La collaborazione con i Sud Sound System e Leo Rojas va ad incorniciare un brano che guarda alle “Radici” di ognuno di noi come elemento distintivo di unicità e appartenenza. Antonio Maggio si racconta, con la musica e in generale la scrittura, da sempre uno strumento potentissimo. Ecco la nostra intervista.
La penna di Antonio Maggio ha sempre cercato nell’autenticità e nella trasparenza il proprio fulcro. Vincitore di Sanremo Giovani nel 2013, negli anni ha costruito una carriera lontana dalle logiche dell’omologazione, alternando pop d’autore, contaminazioni e collaborazioni senza mai rinunciare a uno sguardo attento sulle questioni sociali, ambientali e culturali. Con il nuovo singolo “Radici“, realizzato insieme ai Sud Sound System e con la partecipazione di Leo Rojas, torna a raccontare il legame con la propria terra, rimodellando il Salento nella forma di un simbolo di identità, memoria e appartenenza.
Oggi Antonio Maggio riflette sul valore delle proprie origini in un mondo sempre più veloce e globalizzato, sul significato di custodire la memoria dei luoghi e sull’importanza di dare spazio, attraverso la musica, a temi che riguardano la collettività. Dalla ferita della Xylella alla tutela dell’ambiente, passando per il peso della parola e i cambiamenti dell’industria musicale, emerge il ritratto di un artista che continua a considerare il cantautorato uno strumento di racconto e di consapevolezza.

“Radici” nasce come una riflessione sulle proprie origini e sul rapporto con la terra da cui proveniamo. In un’epoca in cui tutto sembra spingere verso una dimensione sempre più globale e veloce, cosa significa poter contare su delle radici?
Credo sia fondamentale per mantenere la propria intima identità. In un’era in cui si tende a omologare tutto, il singolo individuo resta l’unica àncora di salvezza per tenere viva la società. E le nostre unicità e personalità le costruiamo anche attraverso le nostre radici, che maturano in noi col tempo che scorre.
Nel brano il concetto di radice viene raccontato come fosse una forza capace di accompagnarci nel percorso della vita. È un messaggio molto attuale, soprattutto per chi lascia il proprio territorio per inseguire un sogno. Quanto il distacco dalla propria terra ha influenzato il tuo percorso umano e artistico?
Lo ha influenzato in maniera direttamente proporzionale alla consapevolezza che ho sviluppato delle mie radici. Chi sono, cosa faccio e cosa scrivo sono il frutto di un vissuto, in particolare quello formativo dei primi anni di vita, legato inevitabilmente alle scoperte della mia terra natia, delle sue bellezze, dei suoi profumi, anche dei suoi suoni. Non è stato tanto il distacco a influenzare il mio percorso, quanto piuttosto l’esperienza del ricordo.
La collaborazione con Leo Rojas porta nel brano una dimensione quasi ancestrale: il suo flauto di Pan, realizzato con il legno degli ulivi del Salento colpiti dalla Xylella, contiene una storia nella storia. Dicci di più rispetto all’importanza, per un artista riuscire a trasformare anche una ferita del territorio in un elemento di memoria e bellezza?
La collaborazione con Leo Rojas è stata una scoperta meravigliosa: parliamo di un artista internazionale che si messo subito a disposizione della canzone e del suo racconto, probabilmente perché molto vicino al concetto stesso di radici. D’altronde, se ci pensiamo, il suo flauto di pan è già espressione della cultura del suo paese, l’Ecuador, di cui lui si fa ambasciatore in tutti gli angoli del mondo in cui tiene i suoi concerti.
Ma prima ancora del suo spessore artistico, ho apprezzato tantissimo quello umano, perché si è talmente tanto calato nel brano che ha voluto omaggiare il nostro Salento (mio e dei Sud) costruendo il flauto di pan che ha suonato in “Radici” con il legno degli ulivi del Salento, portando quindi all’opera anche una valenza sociale e rendendola quindi completa a livello comunicativo. Questo gesto permette di ampliare un racconto, di tenere alta l’asticella dell’attenzione su un tema, quello della xylella, di cui si tende sempre a parlarne poco. L’immagine paesaggistica del Salento é stata stravolta da questo virus, deturpata per sempre. E dare simbolicamente una seconda vita a questi alberi estirpati mi emoziona molto.
I Sud Sound System rappresentano da sempre una delle espressioni più autentiche della cultura salentina, capaci di unire musica, dialetto e identità sociale. Come è nato l’incontro con loro e cosa pensi possa ancora raccontare oggi la musica popolare alle nuove generazioni?
L’accostamento con i Sud Sound System é stato praticamente spontaneo: appena scritta la canzone, il mio pensiero è andato a loro che sono a tutti gli effetti i massimi esponenti delle radici salentine, dai tempi della loro “Le radici ca tieni”. Credo che nessuno più di loro incarni artisticamente il nostro Salento, motivo per cui ho subito pensato che un loro feat. in “Radici” potesse portare un vero valore aggiunto all’opera.

Artisti e persone straordinarie, estremamente disponibili, sono molto orgoglioso della loro amicizia. La cosa che più mi colpisce, ogni volta che ci trascorro del tempo insieme, è la loro autenticità: qui mi ricollego alla risposta che ho dato alla tua prima domanda, quindi al concetto della personalità dell’individuo.
Il Salento è spesso raccontato come una terra di grande energia culturale e musicale, ma anche come un territorio che affronta problematiche sociali e ambientali importanti. Una terra che continua a influenzare il tuo modo di scrivere e raccontare il presente?
Sotto questo punto di vista il Salento per me è croce e delizia. Lo amo troppo per la sua energia unica, per i suoi colori, per la sua gente. É casa mia e lo conosco troppo bene, anche per scorgerne le sue problematiche, soprattutto ambientali, che stanno pian piano entrando nella consapevolezza di chi lo abita. Per troppi anni i venti tossici da est e da ovest delle zone confinanti hanno continuato a convergere nel Salento, alzando tantissimo il tasso di cancro al polmone.
La xylella, i rifiuti… insomma, il Salento è un territorio controverso, che però ha una potenza e una bellezza impareggiabili. Che continua a farmi scrivere d’amore, lo stesso che provo nei suoi confronti.
antonio maggio
Nel corso della tua carriera hai attraversato linguaggi diversi: dalla vittoria a Sanremo Giovani fino ai progetti più recenti, passando per il cantautorato, il jazz e diverse collaborazioni. Guardando indietro, quali sono stati i momenti che hanno maggiormente cambiato il tuo modo di intendere la musica?
Diciamo che mi è sempre piaciuto sperimentare, conoscere e confrontarmi. Il mio habitat naturale resta sempre il cantautorato, ma non posso negare che l’influenza delle varie esperienze fatte mi abbia contaminato molto, nella scrittura e nel modo di cantare. Se dovessi pensare a un momento in particolare che ha inciso tanto sul mio modo di intendere la musica, vado indietro nel tempo di qualche anno, nel 2015, una chiacchierata inaspettata ed emozionante nella mia Lecce con Francesco De Gregori, un mito assoluto. Ecco, quella sera forse ho capito molte cose.
Hai sempre dato grande attenzione alla parola, tanto da ricevere anche riconoscimenti legati al valore letterario delle tue opere. In un periodo storico in cui spesso la musica vive di immediatezza e frammenti brevi, quanto è ancora importante difendere il peso della scrittura e della narrazione?
É fondamentale oggi custodire l’importanza della parola e della nostra lingua. Bisogna sì guardare al tempo che viviamo, in cui sicuramente l’immediatezza e la velocità dei social lo fanno da padroni, ma senza farci travolgere al punto da perdere la cognizione di chi siamo e da dove veniamo. Abbiamo un aspetto culturale e storico da preservare e tramandare, altrimenti rischiamo di disperdere un patrimonio artistico dal valore inestimabile.
Da artista, senti oggi una responsabilità ancora maggiore nel portare avanti attraverso la musica temi sociali e civili? E quali sono, secondo te, le urgenze che la musica dovrebbe raccontare maggiormente?
Cerco di farlo molto spesso attraverso le mie canzoni, più o meno esplicitamente. Per un cantautore dovrebbe essere la normalità quella di portare l’ascoltatore a uno spunto di riflessione su tematiche sociali, dovremmo sentirlo quasi come un dovere. La società in cui oggi viviamo ci impone di affrontare determinate tematiche, proprio perché rispetto al passato e grazie ai social c’è una modalità di accesso alla notizia molto più aperta.
Alcuni temi che ho trattato io e di cui sentivo l’esigenza di parlare, ad esempio, sono stati la violenza di genere, il cambiamento climatico, l’inquinamento, la disoccupazione, adesso l’importanza delle radici.
antonio maggio
A gennaio 2026 hai pubblicato “Greta”, un brano dedicato al tema della salvaguardia ambientale. Dalla violenza sulle donne alla tutela del pianeta, passando ora per il valore delle origini. Ce la racconti?
“Greta” è una canzone che sento tantissimo, scritta e cantata insieme a Pierdavide Carone. Attraverso una storia d’amore, ci sensibilizza sul cambiamento climatico e sull’inquinamento che tutti condividiamo nella nostra quotidianità, ma in realtà ha per entrambi un risvolto estremamente personale.
Sia io che Pier abbiamo perso i nostri papà per un cancro ai polmoni: ne parlavamo poco fa, al di là del fumo che innegabilmente resta la principale causa per questa tipologia di tumore, l’aria che respiriamo è inquinata e sembra che ce ne accorgiamo soltanto quando la gente muore, senza poi apportare nessuna giusta modifica alle nostre abitudini quotidiane. Quindi per questo motivo è una canzone che sento molto, anche perché, a differenza purtroppo del padre di Pier, il mio ha fatto in tempo ad ascoltarla prima di passare nella stanza accanto. E ne era innamorato.
La tua carriera ti ha portato anche fuori dai confini italiani, con esperienze in Canada, Russia, Lettonia, Belgio e Albania. Parlaci della necessarietà del confronto con culture musicali diverse, quanto queste hanno modificato – se lo hanno fatto – il tuo modo di guardare alla musica italiana e alla tua stessa identità?
Ma anche Argentina, Francia, Croazia e altri paesi. Il viaggio è uno degli aspetti più belli che la musica mi ha regalato. E devo dire che ogni viaggio ha fortificato in me la consapevolezza di quanto gli italiani e la musica italiana siamo amati a livello planetario. Devo dire anche grazie a Sanremo: il fatto che il nostro festival si veda in tutto il mondo ha sicuramente facilitato la conoscenza della mia musica fuori dai confini nazionali.

Oggi il panorama musicale è profondamente cambiato rispetto agli anni del tuo esordio: sono cambiate le modalità di fruizione, il rapporto tra artisti e pubblico, il ruolo dei social. Da cantautore con una lunga esperienza, quali opportunità e quali rischi vedi nella nuova industria musicale?
Il rischio più grande è sicuramente quello di omologarsi e perdere quindi un’originalità che di fondo è il segreto per cui il pubblico si affeziona a un artista nel tempo. Ma se anche il pubblico si abitua all’omologazione, siamo fritti. L’opportunità più grande invece è sicuramente una maggiore indipendenza da parte degli artisti nei confronti dell’industria discografica, che oramai nella maggior parte dei nuovi progetti e al contrario di quanto accadeva fino a qualche anno fa, irrompe in un percorso artistico dopo che questo si è auto avviato.
Con “Radici” apri un nuovo capitolo del tuo percorso. Se dovessi raccontare questo momento artistico con una parola o un’immagine, quale sceglieresti? E quali sono le direzioni verso cui senti di voler portare la tua musica nei prossimi anni?
Questo nuovo ciclo lo definirei “biologico”. Argomenti di cui è sano parlare. Prima “Greta”, ora “Radici”. E fra poco sentirete anche altro.




