“Petal” di Ariana Grande, a pochi giorni dalla sua uscita, ha diviso pubblico e critica. Tra accuse di essere un album sottotono e apprezzamenti per la sua sincerità artistica, analizziamo produzione, testi, voce e significato per capire se sia davvero un brutto disco.

Un’artista che cambia pelle, da sempre, polarizza l’opinione pubblica. La storia ci insegna come nessun cambiamento, nel mondo della musica pop e non solo, sia stato in automatico fautore di applausi convinti dal pubblico e dalla critica. Non fa eccezione nemmeno l’ottavo album in carriera di Ariana Grande, “Petal“. Forse il disco più controverso della storia artistica della popstar, arrivato in un momento altrettanto caotico e colmo di interrogativi legati alla sua vita personale, oltre che alla sua direzione artistica. In quest’analisi ci andiamo a concentrare esclusivamente sulla musica, per cercare di rispondere nel nostro piccolo ad un semplice quesito: Petal” è davvero così brutto come (quasi tutti) dicono?

La risposta, come spesso accade quando si parla di opere artistiche, è meno immediata di quanto sembri. C’è chi lo considera un passo falso, chi un’opera incompiuta e chi, invece, lo ritiene uno dei suoi dischi più personali e coraggiosi. Le recensioni della stampa specializzata oscillano tra giudizi severi ed entusiasmi convinti, mentre i social si sono rapidamente riempiti di commenti contrastanti.

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“Petal”, il nuovo album di Ariana Grande

La rabbia promessa da Ariana Grande c’è davvero?

Partiamo dal principio. Fin dalla presentazione del progetto, Ariana Grande aveva preparato il terreno parlando di “Petal come del disco in cui avrebbe finalmente lasciato emergere una rabbia fino a quel momento repressa. L’artista aveva descritto l’album come originato da emozioni “ferali”, spiegando di aver scritto canzoni che in passato non avrebbe avuto il coraggio di pubblicare perché troppo educata o troppo attenta alle aspettative esterne.

È proprio qui che nasce una delle principali critiche. Una parte della stampa ha infatti sottolineato come questa rabbia, pur presente nei testi, non trovi quasi mai uno sfogo musicale realmente esplosivo. Le composizioni rimangono spesso contenute, costruite su tempi lenti, sintetizzatori ovattati e arrangiamenti minimali. The Independent, ad esempio, ha parlato di un disco incapace di trasformare la tensione emotiva in un’esperienza sonora altrettanto incisiva, definendolo troppo misurato rispetto alle intenzioni dichiarate.

Ma esiste anche una lettura opposta. Secondo Rolling Stone, proprio questa scelta rappresenta uno dei punti di forza dell’album. La rabbia non viene urlata: viene trattenuta. È una tensione continua, quasi soffocata, che attraversa il disco senza mai sfociare in un’esplosione liberatoria. Un approccio meno spettacolare, ma forse più coerente con lo stato emotivo raccontato dall’artista.

Ariana Grande
Ariana Grande

Dal canto nostro, ci andiamo a porre nel mezzo: la spinta musicale, rispetto alle precedenti e più famose produzioni di Ariana Grande c’è stata. Il sound osa molto di più, su territori fino ad ora poco esplorati dall’artista, che qui si mette indubbiamente in gioco su terreni – anche comunicativi e testuali – insidiosi, per una vocalità come la sua che per quanto duttile possa risultare, ha comunque un perimetro ben delineato che non le può permettere di spaziare a 360°. Il risultato è spiazzante: coraggioso? Sì. Fuori dalla comfort zone? Sì. Riuscito? Mh.

Un album che non è fatto per le classifiche

Chi si avvicina a “Petal” aspettandosi una sequenza di singoli costruiti per dominare le classifiche potrebbe rimanere frastornato. L’album sceglie deliberatamente un’altra strada, che non guarda al pop più semplice e immediato, per quanto questo genere resti comunque alla base del progetto, come d’altronde è insito nella natura di Ariana Grande stessa, ma viene contaminato da elementi R&B, synth-pop anni Ottanta, richiami alla new wave e, in alcuni episodi, perfino sfumature indie rock e pop rock.

Brani come “bad thing (bunny hop)” mostrano chiaramente questa direzione, mentre l’intero disco rinuncia alla struttura immediata tipica delle grandi hit radiofoniche per privilegiare atmosfere più rarefatte. Per il Times l’album è dotato di una “qualità acquatica”: un’immagine efficace per descrivere un lavoro che sembra muoversi sott’acqua, sospeso, morbido e volutamente distante dalla brillantezza sonora che aveva caratterizzato parte della produzione precedente dell’artista. Sarà per questo che non può trattarsi di una scelta destinata a piacere a tutti.

Produzione raffinata, ma a tratti “soffocante”

Uno degli elementi più interessanti riguarda la produzione. Ariana Grande firma gran parte del lavoro insieme a ILYA, mentre Max Martin, storico collaboratore responsabile di molti dei suoi maggiori successi pop, compare soltanto in una parte limitata della tracklist. Una virata ben decisa che si riversa nel suono di questo lavoro, che è estremamente stratificato.

Le armonie elettroniche, i sintetizzatori e gli effetti ambientali costruiscono un paesaggio sonoro ricco di dettagli, quasi una sorta di “cattedrale sonora”, come l’hanno definita alcuni critici. Allo stesso tempo però, paradossalmente, questa ricchezza tira fuori le sue spine e diventa limitante. In diversi passaggi la produzione appare così dominante da relegare la voce in secondo piano, seminando confusione nell’ascoltatore. Tanto spazio all’atmosfera, meno a melodie e strutture ben delineate: dove si sta andando?

Ariana Grande canta meno per impressionare e più per raccontare

Un’altra delle trasformazioni più evidenti riguarda la voce. Chi conosce Ariana Grande per le grandi estensioni vocali e gli acuti spettacolari potrebbe rimanere sorpreso. In “Petal“, come accennavamo qualche paragrafo più su, la cantante rinuncia quasi completamente all’approccio da powerhouse vocale che l’ha resa celebre.

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Ariana Grande

Le interpretazioni sono spesso molto delicate, costruite su registri bassi, armonizzazioni multiple e un controllo tecnico molto più sottile. Diversi osservatori hanno collegato questa evoluzione anche al lavoro svolto durante l’esperienza cinematografica di Wicked, che sembra aver influenzato il suo modo di utilizzare la voce con maggiore misura. Una modalità di canto che in diversi brani va a scontrarsi con le dinamiche musicali delle produzioni, rimanendo inghiottite.

I testi sono promossi

Se musicalmente Petal procede spesso per sottrazione, dal punto di vista narrativo rappresenta probabilmente uno dei lavori più esposti di Ariana Grande. La si può interpretare come una vera e propria lettera di rottura nei confronti della celebrità. La metafora del petalo che riesce a crescere tra le crepe del marciapiede diventa il simbolo della resilienza: continuare a esistere nonostante un ambiente ostile e costantemente giudicante.

hate that i made you love me” riflette sulle aspettative che gravano all’interno delle relazioni, mentre “Freak” assume i contorni di una dichiarazione d’indipendenza verso chi pretende di controllare l’immagine pubblica dell’artista. In “like i do“, l’artista sembra poi rispondere direttamente alle continue speculazioni dei media sul proprio corpo e sulla propria salute – argomento di cui si sta molto dibattendo nelle ultime ore -, trasformando il gossip in materia narrativa. Altri brani affrontano invece dinamiche sentimentali e identitarie.

A proposito di ciò, Ariana Grande ha annunciato l’intenzione di allontanarsi dalla vita pubblica al termine del tour. Una decisione motivata dal peso dello scrutinio costante dei media e alimentata anche dalle polemiche nate attorno al videoclip di “Petal“, ritenuto da alcuni osservatori eccessivamente violento o utilizzato per alimentare nuove speculazioni sulle condizioni fisiche della cantante.

Quindi, “Petal” è davvero un brutto album?

La risposta, in conclusione, dipende inevitabilmente da quale Ariana Grande si cerca. Se l’aspettativa è quella di ritrovare l’autrice di grandi hit pop immediate, ma anche semplicemente il continuum di qualcosa che è già stato e che ha fatto innamorare milioni di persone in tutto il mondo, probabilmente “Petal” lascerà insoddisfatti. È un disco che rinuncia al colpo ad effetto, che si rifà ad atmosfere sospese, arrangiamenti ricercati e una scrittura più introspettiva.

Al tempo stesso, non tutte le scommesse risultano pienamente vinte. La produzione, per quanto sofisticata, in alcuni momenti tende a comprimere la forza emotiva delle canzoni; la vocalità volutamente trattenuta e un’enunciazione spesso poco nitida possono creare distanza con l’ascoltatore, mentre quella rabbia annunciata come motore del progetto raramente trova un corrispettivo sonoro davvero dirompente.

Eppure ridurre Petal all’etichetta di “brutto album” sarebbe una semplificazione eccessiva. Più che un disco fallito, si può parlare di un progetto più sperimentale rispetto alla storia artistica di Ariana Grande. Un rischio – e menomale che nella complessità dell’industria odierna, ci sia ancora chi osa prenderseli, questi rischi – deciso, forse incosciente, ma sicuramente autentico. Senza dubbio non è il disco più immediato della sua carriera, nemmeno quello che conquisterà il pubblico. Procede controcorrente, si sporca le mani e chiede tempo, attenzione e disponibilità a lasciarsi sorprendere oltre le prime impressioni.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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