione la capacità di Abrams di affermarsi come un’artista pienamente riconoscibile, sottolineando la presenza di echi di figure come Lorde, Phoebe Bridgers e Taylor Swift.
Il paradosso di “Daughter from hell” è quindi evidente: il disco appare più ambizioso proprio quando si allontana dalla formula che ha contribuito a definire la popolarità di Abrams. “Minibar“, co-scritta con Audrey Hobert, viene indicata come uno degli episodi più riusciti per la sua ironia e il tono autoironico; la title track convince per il coraggio di spostarsi verso una dimensione più intensa e rock; “Look At My Life” funziona grazie alla sua energia pop.

La critica americana, dunque, non ha accolto “Daughter from hell” come la consacrazione definitiva che si sperava potesse arrivare per Gracie Abrams. Il disco viene percepito piuttosto come un passaggio intermedio: un progetto nel quale sono già presenti segnali di crescita, ma anche la consapevolezza che la cantautrice debba ancora compiere il passo più importante, quello verso una voce davvero autonoma.
Il giudizio più interessante che emerge dalle recensioni è forse proprio questo. Gracie Abrams sembra avere ormai raggiunto una posizione in cui non può più limitarsi a perfezionare la formula che l’ha portata al successo. “Daughter from hell” mostra che possiede gli strumenti per fare qualcosa di più, ma anche che la sua evoluzione passa necessariamente attraverso un allontanamento dal territorio più familiare: meno sussurri, meno metafore indistinte, meno dipendenza da un’estetica già riconoscibile e una maggiore disponibilità a rischiare.




