Un invito a fermarsi per un momento e «a vivere fino in fondo quello che c’è». I Cosmonauti Borghesi presentano così “In analogico dirsi ti amo”, il loro secondo album. Ne parliamo a tu per tu con la band in questa intervista.
I Cosmonauti Borghesi si presentano a un appuntamento importante, quello del secondo album, la “prova del 9” per antonomasia per un musicista, con le idee chiare, tanto entusiasmo e uno spirito a proprio modo rivoluzionario. Attingono a un’estetica d’altri tempi, di tempi mai realmente vissuti in prima persona, come riconoscono loro stessi, eppure propria, per dare vita a una proposta musicale che mette l’autenticità avanti a tutto, sopra ogni possibile compromesso con un’industria musicale che impone la fretta, «come se ci fosse un timer sulla propria carriera».
È uscito negli ultimi giorni d’agosto “In analogico dirsi ti amo“, progetto rilasciato per CinicoDisincanto e Artist First, composto da otto canzoni e anticipato da diversi singoli che hanno dettato il tempo – sonoro soprattutto – dell’intera opera. Un disco lavorato con cura e pazienza, difendendolo con le unghie, anche quando le onde si sono fatte alte. Ce ne parlano in questa intervista.
“In analogico dirsi ti amo” già si porta dietro una certa poetica: l’analogico nell’immaginario rappresenta qualcosa di più lento, fisico e autentico, contrapposto a un presente dominato dalla velocità e dal “mordi e fuggi” digitale. Voi che avete attraversato televisione, festival, industria musicale e social, ci potete dire cosa può rappresentare oggi, concretamente, “dirsi ti amo in analogico”?
Per noi, “dirsi ti amo in analogico” significa soprattutto tornare a vivere ogni momento con maggiore intensità, nel modo più autentico e vero possibile. Non sarebbe corretto, però, interpretarlo come un invito ad abbandonare completamente la tecnologia: non è questo il messaggio del disco. È qualcosa di più sottile, cioè la ricerca di quei momenti in cui riesci davvero a fermarti e a renderti conto di quello che ti sta accadendo intorno.
Nel nostro caso, questo ha significato anche il modo in cui abbiamo scritto il disco: cercare di concentrarci sulla creazione artistica nella maniera più pura e sincera possibile, senza pensare troppo ai risultati, alle aspettative o a quale sarebbe stato il fine ultimo dell’album. Avevamo semplicemente la necessità di scrivere qualcosa di bello per noi, qualcosa che ci rappresentasse davvero e che raccontasse la nostra idea di artisticità. Forse “analogico” oggi significa proprio questo: riuscire, ogni tanto, a sottrarsi alla velocità e lasciare spazio a qualcosa che abbia bisogno di tempo per essere vissuto e sentito fino in fondo.
Curioso è il processo di lavorazione di questo album. Vi siete isolati in una casa di campagna e siete tornati a scrivere senza pensare a compromessi, aspettative o mercato. Dopo aver vissuto esperienze come Sanremo Giovani, il Concerto del Primo Maggio, il Circo Massimo e importanti festival, quindi confrontandovi con il mondo mainstream, che cosa avete scoperto di voi stessi quando avete tolto per un momento il rumore dell’industria? E quanto è difficile, oggi, difendere uno spazio di libertà artistica?
Nonostante sia per noi il secondo album, è come se fosse stata la prima volta in cui abbiamo scritto davvero un album come pensiamo si debba fare: partendo da un’idea, cercando una coerenza artistica e stilistica nei testi, nella musica, nel suono e nella ricerca sonora. Era qualcosa di nuovo per noi, anche perché siamo stati abituati, come tanti, a pubblicare singoli uno alla volta, che oggettivamente funzionano molto meglio dal punto di vista del marketing. Lavorare a un album in questo modo è stato molto più stimolante e ci ha permesso di raccontarci in maniera più approfondita e autentica.
Un album ti dà la possibilità di costruire un quadro più completo di quello che sei, di far capire davvero chi sono i Cosmonauti Borghesi, cosa vogliamo dire e qual è la nostra idea di musica e di immaginario. Difendere oggi uno spazio di libertà artistica è difficile, perché tutto si muove molto velocemente. Pubblicare un singolo significa già pensare a quello successivo, ci sono deadline, brani da presentare, occasioni da non perdere e, in alcuni casi, anche dei limiti anagrafici. Penso, per esempio, a Sanremo Giovani, dove l’età massima è spesso intorno ai 26 anni, anche se può cambiare. Questo finisce per creare una sorta di ansia costante legata al tempo che hai a disposizione per “farcela”.
Sembra quasi che ci sia un timer sulla tua carriera, come se a un certo punto dovessi necessariamente essere esploso. E questa, secondo me, è una cosa grave, perché rischia di spingerti non tanto a fare qualcosa in cui credi, ma a correre contro il tempo per cercare di arrivare da qualche parte. E quando inizi a correre contro il tempo, inevitabilmente rischi di perdere di vista l’arte.

Parlando dei brani, in “Gomma americana” raccontate una generazione cresciuta proprio sulla soglia tra due mondi: quello analogico dell’infanzia e quello digitale della maturità. È una condizione che porta con sé una particolare forma di memoria culturale, ma anche la sensazione di essere diventati “inadeguati” rispetto alla velocità del presente…
Sì, la nostra generazione ha vissuto un cambiamento molto veloce verso il digitale. In realtà ci siamo quasi nati dentro, ma forse solo crescendo ci stiamo rendendo conto di quanto questa cosa stia influenzando la nostra esistenza, nel bene e nel male. In “Gomma americana” ci piace raccontare soprattutto le ansie e le paure che derivano da questo cambiamento: la velocità del progresso si riflette sull’ansia da prestazione che abbiamo nei confronti della vita, sui traguardi che sentiamo di dover raggiungere e anche sul fatto che siamo sempre più deconcentrati, distaccati, un po’ alienati. E in parte ce ne facciamo anche una colpa.
Allo stesso tempo, noi siamo totalmente dentro a questo mondo. Non abbiamo la presunzione di insegnare agli altri come smettere di essere digitali, perché sarebbe assurdo: siamo i primi a esserlo. Però ci interessa raccontarlo e provare a capire cosa significa vivere questa condizione. Ci piace anche giocare con una sorta di finta nostalgia per gli anni Ottanta e per l’analogico, perché è un mondo che in realtà non abbiamo mai vissuto: siamo tutti nati dopo il Duemila. Eppure abbiamo una grande ammirazione per la musica di quegli anni e per i gruppi che l’hanno attraversata, che influenzano molto quello che facciamo, anche a livello estetico.
In “Gomma americana”, per esempio, c’è un riferimento al televideo. Noi l’abbiamo visto quasi soltanto a casa dei nostri nonni, quindi è un oggetto abbastanza anacronistico. Oggi esistono mille modi più veloci ed efficienti per informarsi, però ci affascina l’estetica e soprattutto la fisicità di strumenti come il televideo o, come citato in “Depeche Mode”, il jukebox. Sono oggetti molto specifici e tangibili, che in qualche modo ti fanno percepire anche il valore che potevano avere le singole cose quando non avevi tutto a disposizione, continuamente, dentro un unico dispositivo.

“Depeche Mode”, poi, utilizza la musica come dispositivo capace di cambiare il nostro stato d’animo, ma contemporaneamente mette in scena una generazione immersa nelle identità digitali e negli immaginari condivisi. Oggi, che gli algoritmi contribuiscono persino a stabilire quali canzoni ascolteremo, quanto è ancora possibile che sia la musica a trasformare davvero il nostro umore, anziché essere semplicemente un altro contenuto che l’algoritmo ci consegna?
Noi siamo convinti che la musica potrà sempre emozionarci e regalarci delle sensazioni che nessun’altra cosa al mondo è in grado di dare. Per questo cerchiamo di guardare al futuro in maniera positiva, restando convinti che le canzoni giuste, quelle scritte col cuore e che hanno davvero qualcosa da dire, riusciranno sempre a emergere. Anche in mezzo a un mare di brani creati artificialmente o spinti attraverso algoritmi sempre più complessi, pensiamo che ci sarà sempre spazio per qualcosa che riesca a creare un’emozione vera. Alla fine, è proprio questa la cosa che ci fa continuare a credere nella musica.
Nel disco tornano continuamente il tempo, la fragilità, le occasioni perdute, la paura, il desiderio e la necessità di attraversare le proprie emozioni: da “Bastasse un’ora” a “Gocce di limone”, fino a “Temporali estivi”. La vostra scrittura cerca di recuperare una dimensione emotiva autentica, mentre lì fuori c’è una diffusa difficoltà a mostrarsi vulnerabili. Quanto è diventata, per voi, la vulnerabilità una forma di resistenza agli spigoli del mondo?
Da sempre la musica, non solo per noi, è un posto sicuro in cui potersi rifugiare e anche confidare, esprimendo le sensazioni più pure e sincere rispetto a quello che ci accade. La vulnerabilità, secondo noi, è fondamentale per riuscire a esprimere davvero qualcosa. Quando riesci a far cadere quel muro, a toglierti quella maschera di onnipotenza che questo mondo sembra imporci — l’idea di dover essere perfetti, efficienti, quasi intramontabili, di non farsi scalfire da nessun ostacolo e andare sempre dritti per la propria strada — allora vengono fuori le ansie, le paure e tutte quelle emozioni vere e legittime che proviamo ogni giorno.
Ed è proprio questo, secondo noi, che permette di connettersi davvero con le persone che ascoltano la tua musica: raccontare qualcosa che tutti viviamo, senza la necessità di fingere di avere sempre tutto sotto controllo. Anche perché uno dei messaggi che ci piace far passare è proprio questo: non bisogna essere sempre i primi, non bisogna per forza dimostrare qualcosa. A volte va bene anche semplicemente essere quello che si è. E va bene così.
Affrontate temi spesso profondamente malinconici attraverso melodie ritmate, pop, funk, disco, rock ed elettronica. È quasi una forma di “esorcismo” musicale del dolore. Una maniera Cosmonauti-coded per trasformare le difficoltà in energia, movimento e persino leggerezza?
È totalmente Cosmonauti-coded! E forse è un’espressione che continueremo a usare. Ci piace molto il contrasto tra il messaggio e il tono di una canzone. Noi amiamo una musica che abbia radici nel groove e nel ritmo, e ci siamo chiesti: perché una canzone da ballare dovrebbe essere per forza priva di contenuto o di un messaggio? Sia chiaro, non ci permetteremmo mai di dire che le nostre canzoni abbiano un particolare impegno politico o sociale. Però c’è quel minimo che per noi è sufficiente a trasmettere un messaggio, che nasce dalle nostre esperienze e da quello che viviamo.
Perché allora non possiamo mettere in mezzo a un pezzo con un ritmo incalzante qualcosa che per noi è importante? Perché una canzone che ti fa muovere deve essere necessariamente una “canzonetta”? A noi piace proprio l’idea di sovrapporre queste due cose: da una parte la voglia di ballare, dall’altra la possibilità di parlare di qualcosa di più profondo. È un contrasto che sentiamo molto nostro.
La vostra storia è particolarmente rapida: dall’esordio del 2023 siete arrivati in pochi anni a un album, a Sanremo Giovani come unica band tra i 24 artisti selezionati, al Capodanno del Circo Massimo, al Primo Maggio e a una serie di festival e opening importanti. Come si metabolizza una crescita così veloce? E c’è stato un momento nel quale avete avuto la sensazione che la vostra carriera stesse andando più rapidamente della vostra stessa capacità di comprenderla e strutturarla?
Non sono sicuro che siamo mai riusciti veramente a metabolizzarla. In teoria dovresti cercare di goderti ogni singolo momento e renderti conto delle cose belle che stai facendo, ma spesso è difficile, perché pensi sempre a quanto poco ti manca per fare il cosiddetto salto. È una cosa sbagliatissima, purtroppo, e anche noi ci siamo un po’ cascati. Sembra sempre di essere lì lì per arrivare, ma la verità è che per durare nel tempo devi crescere, rafforzarti e avere le spalle abbastanza larghe per affrontare anche i momenti più difficili.

Un percorso è fatto di salite e discese, e bisogna imparare a non buttarsi giù ogni volta che le cose non vanno come vorresti. Credo che, nonostante tutto, abbiamo fatto un buon lavoro. È praticamente impossibile non farsi un po’ travolgere da tutte le cose che ti capitano quando iniziano ad arrivare, però siamo ancora qui, abbiamo scritto un album e stiamo piano piano sviluppando quella maturità che ci serve per poter costruire qualcosa di bello nel tempo.
Avete vinto sia Lazio Sound Recording sia il bando Nuovo IMAIE per le nuove produzioni discografiche. Al di là del valore economico e produttivo, quanto possono essere importanti oggi le politiche pubbliche e i sistemi di sostegno alla musica per permettere a una band emergente di costruire un percorso realmente autonomo? E che cosa dovrebbe cambiare, secondo voi, nel rapporto tra istituzioni, industria e nuovi artisti?
Questo tipo di politiche pubbliche e di sistemi di sostegno è fondamentale per i progetti emergenti e per gli artisti indipendenti che non hanno le possibilità economiche per sostenere la produzione di un album, la promozione o un tour. Siamo quindi felicissimi che esistano queste realtà e speriamo che possano essere sempre di più. Noi siamo assolutamente onorati di aver potuto usufruire di queste opportunità. Secondo noi, invece, il problema principale dell’industria discografica di oggi è che le etichette, soprattutto le major, investono sempre meno sugli artisti.
Aspettano che un artista diventi virale sui social e faccia i numeri da solo, e solo quando comincia a generare risultati arrivano a spingerlo. In molti casi, però, a quel punto diventa quasi inutile: se sei riuscito a promuoverti da solo e a portare la tua musica alle persone senza l’aiuto di una major, perché dovresti legarti a una realtà che magari rischia anche di limitare la tua libertà attraverso contratti molto vincolanti? Noi siamo fortunati perché abbiamo trovato una piccola realtà discografica che ha creduto in noi a prescindere dai numeri e che ha deciso di investire nel nostro progetto prima ancora che potessimo dimostrare di poterli fare.
Oggi le etichette investono meno sugli artisti. Aspettano che diventi virale sui social e che faccia numeri da solo, prima di spingerlo. A quel punto, perché accettare contratti molto vincolanti se si è riusciti a portare la propria musica alle persone senza una major alle spalle?
cosmonauti borghesi
Ed è esattamente questo tipo di rapporto che secondo noi dovrebbe tornare ad avere più spazio. Il problema è proprio questo: sembra che, secondo l’industria discografica di oggi, l’unico modo per farcela sia diventare virali sui social. E secondo noi è una piaga. I social sono un mezzo e vanno sicuramente sfruttati il più possibile, ma è terribile che le aspettative finiscano per ricadere quasi interamente sui numeri che riesci a fare online, invece che sulla qualità della musica e sul valore artistico di un progetto.

La scena musicale contemporanea offre possibilità di produzione e pubblicazione che fino a pochi anni fa erano impensabili, ma allo stesso tempo impone agli artisti una presenza quasi permanente. Quanto questa trasformazione sta modificando il modo stesso di concepire una band? E voi, come Cosmonauti Borghesi, dove tracciate il confine tra ciò che serve alla musica e ciò che rischia invece di diventare rumore intorno alla musica?
Il modo di concepire una band rimane lo stesso e rimarrà sempre lo stesso. Quello che è cambiato è tutto ciò che gli sta intorno, non ti nascondo che sia difficile capire sempre cosa sia giusto per la band e cosa invece no. Soprattutto sui social, dove determinate cose vengono spinte e altre finiscono inevitabilmente per essere oscurate, è complicato trovare un equilibrio tra la propria artisticità, la propria estetica e, allo stesso tempo, ciò che può aiutarti concretamente in termini di numeri, promozione e marketing. È una cosa su cui sbattiamo spesso la testa.
Anche tra di noi ci capita di fare lunghe chiacchierate per capire quale sia la scelta giusta, quanto abbia senso assecondare certi meccanismi e quanto invece sia importante rimanere fedeli a quello che siamo. L’unica cosa su cui non scenderemo mai a compromessi, però, è la qualità della musica: dalla scrittura alla produzione, fino a tutte le fasi che ci sono in mezzo. Quelle per noi sono assolutamente sacre e non verranno mai intaccate in nessun modo.
Se questo album rappresenta, come avete detto, il disco che più vi rappresenta, allora viene naturale chiedervi che cosa volete che rimanga dei Cosmonauti Borghesi dopo l’ascolto di “In analogico dirsi ti amo”. Non soltanto quale canzone, quale ritornello o quale suono, ma quale idea dell’essere umano, dell’amore e del presente vorreste che l’ascoltatore portasse con sé una volta terminata l’ultima nota di “Temporali estivi”?
La sensazione che vorremmo lasciare alla fine dell’ascolto è quella di un grande sospiro di sollievo. Il disco contiene diversi riferimenti e anche qualche frecciatina alla società di oggi, però abbiamo cercato di farlo attraverso una dimensione quasi incantata, un po’ eterea, che è presente anche nella musica: sognante, distesa, quasi crepuscolare dal punto di vista sonoro. Alla fine, però, quello che vorremmo rimanesse è un messaggio molto semplice: forse tutto quello di cui abbiamo bisogno ce l’abbiamo già, dovremmo solo riuscire a rendercene conto.
A dare più valore a quello che abbiamo davanti, alle persone, alle emozioni e ai momenti che stiamo vivendo, senza essere sempre concentrati su quello che ci stiamo perdendo o su quello che potrebbe esserci dopo. È un po’ un invito a fermarsi, almeno per un momento, e a vivere fino in fondo quello che c’è. Se alla fine del disco rimane questa sensazione, per noi sarebbe già tantissimo.




