Sotto il vestito, niente: tanta attesa, tanti lustrini, dietro un disco che è pronto a macinare nuovi record, ma che dietro sé non lascia altro se non la versione più stanca e sbiadita di Taylor Swift.
Dai diari adolescenziali di Fearless al trionfo di un pop generazionale con 1989, fino alle introspezioni cinematografiche di Folklore e Evermore: ci sono state ere discografiche di Taylor Swift che, al netto dei gusti, hanno rappresentato con una certa dignità artistica la costruzione del profilo di una stella di primaria grandezza nel firmamento della musica internazionale. Tuttavia, The Life of a Showgirl, suo ultimo lavoro, segna un brusco deragliamento. Un clamoroso scivolone che i record posti nel mirino – e ne parleremo – e i numeri riscossi sulle piattaforme streaming, non possono offuscare.
Partiamo però parlando di questo album, che si presentava in origine come un affresco scintillante, un omaggio dichiarato al glamour artificiale dello spettacolo, tra piume, lustrini e riflessi di specchi. Eppure, dietro la facciata estetizzante, il disco rivela in realtà una sostanziale inconsistenza. È come se Taylor Swift avesse scelto di vestire i panni della “showgirl” evocata nel titolo, senza però abitare davvero il personaggio: un esercizio di stile che manca di anima. Le canzoni risultano prive di tensione narrativa, di una qualunque traccia di emergenza emotiva. Canzoni che, insomma, non raccontano niente.
Sul piano musicale, The Life of a Showgirl si muove in un territorio ambiguo, sospeso fra il pop da passerella e un certo revival patinato di sonorità anni Ottanta e Novanta. Ma la stratificazione sonora qui si riduce a un espediente decorativo. Gli arrangiamenti sembrano costruiti per stupire, ma dietro lasciano ben poco; la ricerca timbrica appare più un gesto calcolato che un’esigenza espressiva. Ancor più sorprendente è la povertà testuale, da sempre un punto di forza della sua produzione.
L’immaginario dello spettacolo, dell’artificio, della ribalta, che poteva offrire spunti di riflessione sul rapporto tra immagine pubblica e verità privata, viene trattato in modo superficiale, quasi distratto. Ciò che più colpisce è l’atteggiamento che traspare tra le righe: una certa presunzione, un’autocompiacenza che si traduce in pigrizia creativa. The Life of a Showgirl rappresenta l’opera di un’artista stanca, più che ispirata; di una popstar che si concede un esercizio di autocelebrazione invece di interrogarsi davvero sul proprio presente.
The Life of a Showgirl è un paradosso: un disco sullo spettacolo che dimentica la sostanza dello spettacolo stesso. Un album sostenuto dall’affezione inossidabile dei fan – anche se tanti hanno storto il naso, e anche di questo parleremo più avanti – ma incapace di reggersi sulle proprie gambe. Sintomo di una Taylor Swift che ha bisogno di fermarsi, di mettere in pausa la fabbrica da soldi in cui s’è trasformata e ripensare la propria arte, provando a concedersi – e sarebbe anche ora – qualche rischio.

★★★☆☆☆☆☆☆☆
A caccia di record (ma con versioni alternative per “pompare” i numeri)
L’obiettivo che Taylor Swift s’è posta nel mirino pare chiaro: macinare ulteriori record. In cascina ne manca uno: il debutto più alto – in termini di copie vendute – negli USA, attualmente in mano ad Adele con quel suo 25 che rappresentò un autentico spartiacque. Bene è ricordare come quelli – il 2025 – fossero tempi in cui si vendevano ancora numerose copie fisiche e, soprattutto, come 25 arrivò sul mercato in una sola versione (e quella è rimasta).
Di The Life of a Showgirl invece, a poche ore dall’uscita del disco, sono state sfornate già quattro, ulteriori version in chiave acustica con bonus track e vezzi da collezionisti. Pare facile ipotizzare come quel record di cui si parlava poco fa possa essere centrato, ma restituirebbe il medesimo impatto culturale di 25, considerati questi stratagemmi, a cui Swift e relative strategie di marketing ormai ci ha abbondantemente abituato? Decisamente no, specialmente ascoltando questo disco, che difficilmente riuscirà a trovare posto nella storia della musica di una certa qualità.
La critica si divide e tanti fan scappano via
Al momento in cui si scrive questo articolo, The Life of a Showgirl ha raccolto valutazioni miste da parte della critica internazionale. Se critici di testate come Rolling Stone, Variety, The New York Times e The Irish Times ne hanno sottolineato l’energia narrativa e la coerenza stilistica delle produzioni, definendo il lavoro “incisivo” e “vivace” nella gestione dei temi trattati, il New York Post ne ha evidenziato l’uso di battute sessuali percepite come forzate e la presenza di riferimenti a conflitti tra celebrità come punti critici della scrittura, suggerendo una minore profondità rispetto ad album precedenti della discografia di Swift.
Parlando invece della risposta del pubblico, soffermiamoci su una nutrita parte dei fan di Taylor Swift, che ha evidenziato un confronto sfavorevole con lavori come 1989 e Folklore, considerati più maturi e riflessivi. Sul piano commerciale, l’album è divenuto l’album più ascoltato su Spotify nel 2025, raggiungendo questo primato in meno di undici ore dal rilascio, ma è impossibile non notare il “dietrofront” che tanti fan inossidabili della cantautrice stanno facendo nei confronti di questa sua nuova prova. Basta fare una rapida scrollata su social come X e TikTok per notare il diffuso dissenso di quelli che hanno invece rappresentato una delle primarie forze di Swift: i fan.




