Per capire chi si è stati – e chi si potrà ancora essere – a volte è necessario andare a ritroso e imparare a leggere il passato con nuove consapevolezze. L’ha fatto Chiara Galiazzo nel suo nuovo EP, “Nuova luce”. Ecco la nostra intervista.
Potremmo dire che Chiara Galiazzo ha ritrovato una “nuova luce”, potremmo anche dire che, oggi più che mai, splende di una “luce” propria, e infiniti altri giochi di parole attorno al titolo del suo nuovo EP, “Nuova luce“. Ironicamente, però, ognuno di questi risulterebbe calzante. L’artista ricompone pezzi del proprio puzzle artistico, rivestendo con una rinnovata veste alcuni dei brani più celebri e amati del proprio repertorio, riavvicinandoli a se e ricongiungendosi con tutto ciò che è stata fino ad oggi. Parte da qui un nuovo e interessante percorso, affiancata da un gruppo di lavoro di “pochi ma buoni”.
Hai detto che «Le canzoni rimangono uguali. Siamo noi che cambiamo». Partiamo da qui, dalla rilettura del tuo repertorio, che in qualche modo significa anche fare i conti con la persona che lo ha scritto o interpretato in un’altra fase della vita. Che Chiara ha trovato, la Chiara di oggi, quando ha “riaperto” quelle canzoni?
Ho trovato una persona diversa, inevitabilmente. Quando incidi una canzone, quella canzone fotografa un momento preciso: non soltanto per quello che stai vivendo, ma anche per il modo in cui canti, pensi e guardi le cose. Tornarci dopo anni è stato un po’ come aprire un album di fotografie e accorgermi che riconosco perfettamente quella persona, ma allo stesso tempo non sono più lei. La cosa bella è stata capire che quelle canzoni potevano ancora appartenermi, semplicemente in un modo nuovo. Forse “Nuova Luce” nasce proprio da questo: non cambiare il passato, ma guardarlo con gli occhi che ho oggi.
Hai scelto di far aderire dei brani entrati nell’immaginario collettivo con una determinata veste, adattandola a una nuova forma, attraverso quartetto d’archi ed elettronica, affidando produzione e arrangiamenti ad Alessandro Galdieri, con cui condividi questa nuova “era” della tua musica, ormai da diverso tempo. Quanto è stato difficile capire cosa togliere, cosa lasciare intatto e cosa invece trasformare radicalmente?
È stato probabilmente l’aspetto più delicato, perché quando una canzone è conosciuta esiste una sorta di memoria collettiva del brano. Ci sono elementi che il pubblico riconosce immediatamente e che rischi di perdere se intervieni troppo. Allo stesso tempo, però, non avrebbe avuto senso limitarsi a riproporre le stesse versioni. Con Alessandro Galdieri abbiamo cercato un equilibrio: capire quale fosse il nucleo di ogni canzone e proteggerlo, concedendoci invece molta libertà su tutto quello che poteva cambiare. Archi ed elettronica ci hanno permesso proprio questo, perché sono due mondi apparentemente lontani che possono creare spazi completamente nuovi.

La selezione attraversa momenti molto diversi della tua carriera: da “Due respiri”, che coincide con l’inizio della tua storia discografica, fino a “Nessun posto è casa mia”, passando per “Straordinario”, “Cuore nero”, “Bambola Daruma” e “L’ultima canzone del Mondo”. Se dovessi ascoltare questo EP come se non fosse il tuo, quale storia penseresti che raccontano insieme queste sei canzoni? E quale storia raccontano invece a te, oggi?
Da ascoltatrice, credo che sentirei soprattutto una storia di trasformazione. Sono canzoni nate in periodi diversi e con intenzioni diverse, però messe una accanto all’altra acquistano quasi un filo narrativo che prima non era necessariamente evidente. Per me, invece, raccontano inevitabilmente una parte della mia vita. “Due respiri” appartiene a un momento lontanissimo rispetto alla persona che sono oggi, eppure continua a essere parte di me. La cosa interessante è stata scoprire che non devo scegliere tra quelle diverse Chiara: possono convivere tutte nello stesso racconto.
A proposito di “Due respiri”, è stata la canzone con cui sei entrata nell’immaginario del grande pubblico. A distanza di più di dieci anni, però, dici che può essere anche letta come una canzone sulla tua relazione con la musica. Quanto è difficile per un interprete liberare una canzone dalla storia che il pubblico le ha inevitabilmente costruito attorno?
Credo che non sia possibile liberarla completamente, e forse non sarebbe neanche giusto farlo. “Due respiri” per esempio, per tantissime persone coincide con il mio ingresso nel mondo della musica, mentre oggi io riesco a sentirci anche qualcosa di diverso, quasi un dialogo con la musica stessa. Le due letture possono convivere. La cosa affascinante delle canzoni è proprio questa: rimangono identiche, ma continuano a cambiare significato a seconda di chi le ascolta e del momento in cui lo fa.

“Straordinario” occupa un posto particolare nel progetto, perché torna in una versione inedita con Ermal Meta, undici anni dopo Sanremo e dopo che lui stesso aveva contribuito alla scrittura del brano. Com’è stato l’incontro e lavorarla assieme, rievocando inevitabilmente una magia che ha ormai qualche anno sulle spalle?
Ritrovare una canzone dopo undici anni significa inevitabilmente incontrare anche tutto quello che è successo nel frattempo. Con Ermal c’era poi un legame particolare, perché aveva scritto “Straordinario” con Gianni Pollex e l’avevo portata a Sanremo nel 2015, quindi non era semplicemente coinvolgere un altro artista in una nuova versione: significava riportare dentro la canzone qualcuno che faceva già parte della sua storia. Io l’ho vissuta come la chiusura di un cerchio, un finale di stagione. Sono contenta di aver inciso questa canzone con Ermal.
In “L’ultima canzone del Mondo” affrontavi anche il tema del cambiamento climatico, mentre “Bambola Daruma” prendeva il simbolo giapponese della perseveranza e della capacità di rialzarsi. Riascoltando oggi il tuo repertorio, ti accorgi che alcuni temi sono rimasti costanti nel tuo modo di scrivere e scegliere le canzoni? Oppure “Nuova Luce” ti ha fatto scoprire delle connessioni che all’epoca non avevi ancora individuato?
Ho sempre affrontato l’amore con un’accezione positiva, raramente ho affrontato l’argomento parlando di amori tormentati. Mi è sempre piaciuto anche affrontare temi motivazionali, “Bambola Daruma” in questo senso è un manifesto, siamo già salve e non lo sappiamo, a volte per capirlo bisogna solo crederci un po’ di più.
Il titolo “Nuova Luce” lascia intendere una trasformazione dello sguardo più che delle canzoni. Provi a vedere il tuo passato attraverso la persona che sei diventata. Quanto conta, oggi, la possibilità di riconciliarsi con le diverse versioni di sé che convivono dentro una carriera artistica?
Conta moltissimo. Credo che per molto tempo, soprattutto nella musica, ci sia stata l’idea che ogni nuova fase dovesse necessariamente cancellare quella precedente: nuovo disco, nuova immagine, nuova versione di te. Crescendo ho capito invece che non ho bisogno di rinnegare quello che sono stata per dimostrare di essere cambiata. Posso guardare alcune scelte con tenerezza, altre magari con maggiore distanza, ma fanno comunque parte del percorso. Riconciliarsi significa anche smettere di giudicare continuamente la persona che eri con gli strumenti che possiedi oggi.
Dopo X Factor, tre Sanremo e quattro album, hai attraversato una parte del sistema musicale italiano in cui l’esposizione può essere molto rapida e, allo stesso tempo, difficile da governare. Oggi scegli un EP digitale, un repertorio riletto e un tour nei teatri. Tu che hai vissuto sulla tua pelle quella velocità spasmodica dell’industria discografica che viene imposta in determinati contesti, che rapporto hai oggi con il tempo?
Il mio rapporto con il tempo è molto strano. Io dei primi tre anni di carriera non ricordo niente o comunque poco. Andava tutto troppo veloce, c’erano troppe emozioni tutte a raffica, non me le sono godute e anzi se devo pensare alla mia sensazione di quel periodo lo ricordo con un malessere abbastanza grosso. Poi ci sono stati vari passaggi, quello in cui ti rendi conto che il successo è effimero, che di fatto non ci hai capito niente e che c’è da costruire una carriera facendo piccoli passi. Ora le mie giornate sono dilatate e il tempo mi sembra lunghissimo, mi godo ogni piccola vittoria in un modo molto consapevole.
Io dei primi tre anni di carriera non ricordo niente o comunque poco. Andava tutto troppo veloce, c’ erano troppe emozioni tutte a raffica, non me le sono godute e anzi se devo pensare alla mia sensazione di quel periodo lo ricordo con un malessere abbastanza grosso.
chiara galiazzo
Il passaggio al teatro, poi, è coerente con la natura di “Nuova Luce”: una formazione più raccolta, archi ed elettronica, arrangiamenti che possono lasciare spazio al dettaglio. Cosa hai pensato per quel live? Come lo stai preparando?
L’idea è quella di portare sul palco lo stesso principio che ha guidato il progetto: lasciare spazio alle canzoni. Il teatro permette un rapporto con il pubblico diverso, più raccolto, e una formazione che mette insieme archi ed elettronica può giocare moltissimo sulle dinamiche, sui silenzi e sulle sfumature. Non vorrei che fosse semplicemente la riproduzione dal vivo dell’EP, ma un luogo in cui questo repertorio possa trasformarsi ancora. Però lo spettacolo si baserà su due concetti principali, la musica e la luce.

Hai scritto che forse non servivano più le “luci della ribalta”, ma una “Nuova Luce”. È una frase che può essere letta anche come una presa di posizione sul concetto stesso di carriera: non necessariamente andare sempre più avanti, ma tornare indietro per capire meglio ciò che si è stati. Dopo questo lavoro di rilettura, però, cosa viene dopo? Hai ritrovato nelle tue vecchie canzoni qualcosa che ti abbia indicato una direzione nuova per la musica che ancora non hai scritto e cantato?
Penso che continuerò con questo metodo, fare sempre quello che ha un senso per me e che mi permetta di essere contenta del lavoro che faccio. Sicuramente a questo connubio di archi ed elettronica continuerò a pensarci.




