Il nuovo brano di Olivia Santimone prende forma da un immaginario cinematografico e naturalistico e prosegue la ricerca artistica della musicista ferrarese, muovendosi tra chitarre stratificate, suggestioni elettroniche e una narrazione sospesa tra quotidiano e altrove.
Prosegue il percorso artistico di Olivia Santimone, chitarrista e cantautrice ferrarese, con la pubblicazione di “Sifonofori”, brano che si inserisce coerentemente nella sua poetica fatta di esplorazioni sonore, scrittura dilatata e immaginari sospesi. Musicista attratta da pedaliere colorate, mondi dark fantasy e strutture narrative non convenzionali, Olivia Santimone costruisce la propria musica come un viaggio privo di traiettorie prestabilite, lasciando che il suono e le immagini guidino il racconto.
“Sifonofori” nasce da una suggestione cinematografica precisa: il momento de The Beach di Danny Boyle in cui il tuffo in mare segna il passaggio verso un’isola che non rappresenta un approdo definitivo, ma una frattura, un lasciare alle spalle qualcosa di irrisolto. È da questa soglia che prende forma il brano, concepito come uno spazio intermedio in cui l’identità non è ancora definita e la trasformazione avviene senza proclami.
Dal punto di vista musicale, la composizione si muove con un andamento lento e stratificato. Le chitarre si aprono a ondate, mentre i synth filtrano una luce distante, creando una trama sonora che richiama il movimento delle creature marine da cui il pezzo prende il nome. La voce di Olivia Santimone attraversa il brano con un tono misurato, accettando la dissoluzione come processo naturale, senza tensioni risolutive né promesse esplicite. La struttura si dilata, respira, rifiutando l’urgenza e lasciando spazio all’ascolto.
Il testo procede per immagini notturne e frammenti simbolici: solstizi, nomi che mutano, corpi stanchi. La ciclabile ferrarese, già elemento ricorrente nell’immaginario dell’artista, si trasforma in un portale verso un altrove indefinito, dove il quotidiano si confonde con l’onirico. La frase “ma io non ho paura di morire, di rinascere lontano” si colloca come una constatazione più che come un manifesto, restituendo l’idea di una rassegnazione che diventa condizione necessaria per il cambiamento.
Il riferimento scientifico ai sifonofori – organismi marini coloniali, bioluminescenti, capaci di vivere anche a grandi profondità – amplia ulteriormente il campo semantico del brano. Queste creature, definite talvolta “superindividui” per la loro complessa organizzazione, diventano metafora di identità plurali, frammentate e in costante adattamento. L’immagine notturna di sifonofori che illuminano una pista ciclabile sospesa tra spazio e tempo chiude il cerchio narrativo, collocando “Sifonofori” in una dimensione che oscilla tra realtà, immaginazione e osservazione interiore.
Testo di “Sinofori” di Olivia Santimone
Voltati indietro
distante anni luce da me
vedrai solo pietra
e tracce di luce invisibile
Se avessi paura
raccoglierei i resti
che hai dato in pasto ai tuoi mostri
E se la stanchezza
si facesse sentire
comunque vada
non potresti parlare
per dire alla gente quello che hai visto
durante la notte del terzo solstizio
La notte in cui hai cambiato il tuo nome
perché una visione coperta dal sole
ti ha lasciato nei panni di un uomo che muore
Ma io non ho paura di morire
di rinascere lontano
di prendere per mano queste sette braccia stanche
le tue labbra inesistenti
che non trovano mai pace in questa fredda estate
Ma ti restano solo dodici ore
agosto è ormai vicino
e se trattieni il fiato, no
non sentirai dolore, no
non sentirai dolore, no
non sentirai




