Occhi puntati su Santachiara e del suo “Minimarket”: il nuovo concept album dell’artista pugliese, rilasciato a febbraio, che si muove tra riflessione sociale, narrazione urbana e innovazione sonora. Una bella scoperta sullo “scaffale” della nuova scena underground. Ecco la nostra intervista.

Con il nuovo album “Minimarket”, rilasciato lo scorso 13 febbraio per Suonivisioni/Believe e sostenuto da SIAE attraverso il progetto “Per chi crea”, Santachiara – al secolo Luigi Picone – porta la musica a incontrare la vita quotidiana, trasformando l’esperienza del piccolo negozio sotto casa in un laboratorio creativo di riflessione sociale e poetica sonora.

Undici brani che raccontano storie urbane e intime, tra esperienze personali e piccole narrazioni cinematografiche, costruiti insieme a una squadra di musicisti tra cui Stefano Juno Bruno, Mirko Di Donna, Emmanuel Di Donna, Luca Notaro, Luigi Scialdone e Francesco Lettieri. L’album è un concept che esplora l’iper-mercificazione della vita e della musica contemporanea, restituendo al pubblico un dialogo diretto e autentico, in bilico tra innovazione sonora e introspezione emotiva.

In questa intervista, Santachiara ci guida nel cuore del progetto, raccontando la genesi dei brani, il processo creativo e la visione di un artista che trasforma il quotidiano in arte totale.

“Cane e coda” di Santachiara

Minimarket” nasce come concept album e come gesto artistico che travalica il disco. Hai detto di aver “accettato le regole del mercato per poi spostarle altrove”. In che momento hai capito che la riflessione sull’iper-mercificazione non poteva limitarsi alle canzoni, ma doveva diventare anche spazio, azione, racconto pubblico? 

Penso che l’iper-mercificazione dell’arte (e un po’ tutto in realtà) sia un tema ricorrente al giorno d’oggi, che genera sofferenza e frustrazione in gran parte di noi. Inoltre, ho sempre associato al fare un disco, il concetto di voler lanciare un messaggio: questo, per il momento della vita in cui sono ora, era il più pregnante, ed era importante per me comunicarlo.

Il minimarket sotto casa è un luogo quotidiano, quasi invisibile, ma anche un microcosmo di desideri, bisogni e contraddizioni. Pensi che oggi la musica indipendente debba tornare ad abitare questi spazi marginali per recuperare una relazione più umana con chi ascolta, lontana dalle vetrine digitali? 

Si, assolutamente. Col passare del tempo i piccoli e medi locali sono quelli che faticano di più a restare a galla. E per la mia esperienza la musica suonata (inteso come esibizione live) ha sempre un impatto diverso rispetto al solo ascolto online. Se ci pensiamo le realtà artistiche e musicali sono sempre nate e cresciute in degli spazi marginali (sotto gli occhi di tutti, ma a cui non si presta attenzione) e anche per questo ho scelto quel luogo e questo titolo.

Nell’azione di guerrilla artistica che accompagna il disco, i prodotti “fake” sostituiscono brand riconoscibili. È un gesto che richiama la Pop Art, ma anche certe pratiche situazioniste. Quanto contano per te le arti visive e le avanguardie storiche nella costruzione dell’immaginario di Minimarket? 

Tutte le arti per me sono indissolubilmente legate. Dove c’è una canzone c’è anche una cover e un video, così come in un film c’è musica e fotografia. La PopArt è senza dubbio una reference di questo progetto: quando ho sentito delle azioni di guerrilla artistica messe in atto da Banksy e Space Invader, ne sono subito rimasto affascinato e sono stati di grande ispirazione. Musica e arte figurativa sono sempre state legate pensiamo ai Rolling Stones e Andy Warhol per dirne una.

Santachiara
Santachiara

Musicalmente il disco appare eclettico ma coeso, come uno scaffale dove generi diversi convivono senza gerarchie. Come hai lavorato con Stefano Juno Bruno e con i musicisti per trasformare questa pluralità di linguaggi in un racconto unitario, evitando la semplice somma di stili? 

Diciamo che con Stefano (Juno Bruno, ndr) ci siamo capiti fin da subito: sa che spazio tra i generi e i suoni, e che non voglio fare tutte le canzoni nello stesso modo. Io avevo buttato giù delle idee e, inizialmente ci siamo lasciati guidare dal flusso creativo, poi abbiamo lavorato sui suoni per renderlo coerente e interessante. Alla fine nella vita si provano emozioni diverse, per questo ho sempre bisogno di trovare nuovi modi e nuovi suoni per descriverle, anche se fanno tutte parte di un unicum che è la mia percezione di esse.

Hai definito queste canzoni “piccoli fragilissimi film”. C’è un brano, tra gli undici, che senti più vicino a questa idea di cinema interiore, dove la musica diventa montaggio emotivo più che struttura tradizionale di canzone? 

Forse è “imprevisto”: un pezzo molto fragile ed intimo che è venuto fuori più come un flusso di coscienza, che come una canzone. Infatti non presenta la struttura tradizionale.

“Imprevisto” di Santachiara

In Minimarket l’autobiografia non è mai esibita, ma filtrata attraverso storie urbane, dettagli minimi, oggetti. È una scelta che nasce dalla tua formazione in Psicologia? Quanto ti interessa osservare te stesso come fossi un personaggio, più che raccontarti in prima persona? 

Sicuramente la mia formazione in psicologia ha influenzato quella che è la mia visione artistica. Più che un’osservazione di me stesso in terza persona, direi che l’utilizzo di storie e dettagli sia il mio modo di arricchire il racconto che un disco porta avanti. La mia persona va ricercata nell’occhio che le osserva. Alla fine anche Van Gogh dipingeva più i fiori che se stesso, ma era in come li vedeva la sua vera natura.

I singoli che hanno anticipato l’album — Non li vedi mai, Addio Settembre, Non mi invitare — mostrano una malinconia molto contemporanea, quasi generazionale. Credi che oggi la fragilità sia diventata un linguaggio condiviso, o rischia di trasformarsi anch’essa in un prodotto facilmente “impacchettabile”? 

Credo che ai giorni nostri siamo quasi all’apice della fragilità umana. La mia generazione è ansiosa, frustrata e incapace di soddisfare tutti i requisiti che la pretenziosa società moderna richiede. Sicuramente può essere strumentalizzata, ma rimane un tema fondamentale nelle mie riflessioni e nelle mie canzoni. Spero che siano un abbraccio rassicurante per la gente che le ascolta, come se dicessero “non sei solo, non preoccuparti”.

“Addio settembre” di Santachiara

Il live di mezzanotte in un bengala market di Napoli sembra un rito più che una presentazione. Che ruolo ha, per te, la dimensione performativa nel completare il senso del disco? La musica dal vivo è ancora il luogo privilegiato per verificare la verità di un progetto? 

Assolutamente, come ho già detto suonare dal vivo rimane una condizione fondamentale per un qualsiasi progetto musicale che voglia sentire di esistere. Il live nel minimarket è stato la “ciliegina sulla torta”: ha racchiuso in una serata tutto il significato del disco (la guerrilla, l’iper-mercificazione e la crisi della musica live).

Minimarket viene presentato come la fotografia sonora ed emotiva degli ultimi due anni. Guardando oltre questo disco, senti di aver chiuso un capitolo o di aver semplicemente aperto una nuova stanza del tuo percorso, magari ancora più esposta alle contraddizioni del presente? 

Un po’ entrambi diciamo: ogni disco è sempre un po’ una fine e un inizio, come il capodanno o un compleanno. “Niente finisce, niente inizia, tutto si trasforma” come la legge della conservazione dice (un po’ parafrasata).

LEGGI ANCHE:

Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *