The Temper Trap sono tornati con “Sungazer“, il primo album in dieci anni: un disco che amplia il linguaggio indie rock della band australiana tra sperimentazione elettronica, introspezione e nuove prospettive sonore.
Per molti ascoltatori il nome The Temper Trap resta inevitabilmente legato a “Sweet Disposition“, uno dei brani simbolo dell’indie rock di fine anni Duemila e autentico fenomeno internazionale. Ma il quarto album in studio della formazione australiana, “Sungazer“, dimostra come il gruppo abbia scelto di affrontare il ritorno dopo una lunga assenza senza rifugiarsi nella nostalgia. Pubblicato il 10 luglio scorso per Mushroom Records, il disco interrompe un silenzio discografico durato dieci anni e inaugura una nuova fase della carriera della band.
La pausa, maturata dopo gli anni successivi a “Thick As Thieves” e consolidata con lo stop alle attività, ha permesso ai membri del gruppo di dedicarsi a progetti personali, alle rispettive famiglie e a percorsi artistici paralleli. Un periodo di distanza che, come raccontato dallo stesso frontman Dougy Mandagi, è stato fondamentale per ritrovare entusiasmo creativo: «Sentivo il bisogno di allontanarmi, esplorare altre avventure musicali e ritrovare quella scintilla».

Il risultato è un album che conserva gli elementi distintivi del suono dei The Temper Trap – il falsetto riconoscibile di Mandagi, le chitarre atmosferiche e la tensione melodica – ma amplia sensibilmente il proprio vocabolario musicale. “Sungazer” si muove infatti tra indie rock, alternative rock, dream pop, elettronica, trip hop e post-punk, costruendo un percorso sonoro più sfaccettato rispetto ai lavori precedenti.
L’apertura è affidata a “Lucky Dimes“, brano che mette subito in chiaro la volontà di spingere la produzione verso territori più abrasivi, con chitarre distorte, sintetizzatori sperimentali e un impatto decisamente più energico. “Into The Wild” stempera successivamente i toni, alternando delicatezza acustica ed esplosioni melodiche, mentre “These Arms” e “Bird On A Wire” confermano la capacità della band di costruire arrangiamenti evanescenti e ricchi di atmosfera senza rinunciare a ritornelli dal forte respiro emotivo e che spingono a cliccare “replay”.
Uno dei momenti più efficaci del disco è “Giving Up Air“, dove una ritmica danzereccia e un’impronta quasi club convivono con testi che affrontano temi come il dolore, il lutto e la ricerca della speranza. È un contrasto che attraversa gran parte dell’album, nel quale leggerezza sonora e profondità emotiva procedono spesso in parallelo.
La title track “Sungazer” rappresenta invece il cuore emotivo del progetto. Dedicata al figlio appena nato di Dougy Mandagi, la canzone rinuncia volutamente alle grandi esplosioni sonore che hanno caratterizzato parte della produzione passata della band per privilegiare un’intimità costruita attraverso arrangiamenti misurati, influenze trip hop e una scrittura essenziale.

Nel prosieguo del disco emergono altre sfumature. “Lifeline” introduce suggestioni pop e soul con richiami agli anni Ottanta, “Runaways” recupera alcune sonorità tipiche dei primi lavori del gruppo, “Halfway” punta su melodie immediate e luminose, mentre “Dystopia Radio” rappresenta probabilmente l’episodio più deciso dell’intero album, grazie a un basso pulsante, influenze coldwave e una marcata impronta post-punk.
La chiusura affidata a “Kuru” assume un valore simbolico. Il brano, inizialmente costruito soltanto su voce e chitarra acustica, cresce progressivamente fino a trasformarsi in una conclusione cinematografica, affrontando anche le incertezze di un ritorno in un panorama musicale profondamente cambiato rispetto a quello lasciato dalla band.

Quel che è certo ed evidente, ascoltando “Sungazer“, è la volontà di evoluzione che ha accompagnato la formazione australiana nella lavorazione di questo disco. Se per certi versi quest’opera vada a rinunciare – con consapevolezza – all’immediatezza degli inni che hanno reso celebri i The Temper Trap, non passa inosservata la coerenza del progetto, la maturità della scrittura e la capacità del gruppo di sviluppare nuove direzioni sonore senza perdere la propria identità. Un bel ritorno.




