Adriano guarda alla tradizione dei cantastorie e la rilegge attraverso leggende, modi di dire, ironia e teatralità, trasformando persone, luoghi e frammenti di quotidianità in un album: “Portoluna”. Ecco la nostra intervista.

Con Portoluna, il nuovo album di inediti pubblicato da Adriano per peermusic ITALY, la canzone d’autore diventa un luogo immaginario in cui realtà e invenzione possono convivere. Un luogo senza confini definiti, che può assumere le sembianze di un’isola, di una persona, di un ricordo o di uno spazio interiore: ciò che conta è la possibilità di attraversarlo e riconoscervi qualcosa di sé. Le otto tracce dell’album compongono un racconto corale popolato da figure eccentriche, fragili e profondamente umane, tra partenze, ritorni, solitudine, desiderio, identità e bisogno di prendere le distanze dal mondo per riuscire a guardarlo con occhi diversi.

A sostenere questa dimensione narrativa c’è una produzione che lascia alla scrittura il ruolo centrale, costruendo intorno alle storie un paesaggio sonoro caldo, onirico e mediterraneo. Il lavoro con il producer Marquis attraversa atmosfere acustiche ed essenziali, sonorità caraibiche, blues, funky e bossa nova, synth, cori e suggestioni dal sapore anni Settanta, fino a incursioni quasi circensi. Un equilibrio che permette a malinconia, ironia e stupore di convivere senza appesantire il racconto, accompagnando personaggi e situazioni senza mai sovrastarli. Di questo universo, della Sicilia come radice creativa, dei personaggi che popolano l’album e del rapporto tra scrittura e produzione, Adriano ci parla nell’intervista che segue.

“Portoluna” arriva accompagnato da una domanda: quanto possiamo modificare la realtà attraverso l’immaginazione prima che quella realtà smetta di essere riconoscibile? Il disco costruisce un’isola, ma quell’isola potrebbe essere una persona, un ricordo, una relazione o persino una parte di noi. Mi viene in mente Italo Calvino quando scriveva che «la fantasia è un posto dove ci piove dentro». “Portoluna” è per te un luogo che hai immaginato o un modo diverso di guardare quello reale?

Penso che “Portoluna” si entrambe le cose. Mi affascina molto il rapporto tra quello che vediamo e quello che costruiamo dentro di noi. Mi piace la citazione di Calvino che parlando del Purgatorio di Dante – «Poi piovve dentro a l’alta fantasia» – suggerisce che la fantasia non è semplicemente un processo volontario, ma anche un luogo che viene abitato da immagini, ricordi e sensazioni che ci cadono addosso e che poi dentro di noi si trasformano. Però mi viene in mente anche Oliver Sacks e a quello che racconta in “Allucinazioni”: in alcuni condizioni, se il cervello riceve pochi stimoli esterni, può iniziare a produrre autonomamente immagini, volti, figure e intere scene.

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Adriano – foto di Bianca Burgo

È come se la mente, quando non ha abbastanza realtà da osservare, cominciasse a costruirsene una. “Portoluna” nasce proprio in quello spazio lì. Ispirato anche dall’approccio creativo di Terry Gilliam, come lui, non ho voluto inventare un mondo totalmente nuovo, separato da quello reale, ma prendere ciò che avevo davanti (Catania, le persone, i ricordi, le relazioni, le cose quotidiane) e lasciare che la mia immaginazione lo modificasse.

Hai scelto di raccontare la Sicilia attraverso linguaggio, personaggi, ironia, teatralità e piccoli frammenti della vita quotidiana. È una scelta di valore, perché raccontare la propria terra significa anche sottrarla agli stereotipi con cui viene continuamente rappresentata. Credi che ancora oggi si tenda a raccontare la Sicilia sfociando nel folklore? E quanto della tua idea di Sicilia è realmente vissuto e quanto, invece, è diventato nel tempo una Sicilia immaginaria?

In realtà non credo di star raccontando tutta la Sicilia, “Portoluna” è più quello che si vede dalla finestra di un appartamento. Certo da Siciliano sento molto il “peso” del folklore e della tradizione che a volte sembra quasi l’unico modo per raccontare questa terra, ma in realtà già da tempo tanti musicisti e artisti siciliani di vario genere stanno trovando nuove forme creative interessanti. Io non volevo rappresentare la Sicilia, piuttosto dare spazio a possibilità di interpretazione entrando in un mondo filtrato da questa finestra che si affaccia sulle strade, e da cui si possono osservare i passanti, i paesaggi, sentirne i profumi e i suoni e, al tempo stesso, essere spettatori del folklore locale.

“Portoluna” è costruito come una raccolta di racconti, quasi un libro illustrato in cui ogni canzone introduce un personaggio e una prospettiva. Penso alla tradizione dei cantastorie siciliani, ma anche a quella letteraria di “Le città invisibili”, dove Marco Polo racconta luoghi che sono contemporaneamente geografici e interiori. Tu sei anche illustratore: quando nasce una canzone, nella tua testa compare prima una storia, un’immagine o una musica?

Credo che le tre cose appaiano contemporaneamente, ma in un caos calmo. Un po’ come dicevamo prima parlando di Dante e della sua pioggia di fantasia: ogni goccia è una piccola idea, un pezzo del puzzle che piano piano prende forma. Sta a te decidere quali gocce raccogliere. La fine non la vedi mai. All’inizio hai soltanto una direzione, di quello che stai immaginando. Per me la cosa più importante è non limitare il processo creativo e lasciare scorrere tutto il flusso di immagini, e poi, solo in un secondo momento, provare a metterle a fuoco. Poi ci sono cose che nascono quasi come fosse necessario vomitarle fuori, e altre che invece si formano lentamente, anche a distanza di anni.

Uno dei personaggi più interessanti è l’Eremita: fugge dalla Terra, costruisce una casa nei boschi, arriva addirittura sulla Luna, ma scopre che la distanza non è sufficiente a liberarsi di ciò che porta dentro. È una figura che potrebbe essere letta come una critica alla nostra idea contemporanea di fuga: cambiare città, interrompere una relazione, spegnere il telefono, sparire dai social, partire. Secondo te quanto della nostra ricerca di isolamento è davvero desiderio di solitudine e quanto, invece, è il tentativo di sottrarci a qualcosa che dovremmo imparare ad affrontare?

L’altro giorno ero ad uno stand-up di Celeste Siciliano, una comica transfemminista bravissima, e mi ha fatto particolarmente ridere quando parlando del suo oroscopo ha detto di avere un pianeta in opposizione: la Terra. Ecco dopo la risata arriva la riflessione: forse è così che ci si sente quando tutto ci rema contro e non si viene accettati e inclusi per quel che si è. Secondo me la fuga non è la soluzione.

“Ma poi sei ritornata” di Adriano

L’eremita parte perchè è disperato, non riesce più a relazionarsi con gli altri. Nella solitudine si convince di essere migliore di tutti, migliore anche dell’idea che si era fatto di se stesso, ma questa è solo un illusione. Eppure nel viaggio che nasce dalla fuga c’è qualcosa che l’eremita non vede da subito: il cambiamento. È proprio mentre scappa da sé stesso che senza accorgersene comincia a cambiare.

In “Viaggiatore” il tema dell’identità diventa quasi teatrale: vecchio, eroe, buffone, persona costruita attraverso il cellulare e lo sguardo degli altri. Sono tutte versioni possibili dello stesso individuo. Certo è che ognuno di noi porta con sé delle maschere, autentiche o distorsive che siano, con la differenza però che oggi una parte di quelle maschere viene archiviata, fotografata e riproposta continuamente attraverso i social. Pensi che internet ci abbia dato più possibilità di essere noi stessi o semplicemente più personaggi da interpretare?

Mi viene in mente Riccardo Falcinelli quando parla del volto nel suo libro Visus. Già nel corso della storia chi aveva un ruolo di potere modificava il suo volto per dare una immagine ben precisa di se. In passato chi non era sovrano non aveva particolari esigenze relazionali. Oggi tutti ci relazioniamo con tutti e quindi abbiamo il bisogno di costruire il nostro volto. I social forse hanno solo portato questo processo alla portata di tutti, dandoci strumenti nuovi per costruire e scegliere l’immagine che vogliamo mostrare, attraverso i filtri di Instagram e TikTok o semplicemente la scelta di quale foto pubblicare.

“Bagno interstellare” di Adriano

Diamo agli altri sempre solo una parte della nostra immagine, che si tratti del volto o del carattere. Però forse è quando qualcuno o qualcosa mette in discussione l’idea che abbiamo di noi stessi, come in Uno, nessuno e centomila di Pirandello, che iniziamo a dubitare e l’immagine che si ha di sé non coincide più con quella che gli altri hanno.

“Na matina” è l’unico brano interamente in siciliano e racconta un movimento apparentemente molto semplice: camminare, cercare, arrivare sulla “Muntagna” e guardare Catania dall’alto. Per te, quanto è stato importante allontanarti dalle cose — fisicamente o emotivamente — per riuscire a raccontarle?

Forse più che l’allontanamento è l’attraversamento degli spazi fisici ed emotivi che ci da la capacità di raccontarli dopo, quando in un secondo momento li osserviamo da una certa distanza. Ricordo un periodo in cui non stavo molto bene ed era diventato necessario per me uscire ogni giorno da casa, per muovere il mio corpo e interrompere il flusso di pensieri che inondava la mia mente. Proprio come in “Na Matina”, attraversare tutta la città diventava un modo per sparpagliare quei pensieri in giro, invece di farli ristagnare dentro una stanza. In questo modo tutto appare più chiaro e anche lo spazio mentale si allarga.

C’è poi “Paolino”, forse il punto in cui il confine tra cronaca e leggenda diventa più sottile. Parti da una persona reale, da una serata al Teatro Coppola e da scene riconoscibili della Catania quotidiana, ma progressivamente deformi tutto fino a costruire una specie di teatro dell’assurdo. È un procedimento che mi fa pensare alla caricatura: non necessariamente esasperare la realtà per deriderla, ma deformarla per renderne più visibile l’essenza. Quando trasformi una persona reale in un personaggio, dove collochi il confine tra memoria, invenzione e responsabilità nei confronti di ciò che hai realmente osservato?

L’assurdo credo che stia proprio nel fatto che in questa canzone ho descritto letteralmente scene di vita quotidiana da me vissute. Sono frame di momenti diversi, persone e situazioni reali che, messi insieme, finiscono per creare una specie di realtà parallela, quasi onirica. Certo, qualcuno potrebbe dire che “i mammoriani non volano” o che “sarebbe difficile scambiare un cane per un dinosauro”, ma io non ho inventato quasi nulla: ho semplicemente ricomposto la realtà. Paolino quindi non è il ritratto fedele di una persona, ma un personaggio costruito a partire da tante cose vere, senza la pretesa di raccontare la verità su qualcuno, ma raccontare la verità di quello che ho vissuto.

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“Portoluna” è il nuovo album di Adriano

Il disco attraversa bossa nova, funk, blues, sonorità caraibiche, suggestioni anni Settanta e persino atmosfere circensi. Ogni genere sembra avere una funzione narrativa. È un modo di concepire l’arrangiamento molto vicino al cinema, dove la musica non serve semplicemente ad accompagnare una scena ma può cambiarne completamente il significato. Quando lavori con Marquis, quanto ragionate sulla musica come “colonna sonora” dei personaggi?

Quello che penso sempre quando mi chiedono del lavoro insieme a Marquis è che il suo approccio è stato come quello di un sarto attento. Non abbiamo preso i primi abiti, anche se belli, che avevamo a disposizione per vestire i nostri personaggi. Ogni taglio, bottone, cucitura e scelta dei colori è stata decisa con cura e attenzione, proprio come quando un sarto crea un vestito su misura per te: impeccabile e incompatibile con chiunque altro. Quindi la colonna sonora c’è, ma non è qualcosa che arriva dopo la storia. È parte della storia stessa.

C’è una cosa che accomuna quasi tutti gli abitanti di “Portoluna”: sono persone che vorrebbero muoversi, cambiare, partire, ritornare, trovare qualcuno, allontanarsi o finalmente fermarsi. Tano deve smettere di pensare e iniziare a correre; l’Eremita deve allontanarsi per capire che non può lasciare tutto; il Viaggiatore cambia continuamente identità. È come se il movimento e la stasi fossero due facce dello stesso bisogno. Tu, oggi, ti senti più vicino a chi parte o a chi cerca finalmente un posto in cui restare?

Sinceramente non lo so. Abitando in Sicilia mi sento vicino a chi decide di restare. Sta diventando sempre più importante rimanere qui per evitare che pochi prepotenti si mangino tutto. Ma dall’altra parte capisco anche chi se ne va, sia da qui per motivi di lavoro o di studio, sia da altri Paesi per fuggire dalle guerre o dalle discriminazioni sociali. Anche io sono partito in passato, per poi ritornare. Penso che a prescindere dalla scelta di partire o restare, l’importante sia non sentirsi costretti a fuggire o incatenati a rimanere, ma scegliere di farlo perché lo si vuole.

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Adriano – foto di Bianca Burgo

Vorrei chiudere tornando alla natura quasi letteraria del progetto. Hai definito “Portoluna” un luogo senza confini precisi, e alla fine ogni ascoltatore può costruirne una versione diversa. Nella musica contemporanea, invece, tutto tende a essere sempre più immediatamente definito: genere, identità, immagine, target, algoritmo, formato. Il tuo disco sembra fare quasi il contrario: lasciare degli spazi vuoti perché sia l’ascoltatore a completarli. Se “Portoluna” fosse davvero un luogo in cui poter entrare, che cosa vorresti che un ascoltatore portasse con sé una volta tornato sulla Terra?

Forse dovremmo citare nuovamente Calvino e, in questo caso, “Le città invisibili”. “Portoluna” esiste nell’immaginario, ma non la puoi afferrare. Non è materialmente possibile entrarci, ma per qualche motivo, puoi camminarci dentro con la mente. C’è un film, Megalopolis, in cui il protagonista è un architetto che immagina una città nuova, capace di rompere con il modo tradizionale di concepire lo spazio e il futuro. Mi piace questa idea della città come qualcosa che non è semplicemente un luogo da abitare, ma qualcosa che può essere continuamente immaginato e trasformato. Mi piacerebbe che “Portoluna” funzionasse un po’ allo stesso modo: un luogo che cambia a seconda di chi lo attraversa, perché ogni ascoltatore può costruirne una versione diversa.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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