Alberto Moscone pubblica “Rumore di fondo”, il primo album del progetto, che trova nelle sonorità bedroom pop la sua anima più distinta: nove brani tra fragilità, infanzia, relazioni e ricerca della propria identità.
Nove brani scritti nell’arco di due anni, riordinati secondo un percorso che procede dalla difficoltà di accettarsi verso una forma di maggiore consapevolezza. È questa la traiettoria di “Rumore di fondo”, primo album di Alberto Moscone, progetto che nasce dall’incontro tra una scrittura personale, una sensibilità vicina al bedroom pop e un percorso professionale maturato anche nel lavoro di montatore del suono per il cinema.
Nato a Roma e cresciuto a Genova, Alberto Moscone torna nella capitale nel 2020 per motivi professionali. È in questa nuova fase che prende forma una rete di collaborazioni e, parallelamente, un’esplorazione sonora destinata a confluire nel progetto musicale che porta il suo nome. Il primo singolo arriva nel 2023, mentre nel 2024 viene pubblicato l’EP “Lo perdo sempre”, accompagnato anche da un’edizione fisica realizzata sotto forma di fumetto.

Con “Rumore di fondo” il progetto amplia quella ricerca e la porta nella dimensione dell’album. Il titolo diventa una chiave di lettura fondamentale: il rumore è quello che accompagna la vita quotidiana, fatto di paure, aspettative, ricordi, relazioni e difficoltà nel riconoscersi. L’obiettivo è riuscire progressivamente a dargli una forma.
L’ordine dei brani é stata una decisione abbastanza naturale. L’ultimo brano é anche l’ultimo che ho scritto e abbiamo cronologicamente registrato, quindi anche musicalmente ci abbiamo messo tutto quello che ci era piaciuto fino a quel momento.
alberto moscone
Un disco sulla trasformazione, senza un vero concept
Moscone tiene a precisare che “Rumore di fondo” non nasce come un concept album costruito a tavolino. I nove brani sono piuttosto il risultato di un processo di scrittura sviluppatosi nell’arco di due anni, durante il quale temi e stati d’animo differenti hanno trovato progressivamente una loro collocazione. Il filo conduttore emerge così a posteriori: è la crescita, intesa non come percorso lineare verso una versione definitiva di sé, ma come continua rielaborazione della propria identità.
Il lavoro per le immagini è, rispetto alla musica, molto più lento, se vogliamo noioso e soprattutto non é la cosa in se ma é a supporto di un racconto. Quello che sto cercando di fare, ma mi sento ancora lontano da una soluzione ottimale, è di provare ad avere questo approccio nella scrittura di un brano, dove gli elementi, soprattutto quelli linguistici, sono quasi secondari allo sviluppo di un racconto principalmente sonoro.
alberto moscone
L’infanzia occupa una posizione centrale, soprattutto per ciò che continua a sopravvivere nell’età adulta. Accanto a questo tema compaiono la fragilità dei rapporti, la tenerezza, la difficoltà di riconoscersi nei cambiamenti e la necessità, spesso tutt’altro che semplice, di accettarsi. Anche la sequenza dei brani risponde a questa idea. L’album parte da una condizione di maggiore irrequietezza e procede verso una serenità crescente. Le prime canzoni raccontano una forma di non accettazione ancora istintiva, mentre quelle successive registrano una consapevolezza progressivamente più definita.

Il punto di arrivo è “La tua forma”, brano conclusivo che per Alberto Moscone assume anche una dimensione quasi spirituale: non la soluzione definitiva alle inquietudini raccontate nel disco, ma la possibilità di riconoscere una propria forma senza pretendere che rimanga immutabile.
Trasformare un’esperienza personale in qualcosa in cui possa riconoscersi anche chi ascolta? Il modo in cui penso possa funzionare meglio è farlo con la sincerità con cui racconteresti quelle cose ad una persona che ti vuole bene.
alberto moscone
Il “rumore” dell’età adulta
Uno degli elementi più interessanti del progetto sta proprio nella scelta di non presentare la crescita come un processo necessariamente ordinato. Le paure dell’infanzia, nel racconto di Moscone, non scompaiono con l’età: cambiano posizione e diventano parte della quotidianità adulta. A queste si aggiungono delusioni, pesi, illusioni e tutte quelle piccole trasformazioni attraverso cui una persona modifica nel tempo il proprio rapporto con se stessa e con gli altri.
È una scrittura che guarda all’interiorità senza trasformarla automaticamente in confessione. L’esperienza individuale diventa materiale per osservare dinamiche più ampie: il bisogno di trovare un centro, la difficoltà di riconoscersi quando si cambia e l’accettazione dell’idea che l’identità non sia qualcosa di definitivamente acquisito.
In questo senso il riferimento alla poetica di Vasco Brondi va letto soprattutto nell’attenzione alla dimensione esistenziale della scrittura e al rapporto tra quotidiano, inquietudine e trasformazione. “Rumore di fondo” si muove però all’interno di un proprio percorso, legato alla sensibilità e alla formazione musicale di Alberto Moscone.
Mi rendo conto che piuttosto che avere un mio immaginario ben definito, mi trovo quasi sempre a “rubare” dai progetti che mi piacciono. Sento comunque l’esigenza di mettere tutto in discussione.
alberto moscone
La componente musicale del progetto è legata anche alla particolare formazione di Alberto Moscone, che affianca alla pratica compositiva il lavoro di montatore del suono nel cinema. Una relazione con il suono che trova spazio anche nella costruzione dell’album, dove alle chitarre si affiancano synth, tastiere, suoni ambientali e una sezione ritmica costruita insieme ai collaboratori. Ne emerge un lavoro nel quale la dimensione autorale e quella produttiva restano strettamente collegate. Il suono contribuisce alla costruzione dell’atmosfera di un disco che mette al centro proprio il rapporto tra ciò che si è, ciò che si è stati e ciò che si continua a diventare.
Cosa significa oggi, per me, trovare la propria forma? Può essere un piccolo momento felice. Poi ovviamente si cambia e cambiano le cose intorno a noi. Però in quei brevi istanti in cui sembra tutto in ordine, tutto allineato, ci si può concedere di goderseli.
alberto moscone




