Il primo halftime show nella storia dei Mondiali 2026 divide pubblico e critica: Madonna, BTS, Justin Bieber, Shakira e Burna Boy chiamati a rapporto per uno spettacolo kolossal orchestrato da Chris Martin, ma ce n’era davvero il bisogno? Spoiler: no.
Il primo halftime show nella storia dei Mondiali doveva essere uno spettacolo storico. È stato, certamente, uno spettacolo enorme. Ma tra le due cose esiste una differenza sostanziale. La finale dei Mondiali 2026 tra Argentina e Spagna ha inaugurato il nuovo intrattenimento dell’intervallo con una produzione da oltre due miliardi di spettatori potenziali, una parata di superstar internazionali, icone dello sport, personaggi televisivi, pupazzi, orchestre e un apparato scenico costruito per competere con il modello più riconoscibile dell’intrattenimento sportivo contemporaneo: il Super Bowl.
Il risultato, tuttavia, è apparso assai meno convincente delle premesse. Ventisette minuti e venti secondi di spettacolo, o meglio di spettacoli diversi accostati l’uno all’altro, hanno prodotto un halftime show ambizioso ma frammentario, spesso privo di una reale coesione musicale e narrativa. La sensazione, davanti allo schermo, è stata quella di assistere a una sequenza di ospiti e numeri costruita per accumulo: una celebrazione globale sulla carta, una successione di segmenti difficili da ricondurre a un’idea artistica davvero unitaria.
Madonna, Ronaldo e Ronaldinho: l’apertura che aveva un senso
L’ingresso di Madonna è stato probabilmente il momento più centrato dell’intero show. La popstar ha aperto l’esibizione cantando “Music” a bordo di un’automobile guidata da Ronaldo e Ronaldinho, due figure che appartengono all’immaginario calcistico globale e che, per una volta, non sembravano semplicemente nomi celebri aggiunti a una scaletta già sovraffollata.
Il loro ruolo era immediatamente comprensibile: ricordare al pubblico che quello era pur sempre l’intervallo della finale dei Mondiali. Madonna, Ronaldo e Ronaldinho componevano un’immagine capace di mettere in relazione musica, spettacolo e calcio senza bisogno di ulteriori spiegazioni.

Dai Muppet ai BTS: la logica dell’accumulo
Dopo Madonna sono arrivati i Muppet, quindi i BTS, Justin Bieber, Jason Sudeikis nei panni di Ted Lasso, il direttore d’orchestra Gustavo Dudamel, Animal e un’orchestra impegnata in “Seven Nation Army” dei White Stripes.
I Muppet sono sembrati l’esempio più evidente di una produzione che ha preso d’esempio il modello americano credendolo esportabile e sinonimo di qualità e intrattenimento. Una grande cantonata. I BTS poi hanno portato in campo la loro dimensione pop globale con “Dynamite”, ma l’esibizione è stata caratterizzata da un audio improponibile e, diciamocelo, anche da qualche stonatura.
Tra i passaggi più discussi c’è stato lo sketch con Jason Sudeikis nei panni di Ted Lasso e Brendan Hunt in quelli di Coach Beard, chiamati a introdurre Justin Bieber con il consueto armamentario di motivazione, ironia e retorica sportiva. Molto americano, nel senso negativo del termine.

I problemi tecnici e quel fastidioso effetto di ritorno audio
A complicare ulteriormente la percezione dello spettacolo sono stati i problemi tecnici. L’audio, soprattutto in alcuni passaggi, ha restituito una sensazione di instabilità e di scarsa pulizia. A interferire con le voci dei cantanti si è avvertito anche il ritorno audio proveniente dallo stadio, producendo un effetto di ritardo particolarmente evidente e urticante.
Non si tratta di un dettaglio secondario. In uno spettacolo costruito per essere un evento televisivo globale, la qualità del suono è parte integrante della performance. Quando il pubblico percepisce il ritardo tra la voce e il ritorno, o avverte una sovrapposizione sonora poco controllata, l’illusione dello show si spezza. E il problema, in questo caso, non è rimasto confinato all’esperienza di chi si trovava nello stadio: l’impressione di una resa audio problematica è arrivata anche attraverso la televisione.
Shakira regina dei Mondiali, ma con la canzone meno ispirata
Shakira rappresentava, sulla carta, una delle certezze assolute. La sua storia con i Mondiali è ormai parte della cultura pop globale. La cantante colombiana ha legato il proprio nome a due dei brani più riconoscibili nella storia musicale della Coppa del Mondo e, proprio per questo, la sua presenza avrebbe dovuto costituire uno dei momenti più forti dell’intero spettacolo.
Il problema è che “Dai dai”, la canzone del Mondiale eseguita insieme a Burna Boy, non ha la stessa forza delle precedenti incursioni di Shakira nell’universo calcistico. Anzi, appare come una delle proposte meno ispirate della sua personale storia legata alla competizione. I tempi di “Waka Waka“, purtroppo, sono lontani. Burna Boy, inoltre, è sembrato quasi di passaggio accanto a lei, e non parte integrante del pezzo, durante la performance.

Chris Martin e il progetto nato nel 2024
A scegliere gli artisti e a orchestrare la struttura dello show è stato Chris Martin, frontman dei Coldplay, già coinvolto nella curatela del Global Citizen Festival, insieme a Phil Harvey, storico manager della band.
Il progetto aveva iniziato a prendere forma nel 2024, quando Hugh Evans, co-fondatore di Global Citizen, aveva proposto a Gianni Infantino di sperimentare il format già in occasione della finale del Mondiale per Club 2025. Quel primo test, ancora una volta al MetLife Stadium, aveva funzionato come prova generale. La differenza principale era che i Coldplay erano comparsi allora come ospiti a sorpresa, mentre nel 2026 sono saliti ufficialmente sul palco.
La logica era chiara: trasformare l’intervallo della finale dei Mondiali in un evento autonomo, con una propria identità e una propria capacità di attrazione. Un progetto destinato a ridefinire il rapporto tra calcio, musica e grande intrattenimento.
Il problema della durata: 27 minuti contro i 15 previsti
L’aspetto più controverso, almeno sul piano regolamentare, è stato però quello relativo alla durata. Le Laws of the Game prevedono un intervallo non superiore ai 15 minuti. Per l’occasione, la FIFA ha concesso una deroga, portando la pausa a circa 20-25 minuti e arrivando, nella pratica dello show, a una durata di 27 minuti e 20 secondi.
La questione non è puramente formale. Un intervallo così lungo modifica la natura stessa della partita. Il calcio, a differenza del football americano, non è strutturato attorno a un grande spettacolo musicale nel mezzo dell’evento. L’introduzione di un halftime show di queste dimensioni non aggiunge semplicemente un contenuto: modifica il ritmo complessivo della finale.
Ed è proprio qui che emerge la domanda più importante: fino a che punto il calcio può assorbire il modello dello spettacolo americano senza perdere parte della propria identità? Il riferimento è evidente. Il Super Bowl ha dimostrato da decenni che una finale sportiva può diventare anche una piattaforma globale per la musica, la televisione e la cultura pop. Ma il Super Bowl è nato e si è sviluppato dentro una cultura sportiva e televisiva specifica. Il suo halftime show è parte integrante dell’identità dell’evento. La finale dei Mondiali, invece, ha una storia diversa, un rapporto diverso con il pubblico e una struttura narrativa diversa.
Il primo halftime show della storia dei Mondiali ha mostrato proprio questa difficoltà. La FIFA ha cercato di costruire un evento capace di parlare a tutti: al pubblico calcistico, agli appassionati di pop, ai mercati internazionali, ai fan del K-pop, agli spettatori americani e agli utenti dei social network. Il risultato, però, è sembrato spesso parlare a tutti senza riuscire a dire niente, o comunque a dirlo male.
Il messaggio di pace e amore e l’ipocrisia americana
A fare da sfondo all’intero progetto è stato anche un messaggio di pace, amore e unità globale. Un messaggio inevitabile, forse, per un evento di queste dimensioni e per un’organizzazione come Global Citizen. Ma anche qui la retorica è apparsa difficile da ascoltare senza una certa dose di scetticismo.
La contraddizione è evidente: un grande spettacolo internazionale costruito negli Stati Uniti, con un messaggio di pace e armonia globale, sotto gli occhi compiaciuti di Donald Trump. Il problema non è la presenza di un messaggio positivo in sé. Il problema è la distanza tra la retorica universale dello show e le contraddizioni politiche, sociali e internazionali del contesto che lo ospita.
Un messaggio che non ha emozionato nessuno, ma anzi, ha svelato un’evidente ipocrisia. Come se l’idea di pace e amore fosse diventata un ulteriore elemento scenografico, una componente obbligatoria del grande spettacolo globale.

Gianni Infantino aveva annunciato “uno spettacolo storico degno del più grande evento sportivo del mondo”. In un certo senso, la promessa è stata mantenuta: per dimensioni, investimento, nomi coinvolti e attenzione mediatica, il primo halftime show dei Mondiali 2026 è stato effettivamente un evento senza precedenti. Ma la dimensione storica non coincide automaticamente con la qualità.
Uno show che ci ha ricordato la commercializzazione del calcio, la frammentarietà di uno spettacolo che parla ma non dice niente. L’ipocrisia di un Paese sordo e ottuso. Il problema, in definitiva, non è che ai Mondiali ci sia stata della musica. La musica è da sempre parte integrante del calcio. Il problema è stato il tentativo di importare un format senza riuscire a dimostrare che quel format fosse davvero necessario. Una prima volta, che si spera possa restare anche l’unica.




