Con “Day and Night”, Carly Rae Jepsen porta all’estremo la propria idea di pop: 24 canzoni divise tra luce e notte, desiderio e abbandono, e una scrittura sempre più esplicita nel raccontare l’amore. Un doppio album ambizioso, ricco di intuizioni e qualche inevitabile dispersione, che mostra una popstar sempre pronta ad allargarne i confini.
A pensarci bene, Carly Rae Jepsen ha costruito una parte consistente della propria carriera attorno a una forma di ostinazione sentimentale. Sentimento spesso banalizzato, portato all’estremo, raccontato attraverso l’insicurezza, l’ambivalenza, il distacco o la paura di esporsi. Sono diverse le forme in cui questo tema ha fatto capolino nella produzione dell’artista canadese, che torna a farsi largo nel suo più recente progetto discografico, “Day and night“, probabilmente il più ambizioso della sua carriera. Qui Carly Rae racconta l’amore quando rischia di vacillare, quando porta con sé ansia, desiderio e paura dell’abbandono, ma con la sua cifra, intelligente e brillante.
Ventiquattro brani, divisi equamente tra una sezione “Day” e una “Night”. Dopo anni in cui Carly Rae Jepsen ha disseminato il proprio materiale in album, side B e progetti complementari, questa volta l’abbondanza non arriva a posteriori: è il disco stesso a farsene carico. E il risultato è interessante proprio perché non è sempre perfetto.

Il giorno: la luce, il desiderio, la vulnerabilità
La prima metà di “Day and Night” si muove in una zona sonora calda, ariosa, spesso psichedelica, dove dream pop, soft rock, disco, folk e sophisti-pop entrano in relazione senza diventare etichette rigide. “Versailles” è uno dei punti in cui questa estetica trova una forma particolarmente compiuta. Il riferimento all’immaginario di Marie Antoinette e al film di Sofia Coppola è riuscito: la canzone usa quell’opulenza come metafora di un amore vissuto senza moderazione, quasi con l’urgenza di consumare ogni possibilità di piacere.
La produzione accompagna il testo con un movimento altrettanto irregolare: accelera, si espande, poi si ritrae. Jepsen canta il desiderio senza provare a renderlo elegante a tutti i costi. Lo lascia essere eccessivo. “Soft”, “Wild Child”, “Burning Heart” e “Lonely Side of the Bed” si muovono invece su una dimensione più morbida. Sono canzoni nelle quali la felicità viene presentata come qualcosa che convive con l’insicurezza. La protagonista può essere innamorata e, nello stesso momento, avere paura. Può desiderare stabilità e temere di perderla.
E poi arriva “Just a Little Walk on the Moon”, che rappresenta una delle transizioni più riuscite dell’intero progetto. La sua leggerezza quasi bossa nova non chiude semplicemente la sezione diurna: la porta verso un altro stato emotivo. Il tramonto, qui, non è soltanto un passaggio concettuale, bensì musicale. Una prima metà del progetto che ritrova tanto della propria anima anche nelle atmosfere cinematografiche: in questo è molto brava la cantautrice, che attraverso queste canzoni, ci fa immaginare scenari e contesti da film.
La notte non cambia sentimento: cambia linguaggio
La seconda metà di “Day and Night” non rappresenta una vera rottura con ciò che la precede. È piuttosto lo stesso sentimento osservato dopo il tramonto. La produzione diventa più sintetica, i bassi acquistano peso, le ritmiche diventano più fisiche e la disco lascia spazio a house, synth-pop e contaminazioni dance. “Don’t Leave Me on the Dancefloor” è forse il manifesto più immediato della sezione. Il titolo contiene già tutta la canzone, già singolo che ha anticipato l’uscita del disco: l’euforia della pista da ballo e la paura di rimanere soli coincidono nello stesso gesto.
In un altro contesto, una frase come “don’t leave me in the dark to face another song alone” potrebbe essere il momento più doloroso di una ballata. Jepsen la trasforma invece in una richiesta da urlare sopra un beat. È una delle sue intuizioni più forti: il dolore non deve necessariamente suonare triste. “Near or Far”, “Never Let a Good Thing Die”, “Motivation” e “Hold Me to the Light” proseguono su questa strada, tra bassi in primo piano, synth luminosi e strutture più apertamente club-oriented.
Ma è soprattutto “Super Sage” a portare la poetica dell’album verso il suo punto più vulnerabile. La canzone sembra inizialmente costruita attorno all’ansia di una confessione: la paura di aver chiesto troppo, di aver spinto troppo avanti il rapporto, di essere sul punto di compromettere ciò che si ama. Poi esplode. La trasformazione sonora riproduce quella emotiva: l’ansia diventa accelerazione, i synth si dilatano, la voce perde progressivamente il controllo. E quando arriva la dichiarazione d’amore, non c’è più nessuna strategia.
Ventiquattro canzoni sono troppe?
Sì e no. È il problema centrale di “Day and Night“, e sarebbe un errore fingere che non esista. Carly Rae Jepsen è una musicista estremamente prolifica. Nel corso della sua carriera ha già dimostrato di poter accumulare quantità enormi di materiale e di saper trasformare gli scarti in veri e propri prolungamenti degli album. “E•MO•TION Side B“, “Dedicated Side B” e “The Loveliest Time” hanno consolidato proprio questa caratteristica. Ma ciò che funzionava bene come appendice, in un doppio album diventa una questione strutturale.
Ventiquattro brani chiedono all’ascoltatore una disponibilità diversa. E soprattutto espongono maggiormente le differenze qualitative tra una canzone e l’altra. Carly Rae Jepsen rimane una songwriter capace di trovare melodie immediate e arrangiamenti sofisticati, ma non tutti i brani di “Day and Night” possiedono quella capacità di sintesi che ha prodotto alcuni dei momenti più memorabili della sua discografia. In certi passaggi, soprattutto nella seconda metà di entrambe le sezioni, il disco rallenta. Alcuni brani sembrano più interessati a definire un’atmosfera che a lasciare una vera impronta melodica.
È il prezzo dell’abbondanza, e paradossalmente, l’abbondanza è parte dell’identità artistica di Jepsen. Chiederle un disco più breve significherebbe forse renderlo più efficace, ma anche sottrargli quella sensazione di laboratorio aperto che oggi appare fondamentale nella sua musica.

La domanda, allora, non è se “Day and Night” avrebbe beneficiato di un editing più severo. Probabilmente sì. La domanda più interessante è se quel rigore avrebbe reso il disco più rappresentativo della cantautrice. Non necessariamente.
Per anni il suo nome è stato associato a una particolare idea di perfezione pop: melodie impeccabili, synth anni Ottanta, ritornelli immediatamente riconoscibili, arrangiamenti capaci di trasformare la malinconia in euforia. “Day and Night” conserva quella grammatica, ma smette in parte di considerarla un limite. Ci sono passaggi psichedelici, accenni di bossa nova, folk, house, disco, dream pop. Alcuni arrangiamenti introducono dettagli quasi eccentrici: sintetizzatori dissonanti, improvvise accelerazioni, strumenti che sembrano provenire da un altro disco.
È qui che il lavoro diventa più interessante di quanto suggerisca la sua struttura apparentemente semplice. Carly Rae Jepsen sta cercando di capire quante forme diverse possa assumere una canzone di Carly Rae Jepsen, e la differenza, in tutto questo, è sostanziale. Il rischio è quello della dispersione, ma in cambio c’è una libertà che nei suoi album più celebrati era meno evidente.
L’amore come forma di conoscenza
C’è infine un elemento che rende “Day and Night” particolarmente coerente con la traiettoria della sua autrice: il disco sembra scritto da qualcuno che non considera più l’amore soltanto come un sentimento da conquistare, ma come un luogo nel quale imparare a conoscersi. La gioia non cancella la paura. Il desiderio non elimina l’insicurezza. La stabilità non impedisce l’ansia. La notte non contraddice il giorno.
È questo il senso più riuscito della divisione del disco: non due album contrapposti, ma due modi di stare dentro la stessa esperienza. La luce del giorno rende visibili le cose. La notte permette di viverle diversamente. In mezzo, Carly Rae Jepsen continua a fare ciò che sa fare meglio: prendere emozioni semplicissime — volere qualcuno, averne paura, desiderarlo ancora, non volerlo perdere — e trasformarle in musica che non ha vergogna di essere pop.




