Suki Waterhouse ha pubblicato “Loveland”, un album che racconta l’amore nella sua dimensione più quotidiana e complessa, tra stabilità, dubbi, distanza e trasformazione. Ecco una panoramica su uno dei dischi più attesi dell’ultimo periodo.

Parlare d’amore attraverso la musica significa, quasi inevitabilmente, confrontarsi con una delle materie prime più frequentate della storia della canzone. Il dolore, la perdita, il tradimento e l’assenza offrono conflitti immediatamente riconoscibili e, proprio per questo, facili da trasformare in racconto. La felicità, al contrario, è spesso più sfuggente: non ha necessariamente un climax, non procede per rotture e ricomposizioni, ma si costruisce nella ripetizione, nella quotidianità e in una serie di gesti che, osservati dall’esterno, potrebbero apparire tutt’altro che spettacolari.

È proprio in questo spazio che si colloca Loveland, il terzo album in studio di Suki Waterhouse e il primo pubblicato per Island Records. Il disco non cerca di trasformare la felicità in un’esperienza più drammatica di quanto sia, né di costruire una nuova grande narrazione romantica fondata sull’idea di un amore capace di superare ogni ostacolo. Al contrario, Waterhouse sembra interessata soprattutto a ciò che accade dopo l’innamoramento: quando l’euforia iniziale lascia spazio alla vita reale, alle abitudini, alle incomprensioni, ai periodi di distanza e alla necessità di continuare a scegliere una relazione anche quando l’intensità non è più costante.

Suki Waterhouse Loveland cover
“Loveland” è il nuovo album di Suki Waterhouse

L’album nasce, secondo la prospettiva della stessa artista, in uno spazio intermedio tra la persona che è stata e quella che sta diventando. Una condizione di passaggio che attraversa l’intero progetto e che non viene rappresentata come una trasformazione radicale. In Loveland, ritrovare se stessi non significa necessariamente diventare qualcun altro, ma riconoscere la propria identità anche quando non si è più in grado di tornare esattamente al punto di partenza.

Il singolo Back In Love introduce questo percorso con una riflessione sul ritorno a se stessi dopo un cambiamento profondo. La frase del titolo non indica soltanto il ritorno a una relazione o a un sentimento, ma anche la possibilità di innamorarsi nuovamente della propria vita e della propria identità. È un tema che ritorna in forme diverse nel corso del disco, anche quando l’album decide di abbandonare la dimensione più stabile e introspettiva per giocare con l’ironia.

È il caso di Any Man, uno dei brani più divertenti del progetto, nel quale Suki Waterhouse porta all’estremo il proprio carisma e la convinzione, quasi caricaturale, di poter conquistare praticamente qualsiasi uomo. La sicurezza del brano si riflette anche nella sua veste musicale, più diretta e orientata verso un’attitudine indie rispetto ad alcuni degli episodi più elaborati della sua produzione precedente. Subito dopo, Happy With It introduce una crepa nella certezza appena esibita: essere innamorati significa necessariamente essere felici della relazione in cui ci si trova?

“Any Man” di Suki Waterhouse

La forza di Loveland risiede in buona parte proprio nella capacità di lasciare convivere emozioni contraddittorie senza cercare di risolverle artificialmente. In Tiny Raisin, una relazione di lunga durata viene osservata attraverso la continua oscillazione tra affetto e irritazione, intimità e bisogno di distanza. È una prospettiva lontana dall’idea dell’amore come stato permanente di euforia. Si può amare profondamente una persona e, nello stesso tempo, non sopportarne alcune abitudini. Si può desiderare la sua presenza e avere, in altri momenti, bisogno di stare da soli.

In questo senso, l’album sembra suggerire che la maturità sentimentale non coincida con la scomparsa delle contraddizioni, ma con una maggiore consapevolezza della loro esistenza. When I Get Drunk (I Want You Boy) affronta, per esempio, il ritorno di vecchi impulsi che non svaniscono automaticamente con la crescita emotiva. L’alcol, la solitudine o una canzone possono riaprire porte che si credevano definitivamente chiuse. Il brano non sembra però interessato a romanticizzare dinamiche tossiche: piuttosto, riconosce l’irrazionalità di certi sentimenti e il fatto che diventare adulti non significhi necessariamente smettere di commettere gli stessi errori, ma imparare a riconoscerli più rapidamente.

Tra i temi di Loveland trova spazio anche un’idea più ampia dell’affetto, che non coincide esclusivamente con la relazione romantica. Notting Hill allarga il discorso alla città di Londra e a una versione precedente della stessa Waterhouse, trattate quasi come ex partner dai quali è possibile prendere le distanze senza riuscire a separarsene completamente. Il brano comincia come una ballata morbida e si sviluppa attraverso una narrazione legata a una tranquilla domenica mattina, prima di lasciare spazio a un finale caratterizzato da chitarre più ruvide.

“Nothing Hill” di Suki Waterhouse

Almost, invece, guarda alla fase precedente alla relazione: quella in cui il sentimento è ancora soprattutto possibilità, proiezione e immaginazione. È il territorio dell’amore per qualcosa che non esiste ancora davvero, ma che può diventare abbastanza concreto da occupare uno spazio emotivo reale.

Il percorso si chiude con Weirdo, probabilmente uno degli episodi più teneri dell’album. Qui il desiderio non passa attraverso grandi dichiarazioni, ma attraverso gli oggetti e i gesti della vita quotidiana: una camicia da lavare, una bevanda da versare, il tempo trascorso sul divano. Sono proprio queste abitudini apparentemente insignificanti a diventare improvvisamente importanti quando la persona con cui le si condivide è abbastanza lontana da cominciare a mancare.

Anche dal punto di vista musicale, Loveland conferma la volontà di Suki Waterhouse di ampliare progressivamente il proprio vocabolario. L’album si muove tra pop contemporaneo, riferimenti al soul e al jazz, suggestioni retrò e aperture più indie, senza rinunciare a una precisa identità vocale. Back In Love rappresenta uno degli ingressi più immediati nel disco, con una presenza significativa degli ottoni e una performance vocale che definisce il tono del progetto. Tiny Raisin guarda invece agli anni Sessanta, cercando un equilibrio tra il recupero di un immaginario preciso e una sensibilità contemporanea.

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Suki Waterhouse

Il risultato è un disco costruito per frammenti e piccole scene, più che per grandi dichiarazioni. I cambi di tono e di stile non compromettono la coesione complessiva del progetto, perché il filo conduttore rimane la volontà di osservare l’amore nella sua fase meno cinematografica: quella fatta di ritorni, routine, stanchezza, desiderio, distanza e compromessi.

Loveland non racconta un sentimento immobile e perfetto. Racconta, piuttosto, la necessità di accettare che la stabilità implichi comunque un cambiamento e che una relazione possa contenere anche dubbi, noia, rabbia e il desiderio occasionale di fuggire. Suki Waterhouse trova così materia musicale proprio in ciò che, sulla carta, sembrerebbe non accadere: nella normalità, nelle abitudini condivise e nella consapevolezza che l’amore non debba necessariamente essere grandioso per essere reale.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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