Nel primo disco pubblicato da Costello’s Records, “Ciclopedonale”, la cantautrice Olivia Santimone trasforma la provincia ferrarese in un paesaggio visionario e instabile: un attraversamento continuo tra memoria, metamorfosi e immaginario simbolico. Ecco la nostra intervista.

In “Ciclopedonale”, il primo album in carriera di Olivia Santimone, pubblicato per Costello’s Records, il viaggio non è mai semplice spostamento, ma un principio di instabilità permanente: una traiettoria che si piega su se stessa, si dissolve, ricompare altrove sotto forme sempre diverse. È un attraversamento che non promette approdo, perché il suo senso risiede proprio nell’impossibilità dell’arrivo. Qui il paesaggio non è mai neutro: è un organismo vivo, mutevole, popolato da presenze ibride che sembrano emergere da un immaginario insieme infantile e cosmico, provinciale e abissale, quotidiano e mitologico.

Quest’opera d’esordio si muove così lungo una linea sottile che separa – e allo stesso tempo unisce – realtà e trasfigurazione. La provincia ferrarese diventa un campo di forze simboliche per Olivia Santimone, le strade di campagna si deformano in corridoi percettivi, e la memoria personale si sovrappone a un universo visionario fatto di creature impossibili, metamorfosi continue, pensieri che assumono forma fisica. Abbiamo approfondito questo lavoro con la stessa protagonista che l’ha realizzato.

Ciclopedonale” appare come un viaggio mentale prima ancora che geografico: una strada che non si sa dove inizi né dove termini, attraversata da creature simboliche e paesaggi che mutano continuamente stato. In che modo questa dimensione di erranza e trasformazione ha guidato la scrittura del disco, sia sul piano narrativo sia su quello musicale?

In Ciclopedonale il viaggio è un tema ricorrente sotto più aspetti. Da una parte, la storia racconta proprio di questo cammino paradossale verso una meta che pare non poter essere mai raggiunta, dall’altra, quasi involontariamente, l’album è diventato il ponte tra due fasi della mia vita molto diverse tra loro, in cui io stessa sono stata oggetto di una trasformazione molto radicale. Credo che questo aspetto si rifletta molto anche sul piano compositivo, anche se il tutto è avvenuto in maniera molto inconsapevole da parte mia.

Ciclopedonale artwork
“Ciclopedonale”, l’album d’esordio di Olivia Santimone

Nelle tue canzoni convivono elementi apparentemente lontani: la provincia ferrarese e un immaginario quasi abissale fatto di sifonofori bioluminescenti, giganti pensatori, ciclopedoni. Quanto c’è di reale e quanto di allegorico in questo mondo, e in che misura la fantasia diventa uno strumento per parlare della realtà contemporanea?

In tutto quello che racconto nel disco è nascosto un tentativo di esorcizzare ciò che mi spaventa del mondo. La realtà mi sta stretta, ho sempre cercato disperatamente delle vie di fuga; non ho mai smesso di trasformare le nuvole in esseri enormi e i ciclisti in strane bestie con le ruote. Credo solo che, con gli anni, le mie fantasie si siano fatte più cupe. Forse questo è parte del processo di crescita, forse perché l’età adulta porta consapevolezza e questo non è un buon momento storico per essere consapevoli. Ma, soprattutto quando ciò che ci circonda diventa ingombrante e ingiusto, credo che la fantasia sia una lente fondamentale attraverso la quale leggere la realtà.

La realtà mi sta stretta, ho sempre cercato disperatamente delle vie di fuga. L’età adulta porta consapevolezza e questo non è un buon momento storico per essere consapevoli.

olivia santimone

In “Ciclopedonale” la dimensione fantastica sembra funzionare come una lente attraverso cui osservare temi molto concreti e dolorosi: dipendenza affettiva, depressione, senso di persecuzione, perdita di appartenenza. È stata una scelta consapevole quella di raccontare fragilità così intime attraverso immagini quasi mitologiche?

Diciamo che è stata una conseguenza delle questioni di cui sopra. Sono arrivata a scrivere questo disco dopo anni di tentativi, di fogli strappati e di registrazioni cancellate. Sicuramente una parte della riuscita del progetto è dovuta a una mia maggiore maturità musicale, ma credo che la necessità di raccontare queste fragilità, sempre in maniera molto istintiva e poco pianificata, sia stata fondamentale a questo fine.

La tua scrittura sembra muoversi senza una direzione prestabilita, quasi seguendo il flusso di coscienza di chi cammina su un asfalto che cambia continuamente forma. Quando componi, lasci che siano le parole a guidare la musica o è la dimensione sonora – le chitarre, i synth, le strutture lunghe – a generare l’immaginario?

Per questo disco direi che è stata una via di mezzo: ho cercato delle sonorità e dei colori che rendessero quell’atmosfera sognante e surreale che volevo raccontare, le parole sono venute da sé. Ho cercato di descrivere le immagini mentali che sono comparse nella mia testa senza essere troppo didascalica, il tutto è venuto in maniera abbastanza naturale.

“Ciclopedoni” di Olivia Santimone

L’uso della chitarra nel disco appare particolarmente evocativo: non solo strumento armonico, ma vera e propria materia narrativa che si apre “a ondate”. Quali sono le tue influenze artistiche e quali mondi sonori ti hanno accompagnato nella costruzione di questo paesaggio musicale?

Sono sempre stata un’amante delle chitarre narrative e iper espressive: nel disco le parti sono molto stratificate, io e Tommaso Zoppello (il produttore del disco) abbiamo registrato tante tracce con tanti suoni diversi per creare una sorta di sensazione di pienezza orchestrale. Il mio personale olimpo chitarristico è sicuramente governato da David Gilmour, Robert Fripp e Steven Wilson.

In ogni caso, a prescindere dallo strumento, in questo mio amore per la stratificazione e la ricchezza dei suoni variegati riconosco tanti dischi che ho divorato negli ultimi anni: alcune menzioni speciali vanno a Yoshimi Battles the Pink Robots dei Flaming Lips, Post di Bjork, Finally We Are No One dei Mùm, Castaways dei Sycamore Age, Talk Memory dei BADBADNOTGOOD, Actor di St Vincent, Skylarking degli XTC, Uomo Donna di Andrea Laszlo de Simone e Egomostro di Colapesce.

Nei testi emergono immagini di grande densità simbolica – “alberi a cervello”, “cicale con l’ombrello”, “giganti che conversano di massimi sistemi”. Quanto conta per te la dimensione letteraria della canzone? Ti senti più vicina alla tradizione cantautorale italiana o a una scrittura più visionaria e internazionale?

Sono sempre stata ossessionata dalla dimensione letteraria della musica; al liceo portavo sempre con me un quadernino arancione ad anelli all’interno del quale appuntavo tutti i testi delle canzoni che mi piacevano, non so quante centinaia di pagine scritte ci fossero là dentro. Da sempre ho l’abitudine di imparare i testi dei dischi che amo a memoria, è una sorta di rito che per me è diventato parte integrante del processo di comprensione e apprezzamento di un’opera musicale.

Per una questione di sensibilità, di gusti e storia personale posso dire di sentirmi più vicina a una scrittura meno “preconfezionata” di quella prevista dalle strutture del cantautorato inteso come genere musicale, ma questa mia passione per l’utilizzo delle parole in musica ha sicuramente influito in maniera impattante sui miei ascolti e sul mio modo di scrivere.

Siamo umani e la conoscenza assoluta non è a nostra disposizione. Vedo nell’immaginazione e nei sogni un meccanismo stupendo del nostro cervello per oltrepassare una realtà che non ci è dato comprendere del tutto.

olivia santimone

Sifonofori” sembra suggerire che la metamorfosi sia l’unico modo possibile di procedere. In un’epoca in cui l’identità personale e collettiva appare sempre più fluida e instabile, pensi che la trasformazione sia una condizione inevitabile anche per l’artista?

“Sifonofori” racconta di un essere umano che viene tramutato in medusa. Credo che nella realtà pre-distopica in cui versa attualmente il pianeta terra e di conseguenza il panorama musicale internazionale, l’artista si ritrovi, volente o nolente (più spesso nolente), a dover fare la stessa cosa.

Tentacoli urticanti per difendersi dall’inospitale mondo dei reel e dei TikTok, dell’AI, delle piattaforme streaming e dell’abbassamento drastico del livello di attenzione, che siano però in numero sufficiente per potersi occupare di tutto: pianificazione social, comunicazione, produzione di una quantità spropositata di materiale foto e video, ricerca disperata di locali da implorare per suonare dal vivo e conseguente invio di ottocento mail al secondo e magari un lavoro abbastanza remunerativo per potersi permettere di autogestirsi economicamente. In molti ci stiamo chiedendo, in tutto questo, dove rimanga il tempo per la musica.

Io e il Gigante”, invece, sembra funzionare come una sorta di epilogo emotivo: un confronto con qualcosa di enorme – forse una relazione, forse una parte di sé. Chi o cosa rappresenta, per te, questo “gigante”?

“Io e il Gigante” è l’ultimo brano che ho scritto. Come dicevo, durante la scrittura di “Ciclopedonale” ho subito una vera e propria trasformazione che, come ogni cambiamento radicale che si rispetti, è avvenuta a causa di un momento di rottura per me devastante, ossia la fine di un rapporto terribilmente disfunzionale che mi ha svuotata di ogni energia e di tutta la mia autostima e autoconsapevolezza. Questo brano è l’unico che ho scritto dopo questo fatto, ed è la mia lettera di addio destinata a una persona senza la quale mi ero convinta di non poter esistere.

Se sono sopravvissuta a quei momenti è stato anche grazie a questo disco. Quando ho scritto questo pezzo, il gigante era questa persona. Ora mi rendo conto che, forse fin dall’inizio, in realtà dentro c’è tanto altro; tanto dei miei limiti e della mia incapacità di considerarmi un essere umano valido e completo, della paura del giudizio e del bisogno disperato di validazione esterna.

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Olivia Santimone – Foto di Francesca Marchetti

Nei tuoi testi affiora spesso una tensione filosofica: in “Io e il Gigante” compare persino un esplicito “cogito ergo es”. Da dove nasce questo dialogo con il pensiero filosofico? È un elemento che entra spontaneamente nella scrittura o fa parte di una ricerca consapevole?

Cogito ergo es è una frase che ho rubato al dialogo che ho inserito nell’intro del disco, tratto dal film di Terry Gilliam “Le Avventure del Barone di Munchausen” del 1988. Nella scena in questione il Barone si ritrova di fronte al Re della Luna (Robin Williams) in preda a un delirio di onnipotenza che lo porta a ritenersi origine e causa dell’intero cosmo, dell’universo conosciuto e sconosciuto. In questo contesto il cogito ergo sum cartesiano viene stravolto appunto in cogito ergo es, penso dunque tu sei, la tua esistenza dipende da me. Trovo la scena e il dialogo (e l’intero film, nonostante sia stato un ingiustissimo flop commerciale) semplicemente geniali.

Ho pensato che il concetto si sposasse bene con il mio bisogno di raccontare la dipendenza da una persona che io stessa avevo posizionato ben al di sopra di me. In ogni caso, il pensiero filosofico riveste una parte importante nel mio background culturale. Sono laureata in matematica, che in fondo altro non è che l’unica branca inconfutabile e obiettiva della filosofia; quello che amo di questa materia è proprio la testarda ambizione umana di arrivare a enunciare delle verità che non possono essere messe in discussione dall’incomprensibile universo nel quale ci troviamo.

Nel momento in cui l’immediatezza e la sintesi subentrano per questioni di fruibilità commerciale, l’arte perde il senso di esistere. Credo che, in una realtà così orribilmente aggressiva e capitalista, cercare di non piegare la propria musica all’esigenza del mercato di semplificare e appiattire sia un vero e proprio dovere morale.

olivia santimone

La tua biografia racconta anche di una passione per i videogiochi dark fantasy. Quanto questo immaginario – fatto di mondi complessi, creature ibride, narrazioni stratificate – ha influenzato la costruzione del tuo universo musicale?

Sono sempre stata incredibilmente coinvolta dalle storie che raccontano di viaggi fantastici in mondi assurdi popolati da creature mostruose alla Alice in Wonderland. La mia passione per il mondo dei videogiochi salta fuori proprio dall’idea di poter vivere questi viaggi in prima persona. Recentemente ho ampliato il mio repertorio videogiochistico ai famosi Souls di Myiazaki (l’altro). Sto per compiere la mia cinquecentesima ora su Elden Ring, anche se il mio preferito in assoluto è il primo Dark Souls. L’idea del risveglio all’interno di un mondo sconosciuto, surreale, bellissimo e terrificante è la stessa alla base della narrazione di “Ciclopedonale”.

“Sinofori” di Olivia Santimone

C’è una dimensione notturna e quasi cosmica nel disco: visioni che accadono “durante la notte del terzo solstizio”, percorsi che sembrano arrivare “sulla riva della luna”. Che rapporto hai con la notte e con l’immaginazione come spazio di conoscenza?

La notte porta sonno (mi piace molto dormire), il sonno porta sogni; in un modo o nell’altro siamo sempre lì, viaggi fantastici in mondi assurdi. Sono sempre stata una sognatrice da competizione, il mio cervello riesce a elaborare un quantitativo di situazioni completamente nonsense che non sono mai riuscita a spiegarmi, a volte anche al limite dell’atroce e dello splatter. Eppure, anche gli incubi peggiori in un modo o nell’altro mi lasciano sempre quella sensazione di avventura surreale che ricerco tanto nelle storie che leggo, gioco e scrivo.

Siamo umani e la conoscenza assoluta non è a nostra disposizione. Vedo nell’immaginazione e nei sogni un meccanismo stupendo del nostro cervello per oltrepassare una realtà che non ci è dato comprendere del tutto.

Oggi molti artisti cercano forme di immediatezza e sintesi, mentre tu rivendichi l’amore per le “canzoni lunghe”, quasi come se fossero piccoli mondi autosufficienti. Che valore ha per te il tempo nella musica? Sia nel crearla che nel fruirla?

Amo la musica che si prende il suo tempo, che sorprende e che non si dà limiti prestabiliti dall’esterno. Il termine “canzoni lunghe” è quasi scherzoso, come sempre tutto dipende dal contesto: prendiamo per esempio Double Nickels on the Dime dei Minutemen, che è un disco fighissimo di quarantatré tracce che durano in media un minuto/un minuto e mezzo: più che altro direi che amo le scelte coraggiose. Mi piace pensare che il tempo sia la tela vuota della musica, una tela deformabile e plasmabile a seconda dell’intenzione artistica; l’importante è che sia soltanto quest’ultima a stabilirne le dimensioni.

Nel momento in cui l’immediatezza e la sintesi subentrano per questioni di fruibilità commerciale, l’arte perde il senso di esistere. Credo che, in una realtà così orribilmente aggressiva e capitalista, cercare di non piegare la propria musica all’esigenza del mercato di semplificare e appiattire sia un vero e proprio dovere morale.

©Virginia Lunghi
Olivia Santimone – Foto di Virginia Lunghi

Alla fine del viaggio di “Ciclopedonale” sembra emergere una trasformazione: “più vuota, forse più libera”. Guardando indietro al percorso che questo disco racconta, che tipo di libertà hai trovato – artistica, personale, o entrambe?

Sicuramente la scrittura di questo disco e i vari avvenimenti che le hanno fatto da cornice mi hanno portata a fare due grandi passi in avanti in entrambe le direzioni; mi piacerebbe dire di aver trovato queste libertà, ma la strada è ancora lunga, forse addirittura infinita.

Ho guadagnato una buona dose di autostima per aver portato a termine il progetto e per aver stretto i denti nei momenti difficili, ma spesso sono ancora vittima delle mie stesse gabbie e dei miei stessi bastoni tra le ruote (della bicicletta). Inevitabilmente questo si riflette anche sul piano musicale; vorrei preoccuparmi meno di quello che non ho fatto e essere più orgogliosa di quello che ho portato a termine. Ma forse chiedo troppo.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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