Ritual” è il nuovo album delle Icona Pop: dieci tracce tra dance-pop, electropop e synth-pop in cui Aino Jawo e Caroline Hjelt trasformano cambiamenti personali, amore e separazioni in un racconto da club.

Cosa è rimasto dell’identità che tanto successo ha portato alle Icona Pop?. Ascoltare “Ritual”, il quarto album in studio del duo svedese, è sicuramente una buona maniera per dare una risposta a questo quesito. Pubblicato a ridosso di Ferragosto da Ultra Records attraverso Iconic Sound Recordings AB, il disco arriva a tre anni di distanza da “Club Romantech” e trova Aino Jawo e Caroline Hjelt in una fase personale molto diversa rispetto agli esordi.

Dieci brani, poco meno di mezz’ora di musica, costruiti intorno a un’idea precisa: il cambiamento come condizione inevitabile e la musica come uno degli strumenti attraverso cui attraversarlo. Il risultato rimane saldamente ancorato al territorio nel quale le Icona Pop hanno costruito la propria riconoscibilità — dance-pop, electropop, synth-pop e cultura da club — ma prova a spostare il punto di vista, sottolineando un cambiamento che non intacca la pista da ballo – quella rimane sempre identica, le pareti restano intatte – bensì le persone che la abitano.

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“Ritual” è il nuovo album delle Icona Pop

Dalla sfrontatezza di “I Love It” a una nuova fase della vita

Per comprendere “Ritual ” bisogna inevitabilmente tornare a “I Love It”, il brano del 2012 che, insieme a Charli XCX, trasformò le Icona Pop in uno dei nomi più riconoscibili della dance-pop internazionale. Quella canzone era costruita sulla velocità, sull’impulsività, sull’abbandono alle conseguenze. “Ritual ” arriva invece da un’altra età della vita.

Nel frattempo Aino Jawo e Caroline Hjelt sono diventate madri, hanno attraversato cambiamenti sentimentali e personali e hanno lasciato alle spalle una parte della vita trascorsa a Los Angeles. In un’intervista con Rolling Stone, le due artiste hanno spiegato che l’album nasce proprio dalla necessità di affrontare una fase di cambiamento e di ritrovare sé stesse dopo essersi, in qualche modo, perse lungo il percorso.

Il titolo non è casuale. Il “rituale” al centro del disco è anche il gesto del ballare, inteso non soltanto come divertimento ma come pratica collettiva capace di trasformare una condizione emotiva. Andare in un club, muoversi, condividere uno spazio e una musica diventano forme di evasione ma anche di elaborazione. È una prospettiva più adulta, ma non per questo più sofisticata sul piano musicale.

La caratteristica più evidente di “Ritual ” è proprio la distanza tra ciò che raccontano i testi e ciò che fanno le produzioni. Le canzoni parlano frequentemente di separazioni, innamoramento, dolore, amicizia, maternità, desiderio e trasformazione, mentre la musica tende a mantenere una superficie luminosa, ritmica e immediata. L’apertura con “Hurt”, ad esempio, affronta l’accettazione di una relazione finita e la necessità di lasciare andare qualcuno che si ama.

È una delle tracce nelle quali il contrasto funziona meglio. Anche Pitchfork, in una recensione complessivamente severa, ha individuato nell’apertura del disco uno dei momenti più riusciti, sottolineandone la componente atmosferica e la sovrapposizione delle voci.

La title track, realizzata con Daya e pubblicata come singolo nel marzo 2026, rappresenta invece il centro concettuale del progetto. Il brano porta nella collaborazione una voce esterna senza alterare radicalmente l’identità del duo e traduce in forma pop l’idea di fondo dell’album: ballare come forma di resistenza emotiva.

La produzione di Sebastian Furrer mantiene il pezzo dentro coordinate dance-pop contemporanee, mentre il testo insiste sulla necessità di trasformare il movimento in un’abitudine, quasi in una pratica necessaria per superare ciò che accade nella vita quotidiana. È un brano programmatico più che rivoluzionario. Dice al pubblico cosa vuole essere “Ritual“, senza necessariamente indicare una strada musicale completamente nuova.

“Dance To This” e il ritorno al DNA delle Icona Pop

Se “Ritual” esplicita il concetto dell’album, “Dance To This” ne rappresenta probabilmente il collegamento più evidente con la storia del duo. Pubblicato nell’aprile 2026, il brano recupera alcuni degli elementi che hanno caratterizzato il pop elettronico delle Icona Pop: produzione immediata, ritmo sostenuto, melodie facilmente memorizzabili e una costruzione pensata per il dancefloor. Ma il contesto è diverso.

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Icona Pop

Dopo “Club Romantech“, progetto che aveva spinto maggiormente verso l’EDM, “Ritual ” sembra voler riportare il duo verso una forma più essenziale di dance-pop. Non si tratta di un ritorno nostalgico a “I Love It”, quanto del tentativo di recuperare quella combinazione tra pop, elettronica e attitudine da club attraverso una prospettiva più adulta. Il problema, osservato da una parte della critica, è che il recupero del DNA originario non sempre coincide con una vera evoluzione.

“Yellow Top” e il lato più estivo del disco

Yellow Top” porta invece “Ritual ” verso un immaginario più esplicitamente estivo. Il brano nasce attorno all’idea di un incontro e di un flirt su una spiaggia dell’Europa meridionale e utilizza una grammatica maggiormente orientata alla house e alla dance-pop. È probabilmente uno dei pezzi più immediati dell’album e, proprio per questo, uno di quelli nei quali la componente sperimentale è meno evidente. La funzione all’interno della scaletta è però chiara: dopo le tracce più introspettive, il disco torna a privilegiare la dimensione fisica e sociale della musica.

La parte conclusiva di “Ritual ” è forse quella che meglio permette di comprendere la struttura emotiva dell’album. “Cooler” affronta il distacco e la necessità di prendere le distanze. “Mad Love” torna invece a una forma più esplicitamente pop, mentre “Didn’t Mean It Like That” si concentra sulle incomprensioni e sulle giustificazioni all’interno di una relazione.

Con “Never Over” emerge il tema di ciò che resta dopo una separazione: una relazione può essere terminata nella realtà, ma non necessariamente nella memoria. La chiusura affidata a “Foreverness” sposta ulteriormente il tono. Non c’è più la tensione della rottura, ma una forma di malinconia più sedimentata. È uno dei brani che la critica ha accolto più favorevolmente, proprio perché riesce a combinare la componente emotiva con una produzione meno prevedibile.

La sequenza complessiva può quindi essere letta quasi come un percorso sentimentale: innamorarsi, lasciarsi coinvolgere, perdere qualcosa, provare a elaborarlo e infine imparare a conviverci. Non è un concept album in senso stretto, ma esiste comunque una progressione emotiva riconoscibile, un progetto più maturo nei contenuti di quanto non sia radicale nella forma.

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Icona Pop

La collaborazione come metodo di lavoro

L’album nasce da un lavoro fortemente collaborativo. Aino Jawo e Caroline Hjelt rimangono al centro della scrittura e dell’interpretazione, ma il progetto coinvolge diversi autori e produttori, tra cui Sebastian Furrer, Erik Hassle e Hanna Jäger, oltre alla stessa Daya per la title track. Il mixing è affidato a Eric J. Dubowsky, mentre il mastering è di Sören von Malmborg. Ne deriva un album nel quale la dimensione autorale delle Icona Pop convive con una produzione contemporanea pensata per mantenere il duo all’interno del circuito internazionale della dance-pop.

È un disco che vuole interrogarsi su cosa significhi continuare a fare musica dance quando la vita è cambiata. La risposta delle Icona Pop è quella di mantenere la pista da ballo al centro, ma cambiarne la funzione: non più soltanto luogo di festa e disinibizione, bensì spazio nel quale elaborare ciò che accade fuori dal club. È una scelta coerente con il momento della loro carriera, anche se non sempre accompagnata da una rivoluzione sonora. Che questa potesse essere così necessaria per la storia musicale del duo, lo lasciamo decidere agli ascoltatori.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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