Che piaccia o no, quale gioia poter parlare di un album con una visione, con un concept, con un’idea. Brava Francesca Michielin, che con la sua “Magia bianca”, fatta di esoterismo e mitologia alpina, sceglie di raccontare qualcosa che non sia algoritmo-coded. Ecco la nostra recensione.
Tremate tremate, le streghe son tornate. Quale incipit più prevedibile di questo, ce ne rendiamo conto, per introdurre il nuovo album di Francesca Michielin, che s’accompagna però a una celebrazione, per il ritorno di queste dive dell’occulto. Un album che nasce attorno a un’idea precisa e già questo rappresenta una presa di posizione netta. Magia bianca, sesto lavoro in studio della cantautrice, è soprattutto questo: un progetto che prova a recuperare il significato del disco come opera organica, dove ogni brano contribuisce a costruire un immaginario coerente anziché limitarsi a seguire un flusso di singoli.
È una scelta che accompagna anche una nuova fase della carriera dell’artista vicentina. Dopo un periodo complesso, tra il poco riuscito Festival di Sanremo con Fango in paradiso, il cambio di management e una generale necessità di ridefinire il proprio percorso, Francesca Michielin sceglie di ripartire da un progetto fortemente identitario. Lo fa attraverso un universo narrativo che intreccia folklore, stregoneria, miti popolari, ritualità pagane e simbolismo femminile, utilizzando il fantastico come chiave di lettura del presente.
L’album si apre con 1484, riferimento all’anno della bolla papale che segnò l’inizio della persecuzione delle streghe. È un manifesto programmatico che mette subito in chiaro le coordinate del racconto: il Medioevo visto e raccontato come metafora dell’oggi. Le figure emarginate di ieri diventano il riflesso di chi ancora oggi fatica a trovare uno spazio dentro una società che continua a premiare l’omologazione. Da qui prende forma un percorso che attraversa Una donna non può, Strega comanda, Feral Girl, Litha, Solstizio d’estate, Il canto delle Anguane (apice qualitativo del disco) e Magia Bianca, Magia Nera, componendo un mosaico attraversato da oscurità, ironia, vulnerabilità e desiderio di libertà.
Magia bianca conferma ancora una volta una qualità che accompagna Francesca Michielin fin dagli esordi: la straordinaria duttilità artistica. Nel corso della sua carriera ha attraversato pop elettronico, cantautorato, urban, rock, folk e sperimentazione senza mai apparire prigioniera di un’identità rigida. È una caratteristica che può dividere il pubblico, ma che merita di essere riconosciuta. Pochi artisti della sua generazione hanno dimostrato una simile disponibilità a rimettersi continuamente in discussione, cercando linguaggi diversi senza inseguire semplicemente le tendenze del momento.
Qui l’incontro con il produttore David Kosten amplia ulteriormente il vocabolario musicale dell’artista. Le influenze sono numerose: nell’opera convivono suggestioni synth-pop anni Ottanta, atmosfere folk, richiami medievali, elettronica, cori liturgici e un gusto fantasy che richiama tanto la cultura pop quanto certo alt-pop internazionale, conservando una propria riconoscibilità.
Lo spoiler nell’edizione fisica: in arrivo la seconda parte?
L’impressione sostanziale che emerge a un più approfondito ascolto è che l’universo immaginato dalla cantautrice avrebbe meritato uno sviluppo ancora più ampio. Due o tre brani aggiuntivi avrebbero probabilmente consentito di approfondire ulteriormente questo mondo sospeso tra luce e oscurità, tra spirituale e mondo odierno. Chissà che in lavorazione non ci sia un completamento di quest’opera. Di certo si sa che la produzione della cantautrice è in continuo divenire, e i più attenti, nell’ascolto del disco fisico, avranno notato attraverso una ghost track presente nell’album, un possibile spoiler.
Una traccia “nascosta” e distorta dai tratti profondamente inquietanti e disturbanti, che rievoca un’immaginario molto più cupo – esattamente quello che manca a questa prova, un’osservazione della magia più oscura – e che potrebbe essere in realtà soltanto il preludio a qualcosa di nuovo e più ampio che arriverà prossimamente.
In sostanza, comunque, è nell’insieme che Magia bianca trova il suo vero valore. Non tanto perché sia un album perfetto — non lo è — quanto perché restituisce dignità all’idea stessa di album. Francesca Michielin ha realizzato un lavoro che possiede una visione, un’estetica e un percorso narrativo riconoscibile. Ogni scelta, dalla produzione all’immaginario visivo fino ai riferimenti simbolici, contribuisce a raccontare una storia che chiede di essere ascoltata nella sua interezza.

★★★★★★★☆☆☆
Ed è forse questo il merito più importante di Magia bianca. Al di là dei suoi limiti, il disco dimostra che esiste ancora spazio per un pop che ambisce a essere opera e non semplice contenitore di brani. Un progetto che sceglie il racconto anziché una bruciante ed effimera immediatezza, la costruzione di un’identità invece dell’omologazione. L’arte, in fondo, continua a fare questo. L’industria fa altro. Ed è difficile non apprezzare il fatto che Francesca Michielin, questa volta, abbia deciso senza esitazioni da quale parte stare.




