A oltre vent’anni dall’ultimo album di inediti, Carly Simon pubblica Comes in Waves, un lavoro intimo e riflessivo che riporta al centro la sua voce e una scrittura attraversata da amore, memoria, perdita e creatività.

A più di vent’anni dall’ultimo album di inediti, Carly Simon torna con Comes in Waves, un nuovo capitolo discografico che assume un significato particolare tanto per la sua collocazione nella carriera dell’artista quanto per le circostanze nelle quali è stato realizzato. L’album arriva infatti dopo un lungo periodo lontano dalle pubblicazioni discografiche e nasce da un processo creativo sviluppatosi negli ultimi anni, mentre l’artista affrontava problemi di salute e una fase personale segnata da cambiamenti fisici e dalla consapevolezza del tempo trascorso.

Il risultato è una raccolta di dodici brani che mette insieme nuove composizioni e canzoni recuperate da materiali conservati per anni. Il titolo stesso del disco ne sintetizza la filosofia: tutto torna, ma non necessariamente secondo una traiettoria lineare. Amore, dolore, gioia, perdita, memoria e creatività riemergono “a ondate”, come ricordi e sensazioni che tornano in superficie in momenti imprevedibili.

Un album nato lontano dai riflettori

Per realizzare Comes in Waves, Carly Simon è tornata a lavorare in uno dei suoi studi di Martha’s Vineyard, all’interno di quello che descrive come uno spazio profondamente personale: la stanza della figlia Sally, rimasta legata ai ricordi dell’infanzia. Il progetto ha coinvolto alcune delle persone più vicine alla cantautrice, tra cui i figli Ben Taylor e Sally Taylor. Quest’ultima ha inoltre curato l’artwork delle copertine dei singoli.

Il processo di scrittura è stato tutt’altro che lineare. Carly Simon racconta di aver continuato a conservare nel corso degli anni quaderni, fotografie, registrazioni, demo e frammenti di canzoni, alcuni dei quali rimasti per molto tempo in scatole e archivi personali prima di essere recuperati. È proprio da questo materiale che prende forma parte di Comes in Waves: un album nel quale il passato non viene semplicemente celebrato, ma rielaborato attraverso una produzione che prova a mettere in dialogo differenti momenti della sua storia musicale.

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Carly Simon

Tra torch song, vaudeville e sperimentazione

Musicalmente, Comes in Waves si muove in territori legati alla tradizione della torch song, del pop orchestrale, del soul e del vaudeville, senza rinunciare a soluzioni produttive meno convenzionali.

Uno degli aspetti più interessanti del progetto è proprio il contrasto tra la componente tradizionale della scrittura e alcuni interventi sonori più eccentrici. “Peaches”, per esempio, introduce un groove che richiama la musica degli anni Ottanta e alcune soluzioni associate a Talking Heads e Paul Simon, mentre “Slowly” incorpora sonorità di matrice orientale e la partecipazione dell’arpista Andreas Vollenweider.

Il disco ospita inoltre una delle ultime performance di John Forté, cantante, compositore e produttore nonché amico di lunga data di Simon, al quale l’album è dedicato.

La voce di Carly Simon al centro del progetto

Se la produzione cambia registro, il punto di riferimento rimane la voce di Carly Simon, oggi inevitabilmente segnata dal tempo ma ancora capace di modulare con grande precisione le diverse sfumature emotive del repertorio.

È particolarmente evidente in “The Father Daughter Dance”, brano costruito intorno al desiderio di poter condividere ancora una volta un momento con il proprio padre. Il ballo diventa così il simbolo di un’epoca dell’esistenza associata all’innocenza e a una dimensione familiare ormai irrimediabilmente lontana.

In “Slowly”, invece, la dimensione vocale e quella strumentale si fondono in una composizione più intensa, nella quale la fragilità della voce diventa parte integrante dell’interpretazione.

Non tutto il disco raggiunge però lo stesso livello. Alcuni brani sembrano risentire di una scrittura più convenzionale e di testi talvolta meno incisivi rispetto ai momenti migliori del repertorio di Simon. È una delle principali criticità evidenziate dalla critica, soprattutto se il confronto viene inevitabilmente fatto con i suoi lavori più importanti.

Ma Comes in Waves sembra chiedere anche di essere valutato al di fuori della semplice gerarchia tra “album riuscito” e “album minore”. Il suo interesse risiede in larga parte nel modo in cui una delle figure più riconoscibili della musica americana torna a confrontarsi con il proprio passato senza limitarsi a riproporlo.

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Carly Simon

Oltre “Nobody Does It Better”

Il rapporto con il passato è inevitabile quando si parla di Carly Simon. La sua carriera comprende alcune delle pagine più riconoscibili della musica popolare americana, a partire da “Nobody Does It Better”, il tema di Agente 007 – La spia che mi amava, scritto da Marvin Hamlisch e Carole Bayer Sager e interpretato da Simon.

Ma ridurre Carly Simon a quella canzone significherebbe perdere una parte consistente della sua storia artistica.

Nel corso della sua carriera ha attraversato pop, rock, folk, jazz e standard, costruendo una discografia nella quale la dimensione interpretativa è stata spesso inseparabile da quella autoriale. Un passaggio significativo in questa direzione è stato Never Been Gone del 2009, album nel quale Simon aveva riletto in forma più essenziale alcune delle proprie composizioni, lasciando emergere con maggiore evidenza la personalità delle canzoni.

Un altro riferimento importante è Moonlight Serenade, album del 2005 composto prevalentemente da reinterpretazioni di standard e prodotto da Richard Perry, storico collaboratore associato anche alla produzione di “Nobody Does It Better”.

La musica come ritorno

È proprio il concetto di ritorno a costituire il filo conduttore più forte di Comes in Waves. Simon descrive la creatività come qualcosa che non ha mai realmente smesso di manifestarsi, anche durante gli anni di minore esposizione pubblica.

Le canzoni sono arrivate “a frammenti”, in momenti e luoghi diversi: in camera da letto, in cucina, in macchina, nel fienile, durante la notte o nelle prime ore del mattino. Non un processo pianificato secondo le logiche dell’industria discografica, dunque, ma una necessità creativa che ha continuato a riaffiorare.

Ed è questa forse la chiave più interessante per leggere l’album.

Comes in Waves non cerca necessariamente di dimostrare che Carly Simon sia ancora quella di cinquant’anni fa. Racconta piuttosto cosa significa continuare a creare quando il tempo ha trasformato la voce, il corpo, i rapporti e la percezione del proprio passato.

Il risultato è un disco imperfetto, con momenti di grande intensità accanto ad altri più convenzionali, ma profondamente coerente con il titolo che porta. Perché, nella musica di Simon, ciò che sembrava concluso può tornare: un ricordo, una melodia, una persona, un dolore o persino una canzone rimasta per decenni dentro una scatola. E, ancora una volta, sotto forma di onda, può raggiungere la superficie.

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