Un timbro avvolgente e appassionante, al servizio di canzoni la cui matrice emozionale, semplice e diretta, che catturano l’attenzione al primo ascolto. La nostra intervista a Valentina Indelicato, vincitrice del Festival Bacco 2026.
Conosciamo da vicino Valentina Indelicato, giovane cantautrice e musicista che ha fatto incetta di premi all’edizione 2026 del Festival Bacco, rassegna dedicata alla musica emergente che si svolge ogni estate nel piccolo borgo salernitano di San Gregorio Magno. 4Quarti Magazine, anche quest’anno media partner dell’evento, ha ascoltato con attenzione le proposte dei sei finalisti, tutte molto valide, e ha trovato nell’artista campana – trionfatrice dell’edizione con il brano “A domani” – una valida rappresentazione di nuovo cantautorato, fatto con intelligenza, freschezza e tanta preparazione.
Il tuo percorso artistico nasce dall’incontro tra discipline diverse: danza, teatro, pianoforte, violino, canto e oggi anche una formazione jazzistica al Conservatorio. In che modo questa pluralità di linguaggi ha contribuito a costruire la tua identità musicale? C’è un momento preciso in cui hai capito che la musica non sarebbe stata soltanto una passione, ma il tuo modo di raccontare il mondo?
Credo che la pluralità di linguaggi artistici che ho incontrato nel corso della mia formazione non mi abbia portata a scegliere una disciplina a discapito delle altre, ma mi abbia insegnato a considerarle tutte come parti di uno stesso modo di esprimermi. La danza mi ha insegnato il rapporto con il corpo e con il movimento, il teatro quello con l’interpretazione e con l’emozione, il pianoforte e il violino la disciplina, l’ascolto e la costruzione musicale, mentre il canto mi ha dato la possibilità di mettere tutto questo al servizio della parola e della mia voce.
Anche oggi, studiando violino e canto jazz al Conservatorio, sento che ogni esperienza precedente continua a vivere dentro quello che faccio. Il jazz, in particolare, mi sta insegnando ad ascoltare ancora di più, a lasciare spazio all’imprevisto, alla libertà e all’interazione, e credo che questo dialoghi molto bene con la mia formazione classica. Alla fine, la mia identità musicale nasce proprio da questo intreccio: non sento il bisogno di definirmi attraverso un solo genere o un solo linguaggio, perché ogni percorso ha lasciato qualcosa nel mio modo di sentire e di raccontare.

Quanto al momento preciso in cui ho capito che la musica sarebbe stata qualcosa di più di una passione, forse non riesco a individuarne uno solo. La verità è che la musica è stata parte di me da sempre, ancora prima che potessi darle un nome. È una presenza talmente naturale nella mia vita che non ricordo un momento in cui abbia deciso consapevolmente di sceglierla.
Con gli anni ho semplicemente iniziato a comprendere che attraverso la musica riuscivo a dire qualcosa che, con le sole parole, non sempre riuscivo a esprimere. Ed è probabilmente lì che è maturata la consapevolezza: quando ho capito che cantare, suonare e oggi anche scrivere canzoni non erano soltanto modi per fare arte, ma un modo per leggere la vita, interrogarmi su quello che vivo e trasformare emozioni personali in qualcosa che potesse arrivare anche agli altri. Per me la musica è diventata naturalmente una necessità, un linguaggio e, in qualche modo, un respiro. È il mio modo di raccontare il mondo, ma anche di provare a comprenderlo.
Sei una musicista con una formazione classica molto solida, ma il tuo progetto da cantautrice attraversa pop, jazz e scrittura d’autore. In un periodo storico in cui spesso gli artisti vengono classificati rapidamente per genere o trend, quanto è importante per te difendere una propria libertà espressiva e non farsi ingabbiare dalle definizioni?
Tanto. Per me la libertà espressiva è fondamentale, forse è una delle cose che difendo maggiormente nel mio percorso artistico. Non mi piace pensare alla musica come a qualcosa che debba necessariamente rientrare in una definizione precisa, perché sento che ogni esperienza che ho vissuto, dalla formazione classica al jazz, fino al pop e alla scrittura d’autore, fa parte di me e inevitabilmente confluisce in quello che sono e in ciò che creo.
Credo che i generi siano degli strumenti meravigliosi, perché permettono di conoscere linguaggi, tecniche e mondi diversi, ma non dovrebbero diventare delle gabbie. Una canzone, prima ancora di essere pop, jazz o altro, deve avere qualcosa da dire e deve riuscire a rappresentare in modo sincero e autentico chi la sta cantando, chi si fa portavoce del messaggio comunicativo. Mi piace quindi poter attingere a linguaggi diversi, senza sentire necessariamente il bisogno di scegliere un’unica definizione. Allo stesso tempo, credo sia importante costruire nel tempo una propria identità, riconoscibile e coerente, lasciando però che possa crescere e maturare senza barriere o limiti.
Non penso sia necessario rincorrere un genere o una tendenza per trovare il proprio spazio. Preferisco che siano le canzoni, con il loro linguaggio e le loro emozioni, a raccontare naturalmente chi sono in quel momento del mio percorso.
Con il brano “A domani”, vincitore del Festival Bacco 2026, affronti un tema molto attuale: il valore del presente in una società che sembra sempre proiettata verso il futuro, il risultato e la promessa di qualcosa di più grande. Da cantautrice, perché hai sentito il bisogno di raccontare un amore fatto più di presenza quotidiana che di grandi dichiarazioni?
“A domani” nasce proprio dal desiderio di fermarmi su qualcosa che spesso rischiamo di dare per scontato: la presenza. In una società in cui siamo continuamente proiettati verso quello che verrà, verso il prossimo obiettivo o la promessa di qualcosa di più grande, mi premeva raccontare dell’amore che trova il suo valore nelle piccole cose di ogni giorno. Non sempre abbiamo bisogno di grandi dichiarazioni per dimostrare quello che proviamo. A volte anche un gesto semplice, una presenza costante, la voglia di ritrovarsi il giorno dopo possono dire molto di più. Quel “a domani” diventa quasi una promessa silenziosa, coraggiosa, rinnovata nel tempo: esserci, continuare a scegliersi, condividere il quotidiano.
Il brano è nato a quattro mani con il cantautore Mario Puglisi, e questo confronto ha contribuito in modo prezioso alla sua forma e alla sua sensibilità. È stato bello poter costruire insieme una canzone partendo proprio da questa idea di amore per la vita, intimo e concreto, lontano dalla necessità di doverlo sempre raccontare attraverso qualcosa di straordinario. Credo che “A domani” parli, in fondo, della bellezza di dare valore a ciò che abbiamo davanti, senza aspettare continuamente il futuro per sentirci appagati. E forse è proprio questo che oggi sentivo il bisogno di raccontare: che anche la quotidianità, quando è vissuta con presenza e autenticità, può essere qualcosa di grande e prezioso.
Nel testo di “A domani” emerge una riflessione sulla fragilità come forma di sincerità, non come debolezza: l’idea che anche un gesto semplice possa avere un valore profondo nel tempo. Quanto la scrittura nasce dalla necessità di elaborare esperienze personali e quanto invece dal desiderio di raccontare emozioni collettive in cui altre persone possano riconoscersi?
Nel mio modo di concepire la scrittura le due dimensioni siano molto legate. Quasi sempre parto da qualcosa che sento, da un’esperienza, da un’emozione o anche semplicemente da una riflessione personale. È il mio modo di mettere ordine dentro quello che vivo e di dare una forma a sensazioni che magari, nella vita quotidiana, non riesco a esprimere con la stessa chiarezza.
Allo stesso tempo, però, quando scrivo non penso soltanto a raccontare me stessa. Mi interessa che quello che parte da un’esperienza personale possa trasformarsi in qualcosa di più universale, in cui qualcun altro possa riconoscersi. Penso che sia proprio questa una delle cose più belle della musica: riuscire a partire da una storia individuale e arrivare a toccare un’emozione che appartiene a tante persone e che possa essere condivisa.

In “A domani”, per esempio, la fragilità non viene vissuta come una debolezza, ma come qualcosa di estremamente umano e sincero. Anche il valore di un gesto semplice, di una presenza o di una parola può assumere significati diversi a seconda di chi ascolta, perché ognuno può collegarlo alla propria esperienza. Forse è proprio questo il motivo per cui amo scrivere e, più in generale, fare musica: l’arte ha il magico potere di creare connessioni. Nel momento in cui una persona riesce a ritrovare una parte di sé dentro una mia canzone, quella storia smette di essere soltanto mia e diventa emozione condivisa.
Negli ultimi anni hai ottenuto importanti riconoscimenti in contesti molto diversi, dal mondo classico a quello pop e cantautorale, fino a contest nazionali come RPM Music Contest, ProSceniUm e WOW Contest. Quanto contano oggi i concorsi e i festival per dare spazio agli artisti emergenti e quanto invece servono nuovi modelli di scoperta del talento? E quali sono le “regole” da seguire per riuscire a trarre il meglio da queste esperienze, senza farsi inghiottire dalle logiche del mercato, che impongono uno “sgomitare” continuo tra artisti che salgono sul palco, alla fine, con la stessa “missione”?
Credo che concorsi e festival abbiano ancora oggi un valore importante, soprattutto per un artista emergente. Sono occasioni in cui ci si mette in gioco, si incontra un pubblico, si conoscono musicisti e professionisti e, soprattutto, si ha la possibilità di salire su un palco e raccontare qualcosa di sé. Allo stesso tempo, penso non siano l’unica strada possibile: oggi esistono tanti nuovi modi per far conoscere la propria musica e penso che la scoperta di un artista possa avvenire attraverso percorsi molto diversi tra loro.
Per quanto mi riguarda, cerco di vivere queste esperienze con gratitudine e con il giusto spirito. La prima “regola”, se così possiamo chiamarla, è non perdere di vista il motivo per cui si è iniziato a fare musica. Un riconoscimento può fare piacere, può aprire delle porte, ma non può e non deve diventare la misura del proprio valore artistico.

E soprattutto non credo nella necessità di sgomitare. Capisco che il mondo della musica sia competitivo e che ci siano tante persone con il desiderio di arrivare in alto, ma non penso che per fare spazio sia necessario toglierlo a qualcun altro. Quando saliamo su un palco, in fondo, abbiamo tutti una missione molto simile: comunicare qualcosa attraverso la musica, che è la passione che ci accomuna. Semmai, penso che il vero confronto da fare sia quello con se stessi, nel cercare sempre di essere la propria versione migliore a servizio della musica.
Per questo preferisco pensare alla condivisione più che al senso di gara. Mi è capitato di partecipare a contesti in cui avrei potuto vedere gli altri artisti soltanto come concorrenti, ma spesso proprio da quelle esperienze sono nate nuove conoscenze, confronti e anche belle amicizie. Credo quindi che la cosa più importante sia cercare di fare bene il proprio percorso, con serietà, preparazione e autenticità, senza perdere l’umanità. Alla fine, la musica non dovrebbe essere una gara a chi arriva prima, ma un modo per incontrarsi. I riconoscimenti sono importanti e fanno parte del percorso, ma ciò che rimane davvero è quello che siamo riusciti a condividere con le persone e con gli altri artisti che abbiamo incontrato lungo la strada.
Il sistema discografico contemporaneo offre agli artisti possibilità impensabili fino a qualche anno fa grazie alle piattaforme digitali, ma allo stesso tempo crea una competizione enorme e spesso basata sulla velocità dei contenuti. Da artista emergente, quali pensi siano oggi le principali difficoltà per chi vuole costruire un percorso autentico e duraturo senza inseguire soltanto algoritmi e numeri?
Una delle difficoltà più grandi oggi è non confondere la visibilità con il valore di un percorso artistico. Le piattaforme digitali hanno dato possibilità straordinarie agli artisti emergenti, permettendo di raggiungere persone che, in passato, sarebbe stato molto più difficile incontrare. Allo stesso tempo, però, ci hanno abituati alla velocità e alla necessità di misurare tutto attraverso numeri, visualizzazioni e risultati immediati. Il rischio è iniziare a chiedersi cosa possa funzionare per l’algoritmo prima ancora di chiedersi cosa si abbia davvero da dire. E per un artista penso sia importante non perdere questo ordine delle cose.
Costruire un percorso autentico richiede tempo, studio, ascolto e anche la possibilità di attraversare momenti che magari non producono subito grandi numeri. Non tutto ciò che ha valore è immediato e non tutto ciò che diventa virale riesce necessariamente a lasciare qualcosa nel tempo. Per me i social e le piattaforme sono strumenti preziosi per condividere la musica e raggiungere il pubblico, ma non devono diventare loro a stabilire la mia identità artistica. I numeri possono aprire delle porte, ma non possono raccontare fino in fondo il valore di una canzone o di un percorso. La difficoltà, forse, è avere la pazienza di costruire senza sentirsi continuamente in ritardo. Un percorso duraturo non si misura soltanto da quanto velocemente riesci ad arrivare alle persone, ma da quanto riesci a rimanere dentro di loro.
Sei anche una persona con una formazione accademica internazionale, laureata con lode in “Lingue per la comunicazione internazionale” e premiata con il riconoscimento di “Eccellenza universitaria italiana”. Come dialogano nella tua vita queste due anime, quella dello studio e quella artistica? Pensi che una preparazione culturale più ampia possa ancora fare la differenza nel modo di scrivere e interpretare musica?
Non ho mai percepito lo studio delle lingue e la musica come due strade lontane. Anzi, forse è proprio il concetto di linguaggio a unirle maggiormente. Ho studiato la comunicazione attraverso le parole, le lingue e le culture, e parallelamente ho scoperto sempre di più quanto la musica sia, a sua volta, un linguaggio capace di comunicare anche quando le parole non bastano. Sono due parti del mio percorso che continuano a crescere insieme e che, in modi diversi, contribuiscono a quello che sono e a quello che cerco di raccontare attraverso la musica.
Mi ha sempre affascinato il modo in cui possiamo cercare di entrare in relazione con l’altro attraverso codici diversi. Una lingua può permetterci di conoscere una cultura e una persona; la musica, in un certo senso, può superare ancora più direttamente alcune barriere, perché arriva a una dimensione emotiva che non ha necessariamente bisogno di essere tradotta.
Anche quando scrivo o interpreto una canzone, porto con me tutto quello che ho studiato, ascoltato e vissuto. Credo che la sensibilità artistica si costruisca anche attraverso ciò che scegliamo di conoscere al di fuori della musica. Una preparazione culturale ampia può sicuramente essere un bagaglio prezioso, perché più esperienze, linguaggi e punti di vista abbiamo incontrato, più possibilità abbiamo di trovare parole e immagini che ci appartengano davvero.

Il mondo dei live sta vivendo una fase di grande trasformazione: da una parte i grandi eventi raccolgono numeri straordinari, dall’altra molti artisti emergenti faticano a trovare spazi adeguati per esibirsi e creare un rapporto diretto con il pubblico. Che ruolo hanno per te il palco e la dimensione dal vivo nella costruzione di un’identità artistica?
Il palco ha un ruolo fondamentale nel mio percorso, perché è il luogo in cui tutto quello che studio e preparo trova una dimensione concreta. In studio puoi lavorare su ogni dettaglio, mentre dal vivo c’è una componente di verità e di imprevedibilità che non puoi completamente controllare, ed è proprio questo che rende un’esibizione così importante.
Per me salire su un palco significa soprattutto entrare in relazione con chi ascolta. Una canzone può essere scritta in solitudine, ma quando viene cantata davanti a qualcuno cambia, perché nasce un dialogo fatto di voce, musica, sguardi ed emozioni. È lì che capisci davvero se quello che stai raccontando riesce ad arrivare. Anche per questo penso che, per un artista emergente, avere la possibilità di esibirsi sia fondamentale. Non soltanto per farsi conoscere, ma per crescere. Ogni palco insegna qualcosa: a gestire l’emozione, ad ascoltare il pubblico, a conoscersi meglio come interprete e come musicista.
In un momento in cui gran parte della musica passa attraverso uno schermo, il live conserva una dimensione che nessun contenuto digitale può sostituire completamente. C’è una presenza fisica, un’energia condivisa, la possibilità di vivere una canzone nello stesso momento e nello stesso spazio. Per me, quindi, il palco non è soltanto un luogo in cui esibirmi, ma una parte importante del percorso con cui sto costruendo la mia identità artistica. È uno spazio in cui continuo a imparare, a mettermi alla prova e, soprattutto, a capire sempre meglio chi sono quando faccio musica.
Guardando al futuro del tuo progetto con TRP Vibes, quali sono gli elementi che vuoi preservare assolutamente della tua musica e quali invece sono gli aspetti che senti il bisogno di esplorare ancora? Ci sono artisti, produttori o musicisti con cui sogni di collaborare perché senti una particolare affinità artistica?
Con il produttore Riccardo Samperi e tutto il team di “TRP Vibes” stiamo seguendo un lavoro di ricerca che sento molto vicino a me. È un percorso in continua evoluzione, nel quale stiamo cercando di dare forma a qualcosa che mi rappresenti sempre di più. Eppure, credo che la ricerca artistica, in fondo, non finisca mai davvero: è un processo che continua ogni volta che si ascolta qualcosa di nuovo, si incontra una persona, si fa un’esperienza o si scopre un modo diverso di raccontarsi. L’arte, fortunatamente, è viva, e in quanto tale vive delle continue esperienze di chi la crea e di chi la riceve.
Quello che vorrei preservare della mia musica è soprattutto la sua autenticità, la parte emotiva e il bisogno di comunicare qualcosa di vero. Tutto il resto può crescere, cambiare, arricchirsi. Sento ancora tanta curiosità verso ciò che non conosco e tante cose che vorrei esplorare, anche perché più studio, più ci entro dentro e più mi rendo conto di quanto sia vasto e infinito il mondo della musica.
E proprio per questo amo profondamente le collaborazioni. Mi piace lavorare con gli autori, con i musicisti, con gli arrangiatori, con i produttori, perché ogni incontro può lasciare qualcosa e può aprire una strada che da soli forse non avremmo visto. Non penso che la musica debba essere un percorso solitario: anche quando nasce da un’emozione molto personale, può crescere tantissimo attraverso il confronto. Per me l’arte è condivisione. È ascoltare l’altro, lasciarsi contaminare, mettere insieme sensibilità diverse e vedere cosa nasce da quell’incontro. Le collaborazioni che desidero sono proprio quelle in cui sento che può esserci uno scambio umano prima ancora che artistico. È lì che, secondo me, possono nascere le cose più belle.

Se dovessi scegliere quattro brani che hanno formato la musicista e la persona che sei oggi — una canzone legata alla tua infanzia, una che rappresenta il tuo percorso artistico e una che avresti voluto scrivere tu — quali sceglieresti e perché? E tra dieci anni, quale tipo di artista vorresti essere diventata?
Se penso alle canzoni e agli artisti che hanno contribuito a formare la persona e la musicista che sono oggi, mi vengono in mente dei nomi del panorama italiano che mi hanno accompagnata da piccola: Simone Cristicchi, Arisa, Tosca e Simona Molinari. Sono artisti molto diversi tra loro, ed è proprio questo che mi piace: ognuno, in modo differente, mi ha insegnato qualcosa sulla musica e sul modo di raccontare le emozioni.
Simone Cristicchi lo lego molto alla capacità di raccontare la realtà con profondità e, allo stesso tempo, con una grande semplicità. Arisa, invece, mi ha sempre colpita per la sua sensibilità interpretativa e per il modo in cui riesce a dare una dimensione molto personale alle canzoni attraverso la sua vocalità. Tosca rappresenta per me una ricerca musicale e umana che va oltre le definizioni, mentre Simona Molinari mi ha avvicinata ancora di più a quel mondo in cui jazz, pop e cantautorato possono incontrarsi con naturalezza.
Sono quattro riferimenti che, in modi diversi, appartengono alla mia crescita. E se dovessi indicare dei titoli o scegliere una canzone che avrei voluto scrivere io, farei davvero fatica a indicarne qualcuno: ci sono tante canzoni che, ascoltandole, mi hanno fatto pensare “avrei voluto trovare io queste parole”. È una sensazione bellissima, perché significa riconoscersi nella sensibilità di qualcun altro e, allo stesso tempo, desiderare di arrivare un giorno a scrivere qualcosa che possa suscitare la stessa emozione.
Tra dieci anni vorrei essere diventata un’artista ancora più consapevole di quello che ha da dire. Non mi interessa immaginarmi necessariamente dentro una categoria precisa: vorrei continuare a studiare, a cercare, a sperimentare e soprattutto a sentirmi autentica nella musica che faccio. Mi piacerebbe guardarmi indietro e riconoscere una crescita, senza però perdere quella curiosità che oggi mi porta ancora a emozionarmi davanti a una canzone, a uno strumento o a un nuovo incontro. Se tra dieci anni riuscirò ancora a sentire la stessa necessità di comunicare attraverso la musica, ma con più esperienza, più consapevolezza e magari un pubblico con cui condividere tutto questo, sarò sicuramente sulla strada che desidero.




