Intervista a Golconda sul nuovo EP “I colli di Ubeda”, pubblicato per Costello’s Records: il rapporto tra cantautorato e rap, la forza delle parole, Magritte, i miti e il valore della digressione.

Tra cantautorato e rap, tra il rigore della scrittura e il piacere della digressione, tra il mito e la realtà quotidiana. Il progetto di Golconda nasce dentro una tensione costante tra linguaggi diversi, accomunati però da un elemento centrale: la parola.

Nel nuovo EP I colli di Úbeda, questo rapporto con il linguaggio si traduce in una scrittura che alterna narrazione, immagini, paradossi e improvvise deviazioni. Un universo in cui possono convivere figure mitologiche ricontestualizzate nel presente, personaggi marginali, riferimenti alla letteratura, al cinema e all’arte, ma anche l’energia ritmica del rap e la sensibilità del cantautorato italiano. Ne approfondiamo la scoperta in questa intervista.

Nelle tue canzoni la parola sembra essere molto più di uno strumento narrativo: è un luogo da abitare, da interrogare e talvolta da mettere in discussione. Hai definito l’attenzione al linguaggio una tua “piccola grande ossessione”. Cosa cerchi realmente quando scrivi? Il significato delle parole o il modo in cui riescono a trasformarsi una volta incontrato chi ascolta?

La scrittura è al centro delle mie canzoni, non a caso i mondi musicali che ho scelto di abitare sono il cantautorato e il rap. Che a ben vedere possono essere molto più vicini di quanto non si pensi. Basti pensare a Murubutu e a Caparezza, per scomodare due giganti.

Scrivo canzoni in due tempi: nel primo lascio che l’ispirazione faccia il suo, che le parole scorrano liberamente da un’urgenza di raccontare o esprimere. Nel secondo tempo, importante quanto il primo, procedo a una limatura: calibro il suono e il ritmo, mi preoccupo che le parole abbiano una certa efficacia poetica, evocativa quanto sonora. Questo secondo tempo rivela un certo perfezionismo che da un lato è una grande croce (ahimé) dall’altro mi aiuta a curare nel dettaglio i testi che scrivo.

In “C’era una volta un uomo” dai voce a una figura marginale che la società preferisce tenere a distanza: il matto del villaggio, il senzatetto, lo straniero. Ma il brano suggerisce che ciò che rifiutiamo negli altri spesso coincide con ciò che non accettiamo di noi stessi. Quanto pensi che l’emarginazione sia oggi una questione sociale e quanto invece una condizione esistenziale che riguarda tutti, indipendentemente dal ruolo che occupiamo?

Oggi la questione sociale è più urgente che mai. Le promesse di un mondo libero dove ognuno può diventare ciò che vuole si sono rivelate false: l’ingiustizia sociale è ovunque, e questo è vero su una scala locale ma anche globale: al fondo dei conflitti in corso, insieme alle questioni politiche, c’è la considerazione che qualcuno sia meno umano di qualcun altro. Non abbiamo imparato niente dalla storia.

Anche in “C’era una volta un uomo”, la chiave di lettura esistenziale convive e si intreccia con quella politica: se sul piano politico accade ciò che accade forse è anche perché non facciamo i conti con l’altro da noi che ci abita intimamente e preferiamo distruggere, emarginare e respingere chi quell’altro lo incarna da fuori.

Golconda
Golconda – foto di Agnese Zingaretti

Nella tua scrittura convivono riferimenti apparentemente lontani: Magritte, Guccini, il rap italiano, la canzone d’autore, il cinema e la letteratura. Hai l’impressione che oggi esistano ancora confini tra i linguaggi artistici oppure la contaminazione è diventata una necessità per raccontare la complessità del presente?

Nel tempo la sperimentazione nell’arte è andata diffondendosi un po’ in tutti i campi. Anche nella musica vediamo da un lato un’industria che rincorre etichettature rigide per vendere “prodotti” riconoscibili a un pubblico specifico, dall’altro un fiorire di sperimentazioni creative meno interessate a farsi riconoscere in un modo standard, ma magari anche per questo destinate a durare di più proprio per la loro originalità. Ho sempre trovato un’ispirazione in Caparezza su questo, che ha esplorato molto musicalmente, mantenendo molto chiara la sua riconoscibilità nella voce, nella penna, nell’ingegno che traspare dai testi.

Personalmente ho sempre trovato faticoso chiudermi in una definizione univoca, ho sempre trovato più naturale mettere insieme più linguaggi, esplorare le possibilità creative al di fuori di schemi rigidi di genere. Non si può nemmeno dire che faccia musica particolarmente sperimentale, in fondo mi tengo tra il cantautorato e il rap, due generi piuttosto “pop”, che si fondano entrambi sulla scrittura. Mi piace l’originalità, ma mi piace anche che le mie canzoni non risultino inascoltabili ai più, che possano lasciare qualcosa a chiunque le ascolti.

Parole d’amorte” riflette sul rapporto tra amore e linguaggio, suggerendo che ogni tentativo di raccontare un sentimento finisca inevitabilmente per tradirlo. È un tema che attraversa molta letteratura del Novecento: l’idea che le parole arrivino sempre un attimo dopo la vita. Quando scrivi una canzone d’amore, senti di stare cercando qualcosa che può essere davvero detto oppure il fascino sta proprio nell’impossibilità di dirlo completamente?

È una sfida: il tentativo di pungere con le parole qualcosa del non dicibile. Cercare di raggiungere il cuore di ciò di cui scrivo. Una modalità che mi viene spontanea usare per questo scopo è quella delle metafore: uso moltissimo le immagini. Anche “pungere”, che ho usato adesso, pensandoci, è un meta-esempio di questo.

Nei tuoi brani emerge spesso una tensione tra narrazione e divagazione. “I colli di Ubeda”, in particolare, sembra quasi una riflessione sul piacere di perdersi dentro il linguaggio. In un’epoca dominata dalla comunicazione rapida, dall’efficienza e dalla semplificazione, che valore ha per te la digressione? Può essere una forma di resistenza culturale?

È carino vederla così! Potrebbe! Finisce per esserlo, in effetti. Perché è come dire: questo mito che si può comunicare e ci si può capire perfettamente… bè, non sta in piedi! Ci perdiamo continuamente, ci fraintendiamo… ne I colli di Ubeda gioco su questo, racconto anche della paura di perdersi, ma in fondo è un gioco, un gioco di parole (come tutti i giochi, qualcosa di molto serio).

“I colli di Ubeda”, il nuovo EP di Golconda

Il tuo percorso artistico nasce dall’incontro tra due tradizioni che in Italia hanno spesso dialogato poco: il cantautorato e il rap. Eppure entrambe condividono una centralità assoluta della parola. Quali aspetti di questi due mondi senti di aver ereditato e quali invece hai sentito il bisogno di superare per costruire una voce personale?

Amo tantissimo il rap, mi diverto ad ascoltarlo, ma avendo antipatia per i cliché, nella scrittura evito di replicarli, e dunque di “fare il rapper”. Del rap ho preso la potenza e il ritmo delle parole, il fatto che queste arrivino “dirette” a chi ascolta, più crude delle parole rosolate dentro una melodia. Il rap è prendere parola e parlare, con ritmo, con musicalità… si avvicina al teatro, secondo me, che non a caso è un’altra attività che coltivo e che mi piace molto. Il rap mi permette anche di “sdrammatizzare” ed evitare un certo intellettualismo, rende più dinamica e vitale la narrazione.

Del cantautorato sento appartenermi le scelte dei temi di cui parlo. E in generale, la sensibilità di questo movimento artistico. Sono imbevuto degli ascolti dei cantautori italiani, assorbiti fin da bambino nei viaggi in macchina. Mi piace la poeticità delle canzoni dei cantautori, la ricerco anche nei miei brani. Introdurre il rap in un contesto cantautorale vuol dire per me introdurre un modo più diretto, giocoso e vitale di esprimermi, senza rinunciare alla cura della scrittura.

Ascoltando il tuo immaginario si percepisce una forte attrazione per il paradosso e per il surrealismo. Non soltanto come scelta estetica, ma come modo di osservare la realtà. Cosa ti permette di raccontare l’assurdo che il realismo, da solo, non riesce più a dire?

Uno sguardo surrealista sulle cose permette di leggere meglio le pieghe della realtà. Sono affezionato al realismo magico di Gabriel García Márquez o di Magritte, più che al surrealismo di Dalí (che pure apprezzo). Intendo dire che mi piace molto che a scombinare la realtà sia qualcosa di elegante e apparentemente verosimile, una buona forma che però a vederla meglio mostra che qualcosa non torna, mostra un paradosso, un’assurdità. Lo trovo molto interessante come contrasto, molto sottile eppure potente.

Da “Caronte” a “Eldorado”, fino ai nuovi brani dell’EP, sembra emergere una costante attenzione verso figure, luoghi e simboli che appartengono all’immaginario collettivo. Ti interessa recuperare questi archetipi per renderli contemporanei o credi che alcune storie continuino a ripetersi identiche sotto forme diverse?

I miti e i simboli hanno la loro forza perché mantengono una certa efficacia nel tempo nel cogliere e raccontare qualcosa di umano. Con “Caronte” ho giocato a prendere questa figura mitologica e ricontestualizzarla nel mondo contemporaneo. Una sorta di operazione dissacrante in cui Caronte finisce per essere un anziano esaurito dal lavoro, reso cinico e spietato da tutti questi umani che incontra. In Eldorado invece uso un linguaggio poetico per raccontare la vita come un viaggio, e la necessità di partire nella propria ricerca.

“Caronte” di Golconda

Nel tuo lavoro si avverte una fiducia profonda nella capacità delle canzoni di creare immagini mentali e aprire spazi di interpretazione. In un momento storico in cui tutto sembra richiedere spiegazioni immediate, quanto è importante per te lasciare zone d’ombra e significati irrisolti?

Molto importante. Mi piace usare il rap, così diretto, anche per dipingere scenari e personaggi, più che per affermare fatti. Mi piacciono i contrasti, come dicevo. Inoltre, mi piace che anche chi ascolta debba metterci del suo se “entra” in un mio pezzo.

Il titolo stesso del tuo progetto, Golconda, richiama inevitabilmente uno dei dipinti più celebri di Magritte, dove uomini identici sembrano cadere o fluttuare nel cielo. Se dovessi scegliere un’immagine che rappresenta il nostro tempo con la stessa forza evocativa, quale sarebbe? E cosa racconta di noi che ancora non siamo riusciti a comprendere?

Per come sono fatto, vorrei poter pensare a questa domanda per un mesetto, ma siccome il tempo stringe, vado d’impulso con un quadro di Magritte (che come si sarà capito, non mi dispiace per niente): Il castello dei Pirenei. Un enorme castello inglobato in una sfera di pietra scura resta sospeso sul mare, con lo sfondo di un cielo sereno. È un quadro enorme, che ho visto dal vivo e con cui ho conosciuto Magritte (amore a prima vista).

Non voglio tentare di spiegarlo perché i quadri di Magritte sono come le barzellette, che se le spieghi non funzionano (e poi a differenza delle barzellette, nemmeno si possono spiegare, ma solo eventualmente interpretare per come risuonano soggettivamente). Mi piace perché mette insieme qualcosa di estremamente pesante come la roccia e austero come un castello, con la leggerezza che lo fa restare sospeso. Il contrasto è anche con la calma del cielo dietro. Sembra proprio che io abbia un debole per i paradossi.

Foto di copertina di Agnese Zingaretti

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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