La “Vita Lenta” di Renato D’Amico ha il sapore delle fragole e dell’uva campagnola, ma anche delle relazioni rigenerate, col mondo e con se stessi. Lo testimoniano le cinque canzoni del suo nuovo EP, che abbiamo approfondito in questa intervista.
La fuga dal rumore urbano, il rifugio di una campagna che nella sua essenzialità, ha saputo dare casa e comprensione. Renato D’Amico, dopo essersi fatto notare a Sanremo Giovani, mostra ora al pubblico i frutti maturati sul suo albero. Una “Vita Lenta” che il cantautore e produttore ha voluto celebrare nel sup nuovo EP, rilasciato nei giorni scorsi per NEEDA Records con il publishing di BMG Italy. All’interno della tracklist, cinque brani tra pop, italo disco e cantautorato contemporaneo, in un intreccio di relazioni, personalità, nostalgia e desiderio di evasione.
“Vita Lenta” nasce in un momento in cui la musica sembra inseguire continuamente velocità, algoritmi e immediatezza. Il tuo EP sembra invece rivendicare il valore del tempo. È una scelta artistica, esistenziale o anche una forma di resistenza nei confronti dell’industria musicale contemporanea?
Credo che le tre cose non si possano separare, la scelta artistica è sempre il riflesso di un’urgenza esistenziale, e oggi, inevitabilmente, vivere e creare secondo i propri ritmi diventa anche un atto di resistenza. Oggi siamo sommersi da canzoni scritte per l’algoritmo, pensate per catturare l’attenzione nei primi cinque secondi di un reel o di un TikTok. C’è un’ansia da prestazione collettiva che spinge a produrre continuamente, a non fermarsi mai, a consumare la musica come se fosse fast food. Ma la musica che mi ha fatto innamorare di questo mestiere ha bisogno di ossigeno. Ha bisogno di tempo per essere scritta, per essere suonata, e soprattutto per essere ascoltata.
Ti sei trasferito in campagna, hai costruito il tuo studio e hai raccontato che solo lì hai capito fosse arrivato il momento di realizzare questo disco. Quanto può incidere un luogo sulla scrittura? Pensi che “Vita Lenta” sarebbe stato un altro EP se fosse nato nel caos di una grande città?
Assolutamente sì, sarebbe stato un disco completamente diverso. Forse non sarebbe proprio nato, o avrebbe avuto un’altra anima. Trasferirmi in campagna e costruire lo studio insieme ai miei colleghi e amici mi ha permesso di fare una cosa che in città è diventata un lusso impossibile: ascoltare il silenzio. E nel silenzio i pensieri cambiano peso. Quando apri la finestra e vedi gli alberi o l’orizzonte, la prospettiva si allarga. Impari ad aspettare che una canzone arrivi da sé, senza l’ansia di doverla fabbricare a tutti i costi.
Negli ultimi anni sei stato molto presente come produttore, contribuendo alla nascita del suono di artisti come Emma Nolde e Postino. Quando lavori sulle canzoni degli altri, cosa impari che poi inevitabilmente finisce nella tua musica? E, al contrario, cosa hai dovuto “disimparare” per tornare a parlare in prima persona?
Lavorare sulle canzoni degli altri ti insegna soprattutto a sviluppare una visione d’insieme. Riesci a guardare il quadro da fuori, con la giusta distanza emotiva: non essendo travolto dal frastuono dei tuoi sentimenti personali, puoi essere molto più lucido e centrato. Per questo non credo di aver dovuto disimparare qualcosa, anzi. Piuttosto, c’è stata un’evoluzione. Tornare a parlare in prima persona è stata una necessità terapeutica per me, scrivere e mettermi a nudo è sempre stato l’unico modo reale per superare i miei blocchi esistenziali.

L’EP attraversa temi molto diversi: lo smarrimento, i rapporti umani, l’amore, fino a uno sguardo sulle contraddizioni della società contemporanea. C’è un filo narrativo che lega questi cinque brani oppure rappresentano cinque fotografie di momenti diversi della tua vita?
Penso che siano entrambe le cose: sono cinque fotografie distinte, scattate in momenti diversi, che però appartengono allo stesso rullino fotografico. Non ho affrontato questo EP a tavolino, decidendo prima un concept. Ciascun brano è nato da un’esigenza fotografica immediata: fermare un istante di smarrimento, catturare la fragilità di un rapporto umano, o l’attrito che provo verso le contraddizioni della società in cui viviamo. Sono stanze diverse della stessa casa.
Il vero filo narrativo, la colla che tiene insieme queste cinque foto, è proprio lo sguardo di chi le ha scattate. È quell’attitudine alla “vita lenta” di cui parlavamo all’inizio. Solo rallentando ho potuto osservare lo smarrimento senza averne paura, analizzare l’amore senza la fretta di doverlo catalogare e guardare la società contemporanea da una giusta distanza.
Dal punto di vista sonoro metti insieme cantautorato, pop e richiami all’italo disco, senza che nessuno di questi linguaggi prevalga davvero sugli altri. Oggi si parla spesso di contaminazione, ma nel tuo caso sembra esserci un’identità piuttosto precisa. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra omaggio al passato e necessità di parlare il linguaggio del presente?
Per me la chiave è stata non trattare il passato come un museo da venerare, ma come una scatola degli attrezzi. L’italodisco ha quella malinconia sotterranea vestita da cassa in quattro che trovo irresistibile; il cantautorato ti dà lo spessore della parola e il pop ha la forza della sintesi.
“Per non farti del male” è forse il brano che allarga maggiormente lo sguardo, uscendo dalla dimensione personale per affrontare l’indifferenza e le ferite del nostro tempo. Pensi che oggi il cantautorato abbia ancora il dovere di raccontare ciò che accade fuori da noi, oppure la musica sta diventando sempre più un rifugio individuale?
Siamo in un’epoca in cui la musica, soprattutto quella mainstream, si sta rifugiando moltissimo nell’iper-individualismo, si parla quasi esclusivamente di dinamiche personali, di piccoli ego, di ferite private, trasformando le canzoni in una sorta di diario terapeutico personale. Questo va benissimo ed è legittimo, ma se ci guardiamo solo l’ombelico rischiamo di anestetizzarci rispetto a quello che succede fuori dalle nostre finestre. Con “Per non farti del male” ho sentito il bisogno profondo di spalancare quelle finestre. L’indifferenza collettiva, la velocità con cui consumiamo le tragedie degli altri sul display di un telefono prima di passare al video successivo, sono le vere malattie del nostro tempo.
“Bacio Piccolino” è stata la canzone con cui ti sei presentato a Sanremo Giovani. A distanza di qualche mese e inserita all’interno dell’EP, che significato assume oggi? È rimasta la fotografia di un momento oppure, riletta dentro questo progetto, ha acquisito un senso diverso?
Sanremo Giovani è stata una vetrina incredibile, un momento di grandissima intensità che inevitabilmente cuce addosso a quel brano un ricordo preciso. A distanza di qualche mese, però, vederlo inserito all’interno di questo EP gli ha dato una nuova vita. Quando un brano passa dalla televisione a un progetto discografico organico, è come se tornasse a casa. Se prima poteva sembrare un singolo isolato, oggi, circondato dalle altre canzoni, si capisce finalmente da dove viene.
La title track sembra quasi un manifesto generazionale, ma senza nostalgia fine a sé stessa. L’immagine di “cinque su una Cinquecento” richiama un’idea di libertà semplice, quasi analogica. Pensi che oggi la tua generazione abbia davvero perso il rapporto con la lentezza o credi che, in fondo, la stia cercando disperatamente?
Credo che la mia generazione la stia cercando disperatamente, proprio perché ne avverte la mancanza. C’è una fame enorme di quella lentezza, anche se spesso non sappiamo come riprendercela. L’immagine dei cinque su una Cinquecento non vuole essere un’operazione nostalgia o il classico “si stava meglio quando si stava peggio”. Per me è il simbolo di una libertà che definirei analogica, fatta di spazi stretti, di condivisione reale, di finestrini abbassati per far girare l’aria e di canzoni cantate insieme per ammazzare il tempo durante un viaggio.
Nella tua carriera convivono tre figure: cantautore, produttore e polistrumentista. Sono ruoli che dialogano tra loro oppure, quando scrivi per te stesso, senti il bisogno di mettere a tacere il produttore per lasciare spazio all’istinto del musicista e dell’autore?
In realtà, sono figure diverse ma sono pur sempre io: c’è sempre Renato dietro ognuna di esse, con la stessa identica passione. Spesso, guardando da fuori, c’è la tendenza a voler catalogare ed etichettare tutto, quasi come se queste tre anime dovessero vivere in un costante conflitto interiore o in una sorta di sdoppiamento di personalità. Ma non è affatto così. Io amo la musica a prescindere: amo plasmarla quando lavoro per gli altri e amo lasciarla fluire quando la scrivo per me stesso. Non sento il bisogno di “mettere a tacere” nessuna parte, perché sono vasi comunicanti. Il produttore aiuta l’autore a dare una struttura all’istinto, e il polistrumentista mette le mani su gli strumenti per farla suonare.
Ascoltando “Vita Lenta” si ha la sensazione che questo EP rappresenti più un punto di partenza che di arrivo. Se dovessi indicare una direzione che vorresti esplorare nei prossimi anni, quale sarebbe? C’è un territorio musicale o narrativo che senti di non aver ancora raccontato fino in fondo?
Lo vivo al cento per cento come un punto di partenza. Sento una grandissima voglia di sperimentare e di esplorare paesaggi sonori sempre nuovi, ma, paradossalmente, una delle direzioni che mi affascina di più è quella di tornare all’osso della canzone, spogliandola di tutto per lasciarla nuda, nella sua forma più pura ed essenziale. In realtà, il viaggio non si è mai fermato: sto già lavorando al prossimo disco. Insieme al mio team abbiamo già messo da parte una ventina di canzoni.
Adesso inizia la parte più complessa e affascinante: dobbiamo capire come farle convivere, quale storia vogliono raccontare e cosa ci aspettiamo davvero da questo nuovo lavoro. Ma, come insegna questo EP, tempo al tempo. Non voglio correre. Spero di poterle far uscire dallo studio e di potervene parlare molto presto.




