Jaèn presenta “Eclissi”, il suo nuovo EP prodotto da NoSaintz: lo scopriamo da vicino in un’intervista con la cantautrice e artista, che fa dell’elettronica il cuore pulsante di questo progetto tra techno, pop e introspezione.

Con “Eclissi”, pubblicato il 17 luglio scorso, Jaèn, nome artistico di Giulia Gherardi, costruisce un progetto che mette in dialogo l’energia della techno underground, le suggestioni dell’elettronica e una dimensione melodica più intima e personale. Un viaggio attraverso cinque tracce nel quale il suono diventa strumento per esplorare sogno e realtà, euforia e introspezione, paure, desideri e trasformazioni interiori.

Prodotto da NoSaintz, il progetto attraversa atmosfere cinematiche e ritmiche pulsanti, costruendo una narrazione in cui l’idea dell’eclissi assume un significato metaforico: l’oscuramento temporaneo della realtà come momento necessario per portare alla luce ciò che normalmente rimane nascosto. Un lavoro che attinge a piene mani anche dalle esperienze maturate all’estero dall’artista, oggi di stanza a Milano, che hanno contribuito a formarne lo “scheletro”. Ne approfondiamo la scoperta in una chiacchierata a tu per tu.

“Eclissi” nasce dall’idea di attraversare l’inconscio, il confine tra sogno e realtà e quelle zone della mente in cui spesso preferiamo non entrare. Quando hai capito che questo sarebbe dovuto diventare il centro del tuo nuovo progetto?

È successo gradualmente. All’inizio non avevo ancora l’idea di costruire un progetto attorno all’inconscio: erano più che altro immagini, sensazioni e pensieri che continuavano a tornare nella mia musica. A un certo punto mi sono resa conto che tutte quelle cose avevano un filo comune: il rapporto tra ciò che viviamo realmente e ciò che invece succede dentro di noi, nei sogni, nelle paure e nelle parti più nascoste della mente.

È stato lì che ho capito che “Eclissi” doveva essere un viaggio proprio in quella zona di confine, dove non è sempre chiaro cosa sia reale e cosa no. Le eclissi rappresentano le mie zone d’ombra, quelle parti di me che per molto tempo sono rimaste nascoste, forse anche inconsciamente, e che attraverso questo progetto sono finalmente riuscita a far emergere.

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“Eclissi” è il nuovo EP di Jaèn

Le cinque tracce sembrano rappresentare altrettanti momenti di un percorso interiore, dal controllo del sogno fino al confronto con le proprie ombre. Quanto è importante per te che un disco o un EP abbia una narrazione complessiva, rispetto all’idea contemporanea di costruire semplicemente una sequenza di singoli?

Per me è molto importante. Credo che un EP debba avere un’identità ed una narrazione che vadano oltre i singoli brani. Ogni traccia può avere una propria personalità, ma quando fa parte di un progetto più ampio deve anche raccontare qualcosa insieme alle altre. Con “Eclissi” ho sentito particolarmente questa esigenza, perché le cinque tracce rappresentano momenti diversi dello stesso percorso interiore. Non volevo semplicemente mettere insieme cinque canzoni, ma creare un viaggio che avesse un inizio, un’evoluzione e una conclusione, in cui ogni brano avesse un preciso significato.

Credo che oggi i singoli siano fondamentali, soprattutto per il modo in cui la musica viene ascoltata, ma per me un progetto rimane qualcosa di più: è un modo per raccontare una storia e lasciare che chi ascolta possa entrarci dentro, traccia dopo traccia.

“Sogno lucido” di Jaèn

Nel tuo sound convivono techno underground, elettronica, pop e atmosfere quasi cinematografiche. Sono mondi che spesso vengono raccontati come separati. Tu invece sembri considerarli parti dello stesso linguaggio. Da dove nasce questa contaminazione?

La contaminazione nasce soprattutto dalle esperienze che ho fatto e dai luoghi in cui ho vissuto. Ho ho avuto l’opportunità di vivere a Berlino ed a Londra, due città che mi hanno influenzata tantissimo, anche se in modi diversi. Berlino mi ha avvicinata alla techno, alla cultura underground ed ad una dimensione più libera e sperimentale della musica. Londra, invece, mi ha fatta entrare in contatto con sonorità più ibride, elettroniche e pop.

Tutte queste influenze si sono poi mescolate naturalmente nel mio modo di fare musica. Non ho mai sentito davvero la necessità di scegliere tra un genere e l’altro, perché per me possono convivere, soprattutto quando servono a raccontare emozioni diverse. La componente techno ed elettronica rappresenta la parte più istintiva e notturna del mio mondo, mentre il pop e le atmosfere più cinematografiche mi permettono di dare una dimensione più emotiva e narrativa ai brani. Credo che il mio sound sia proprio il risultato di questo incontro: mondi apparentemente diversi che, per me, fanno parte dello stesso linguaggio.

A proposito delle tue esperienze a Londra e Berlino, si tratta due città che hanno sviluppato nel tempo identità musicali molto forti e profondamente legate alla cultura dei club…

Vivere a Londra e Berlino mi ha fatto capire che la musica può essere molto più di un genere o di una canzone: può diventare un vero e proprio modo di vivere, di esprimersi e di sentirsi parte di qualcosa. Berlino, in particolare, mi ha avvicinata alla dimensione più underground ed alla libertà che caratterizza la sua cultura dei club. Mi ha insegnato a non avere paura di sperimentare e di seguire una direzione personale, anche quando non è immediatamente riconducibile a un genere preciso. O non viene compresa nell’immediato. Londra, invece, mi ha contaminata con una scena molto più eclettica, dove elettronica, pop e influenze diverse convivono continuamente.

Entrambe mi hanno dato la libertà di non sentire il bisogno di scegliere un’unica identità musicale. Credo che oggi il mio modo di concepire la musica, e soprattutto il mio sound, nasca proprio da questo: prendere ciò che mi rappresenta di mondi diversi e trasformarlo in qualcosa di mio.

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Jaèn

Il tuo progetto si muove in una zona particolarmente interessante: ha elementi pop, ma non sembra costruito secondo i codici del pop mainstream più immediato. In un mercato italiano dominato da classifiche, playlist, TikTok e logiche di riconoscibilità sempre più rapide, pensi che esista ancora spazio per un’artista che scelga di costruire un’identità prima ancora che un prodotto?

Sì, credo che quello spazio esista ancora, anche se sicuramente oggi sia più difficile. Viviamo in un momento in cui tutto deve essere immediato: una canzone deve catturarti in pochi secondi, essere riconoscibile e facilmente condivisibile. Non penso però che questo significhi che non ci sia più spazio per chi vuole costruire qualcosa di più personale.

Per me l’identità viene prima di tutto. Non voglio creare musica pensando a cosa potrebbe funzionare meglio su TikTok o in una playlist, ma voglio prima di tutto costruire un mondo che mi rappresenti, anche quando questo significa prendermi dei rischi o non seguire necessariamente le tendenze del momento. Credo che un prodotto possa avere successo anche senza essere costruito a tavolino, se dietro c’è qualcosa di autentico. Ciò che mi interessa è lasciare un’impronta riconoscibile, che qualcuno possa ascoltare un mio brano e pensare “questa è Jaèn”, prima ancora di sapere che sono io a cantarlo. Per me è questa la vera forma di riconoscibilità.

“Il buio mente” di Jaèn

Milano è oggi uno dei principali laboratori italiani per la musica contemporanea, ma è anche una città nella quale convivono una fortissima industria musicale e una scena underground molto vivace. Come percepisci l’ambiente musicale milanese?

Penso che Milano sia una città molto stimolante perché permette di entrare in contatto con realtà musicali molto diverse tra loro. Da una parte c’è un’industria musicale molto forte e strutturata, dall’altra una scena underground vivace, che continua a sperimentare e a creare nuovi linguaggi. Io mi sento particolarmente vicina a quest’ultima dimensione, forse anche per le esperienze che ho fatto a Berlino e Londra. A Milano ritrovo però una contaminazione molto interessante di generi, artisti e mondi diversi si incontrano continuamente, e questo crea un ambiente in cui è possibile sperimentare.

Allo stesso tempo, credo che sia una città molto competitiva e che spesso ci sia la pressione di dover trovare velocemente il proprio spazio. Per questo cerco di viverla senza farmi condizionare troppo da ciò che funziona intorno a me. Mi interessa costruire il mio percorso e la mia identità, cercando di prendere dalla scena milanese ciò che mi stimola senza perdere quello che arriva dalle mie esperienze e dal mio immaginario.

Parlando di scena musicale italiana, c’è una generazione di artisti che sta cercando di superare le vecchie divisioni tra pop, elettronica, urban, club culture e sperimentazione. Ti senti parte di questo movimento?

Sì, mi sento sicuramente vicina a questa nuova generazione, anche se non amo troppo definirmi parte di un movimento preciso. Mi interessa molto quello che sta succedendo nella scena italiana, perché vedo sempre più artisti liberi di mescolare linguaggi che fino a qualche anno fa sembravano appartenere a mondi separati.

È una cosa che sento molto vicina al mio modo di fare musica. Per me pop, elettronica, club culture e sperimentazione non sono categorie rigide, ma strumenti diversi attraverso cui posso esprimere parti diverse di me. Anche il mio percorso nasce proprio da questa libertà di contaminare, senza preoccuparmi troppo di rispettare i confini di un genere.

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Jaèn

Quindi sì, mi sento parte di questa evoluzione, soprattutto perché credo che oggi ci sia sempre meno bisogno di scegliere un’etichetta e sempre più bisogno di costruire un’identità propria. Ed è esattamente quello che sto cercando di fare con Jaèn.

“Eclissi” arriva in un momento storico in cui la musica sembra essere sempre più legata alla necessità di produrre contenuti continuamente: singoli, video, teaser, trend, performance sui social. Il rischio è che l’artista finisca per raccontare se stesso più attraverso l’algoritmo che attraverso la propria musica. Come vivi questa contraddizione?

È una contraddizione che sento molto. Da una parte oggi è quasi inevitabile confrontarsi con i social e con la necessità di essere continuamente presenti, perché fanno parte del modo in cui la musica viene scoperta e comunicata. Dall’altra, penso che ci sia il rischio concreto di iniziare a creare pensando prima a come un contenuto verrà percepito dall’algoritmo e solo dopo a ciò che si vuole realmente esprimere.

Io cerco di tenere separate le due cose. I social possono essere uno strumento per raccontare la mia musica, ma non voglio che siano loro a decidere quale musica fare. Eclissi, in particolare, nasce da un’esigenza molto più personale e profonda e sarebbe stato impossibile costruirlo pensando ad un trend o ad un formato preciso. Credo che oggi la vera sfida sia riuscire a rimanere presenti senza perdere la propria identità. Preferisco pubblicare qualcosa in meno, ma che abbia davvero qualcosa da dire, piuttosto che sentire di dover produrre continuamente contenuti solo per non sparire dall’algoritmo.

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Jaèn

C’è una parola che ritorna molto nel tuo racconto: trasformazione. Pensi che un artista debba necessariamente attraversare delle crisi, dei cambiamenti o delle zone d’ombra per trovare una voce autentica?

Non penso che un artista debba necessariamente attraversare delle crisi per trovare la propria voce, e non credo che la sofferenza sia una condizione necessaria per creare. Però penso che i cambiamenti, anche quelli più difficili, possano portarti a guardarti dentro in un modo che altrimenti forse non avresti fatto. Per me è stato proprio così. Le mie zone d’ombra, le mie paure ed alcuni momenti di cambiamento mi hanno costretta a confrontarmi con parti di me che avevo tenuto nascoste per molto tempo. E attraverso la musica ho trovato un modo per farle emergere, comprenderle e trasformarle.

Forse è proprio questo il senso della trasformazione per me: non necessariamente uscire da una crisi completamente diversi, ma riuscire a prendere quello che hai vissuto e trasformarlo in qualcosa che prima non esisteva. Nel mio caso, quella cosa è diventata musica.

Se “Eclissi” rappresenta una fase di oscuramento prima di una nuova consapevolezza, quale potrebbe essere la luce che arriva dopo?

Credo che la luce che arriva dopo Eclissi non sia necessariamente la scomparsa delle proprie ombre, ma la capacità di riconoscerle e di accettarle. Per me la consapevolezza non significa diventare completamente luminosi o avere tutte le risposte, ma riuscire a guardare anche le parti più nascoste di noi senza averne più paura.

Eclissi è stato un modo per portare alla luce cose che erano rimaste dentro di me per molto tempo. Quello che viene dopo, quindi, lo immagino come una fase di maggiore libertà: non dover più nascondere quelle parti, ma poterle attraversare e trasformare continuamente in qualcosa di nuovo. Forse la vera luce, alla fine, è proprio questa: sentirmi sempre più libera di essere tutte le mie parti, anche quelle che un tempo cercavo di oscurare.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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