«Non voglio essere digeribile, voglio essere innegabile». L’artista australiana BEKS si racconta dopo aver inaugurato, come giudice speciale, la prima edizione di “Drag Race Down Under vs The World”: al centro, comunità queer e musica senza compromessi.
Tra l’energia elettronica di Peaches e l’immediatezza pop di Kylie Minogue, BEKS rappresenta una delle nuove voci più interessanti dell’electro-pop australiano contemporaneo. Cantautrice, performer e chitarrista, ha costruito il proprio percorso unendo sonorità EDM, rock e una forte identità visiva, conquistando il pubblico internazionale con spettacoli ad alta intensità e una relazione profonda con la comunità LGBTQIA+.
Dopo il debutto con l’EP “Hard Gloss”, prodotto da PALMR e mixato da Tim Rowkins — collaboratore di artisti come Lady Gaga e Rina Sawayama — BEKS ha ampliato la propria presenza sulla scena globale, tra concerti sold out in Australia, Londra e Amsterdam, festival Pride e aperture per artisti internazionali. Nel 2026 il brano “Melodrama” ha inoltre trovato nuova vita grazie ai remix dei fan e alla diffusione sui social.
La sua partecipazione come giudice ospite nella nuova stagione di “Drag Race Down Under vs The World” rappresenta un momento simbolico di un percorso iniziato proprio dalla comunità drag, che BEKS considera fondamentale nella propria crescita artistica. In questa intervista racconta il rapporto tra musica e identità, il valore della trasformazione, la libertà di reinventarsi e la necessità di creare un pop capace di far sentire le persone viste e rappresentate.

Una volta hai detto che la comunità drag ha creduto in te prima ancora dell’industria musicale. In che modo quel primo riconoscimento ha influenzato non solo la tua sicurezza, ma anche il tipo di artista che hai scelto di diventare?
La comunità drag non mi ha dato soltanto delle opportunità: mi ha dato il permesso di essere più grande. Prima di allora avevo trascorso anni cercando di rientrare nella casella in cui l’industria pensava che dovessi stare. Il drag mi ha insegnato che le cose che gli altri ti dicono di ridimensionare sono spesso proprio quelle che ti rendono memorabile. Questo ha cambiato completamente il mio modo di vivere la musica. Ho smesso di cercare di essere digeribile e ho iniziato a cercare di essere innegabile.
La tua musica si colloca all’incrocio tra electro-pop, EDM e rock. Quando crei, pensi più al genere, all’emozione o alla narrazione? E come capisci quando una canzone ha trovato davvero la propria identità?
È sempre l’emozione a guidare il suono. Prendiamo “Nice Try”: ero stanca di vedere politici corrotti occupare spazio, bullizzare e trattare con condiscendenza la società attraverso la loro avidità e il loro senso di superiorità. Quando ho fatto un passo indietro e ho analizzato tutti gli strati di quella sensazione, mi sono resa conto che stava toccando un mio nervo scoperto: un’esperienza di bullismo che avevo cercato di seppellire. L’unico modo che ho trovato per tirarla fuori da me è stato prendere una chitarra e iniziare a suonare con aggressività degli accordi con barré a 140 bpm.
Esiste una lunga tradizione di artisti queer che utilizzano la musica pop sia come forma di celebrazione sia come strumento di resistenza. Dove collochi il tuo lavoro all’interno di questa tradizione culturale e quali artisti o movimenti hanno influenzato maggiormente il tuo punto di vista?
Ho sempre ammirato gli artisti capaci di rendere la gioia qualcosa di politico senza farla sembrare pesante. Adoro il modo in cui lo fanno Lady Gaga e Madonna: non è mai qualcosa di esplicito. Allo stesso tempo, mi piace anche il modo in cui Peaches e Le Tigre te lo sbattono letteralmente in faccia.
“Melodrama” ha trovato una seconda vita grazie ai remix dei fan e ai social media. Che effetto ti fa vedere il tuo lavoro evolversi al di là del tuo controllo creativo? E questo ha cambiato il tuo modo di pensare al concetto di autorialità nell’era digitale?
A un certo punto una canzone smette di appartenerti. I fan la remixano, la usano come colonna sonora dei propri ricordi e le attribuiscono significati che tu non avevi mai immaginato. Mi emoziono tantissimo quando vedo qualcuno creare qualcosa per sé stesso utilizzando il mio lavoro: è un complimento enorme.
Come giudice ospite di Drag Race Down Under vs The World, hai vissuto il drag da una prospettiva diversa: non come performer che condivide il palco, ma come persona chiamata a valutare l’arte e la creatività degli altri. Che cosa ti ha insegnato quell’esperienza sulla performance che prima non avevi pienamente compreso?
Che non deve essere tutto perfetto e che ciò che è impeccabile non è necessariamente ciò che funziona meglio. Mi piacciono le mie queen un po’ trash, un po’ trasandate. Alcune delle queen che ho dovuto giudicare nella prova di cucito non avevano grandi abilità sartoriali, ma la loro personalità e la loro umiltà riuscivano a dare un senso all’intero look. Mi ha ricordato che la performance non consiste nel fare di più. Consiste nel fare in modo che ogni scelta sembri intenzionale.
La musica pop celebra spesso la perfezione, mentre il drag celebra frequentemente la trasformazione e la reinvenzione. Pensi che oggi l’autenticità consista nel rivelare chi siamo davvero o nella libertà di ricrearci continuamente?
Non credo che essere autentici significhi rimanere uguali per sempre. Penso significhi avere la libertà di evolversi pubblicamente. Il drag comprende il fatto che l’identità possa essere giocosa, teatrale e in costante trasformazione senza per questo diventare falsa. In realtà, penso che sia una delle cose più oneste che lo caratterizzano.
Le tue esibizioni dal vivo sono note per la loro energia e teatralità. Quando sali sul palco, quale esperienza emotiva speri che le persone portino con sé una volta finita la musica?
Voglio che le persone sentano di far parte di qualcosa di davvero esclusivo, di un segreto condiviso da tutti. Voglio regalare loro uno show che li faccia sentire come se avessero assistito a un momento storico.
Ti sei esibita in contesti molto diversi, dai festival Pride ai concerti da headliner in Europa e in Australia. Hai notato temi universali capaci di unire il pubblico queer in culture diverse o ogni città possiede un proprio linguaggio emotivo?
Ogni città ha una personalità propria, ma il pubblico queer riconosce sempre la sincerità. Capisce quando ti presenti mostrando davvero tutto ciò che sei. Che si tratti di Amsterdam, Londra o Brisbane, c’è questa bellissima sensazione di un’autorizzazione collettiva a essere sé stessi. Per un paio d’ore, tutti possono essere esattamente ciò che sono.

Hai lavorato con produttori di fama internazionale pur mantenendo una forte indipendenza artistica. Come riesci a conciliare la libertà creativa con l’ambizione di raggiungere un pubblico mainstream più ampio senza compromettere la tua identità artistica?
Non ho mai visto l’indipendenza come l’opposto dell’ambizione. Per me, essere indipendente significa poter costruire qualcosa che duri, invece di inseguire ciò che è di moda questo mese. Se più persone scopriranno la mia musica, sarà fantastico. Ma voglio che scoprano la versione autentica di me, non una versione creata durante una riunione di branding. E, ancora una volta, non sono perfetta e non mi aspetto che i miei fan vogliano che lo sia.
Guardando a dieci anni da oggi, che cosa vorresti che le persone ricordassero soprattutto di BEKS, non solo come artista pop, ma anche come persona che ha contribuito alla cultura queer e alla musica contemporanea?
Mi piacerebbe che le persone ricordassero di aver provato qualcosa grazie a me. Naturalmente vorrei che grandi canzoni e show incredibili facessero parte di questa eredità, ma più di ogni altra cosa spero di aver creato spazi in cui le persone si siano sentite viste, celebrate e un po’ più coraggiose nell’essere sé stesse. Se ci sarò riuscita, sentirò di aver avuto successo.




