Il cantautore bolognese Campi apre le porte delle “Cose silenziose”, il suo nuovo album in cui trovano posto i dettagli più semplici di una vita che, a volte, ha bisogno di abbassare il volume e prendersi tempo. Ecco la nostra intervista.
Campi ha inaugurato un nuovo capitolo del proprio percorso con Cose silenziose, album rilasciato in digitale negli scorsi giorni. Un lavoro che si muove dentro le crepe del presente, attraversando un tempo fragile, accelerato e spesso disorientante, per interrogarsi sul senso del restare umani oggi. Campi, qui, intreccia dimensione intima e sguardo collettivo, lasciando spazio all’ascolto e alla vulnerabilità. In questa intervista il cantautore bolognese racconta la genesi del disco, il tempo che lo ha attraversato e il significato di quei “gesti silenziosi” che, oggi più che mai, sembrano capaci di tenere insieme le persone.
“Cose silenziose” nasce, come dici tu, da un bisogno di rallentare e ascoltare ciò che resta quando il rumore si abbassa. In un’epoca che sembra costruita sull’urgenza e sull’iper-esposizione, quanto è stato sfidante — anche artisticamente — scegliere la sottrazione, il dettaglio, il gesto minimo come centro di un album?
È stato molto sfidante, ma anche naturale e necessario. A un certo punto è diventato un bisogno quasi fisiologico mettere al centro ciò che stavo cercando davvero: silenzio dentro il rumore, tempo per riflettere, dubbi più che certezze, spazio per ciò che sembra inutile ma in realtà è essenziale. Sentivo il bisogno di dire la mia e di dare valore a quello che considero importante in un momento di grande complessità e smarrimento. Forse proprio per questo scegliere la sottrazione è stata una necessità, prima ancora che una scelta artistica.
Nel disco il confine tra intimo e collettivo è costantemente attraversato: fragilità personali, ma anche un mondo “conflittuale” che corre e disorienta. Quando scrivevi queste canzoni, sentivi di stare raccontando più te stesso o il tempo che stiamo vivendo — oppure le due cose ti sono apparse inseparabili?
Come accennavo prima, questo disco è nato da una necessità. Quando mi sono messo a scrivere, la prima domanda che mi sono fatto è stata semplicemente: “come stai?”. Da lì lo sguardo si è allargato subito, quasi naturalmente, al momento che stiamo vivendo. Mai come ora ho sentito che il mio sentire e il contesto in cui vivo sono profondamente intrecciati. Scrivendo mi sono accorto che mentre parlavo di me stavo raccontando qualcosa che andava oltre il piano individuale. Il senso del disco sta proprio in questa sovrapposizione: un luogo in cui l’intimo e il collettivo si incontrano, si contaminano e diventano difficili da distinguere.

Brani come “Tutto a posto” e “Ritmo artificiale” sembrano interrogare direttamente il mito della performance continua, dell’essere sempre all’altezza. La canzone d’autore può ancora essere, oggi, uno spazio critico rispetto a questo modello sociale? E in che modo hai cercato di farlo?
L’arte e la musica che mi interessano di più sono quelle che riescono a proporre uno sguardo alternativo sul mondo. In un contesto in cui tutti sembrano offrire soluzioni e vendere idee come certezze, credo che la canzone possa essere anche uno spazio diverso: non per dare risposte, ma per aprire domande, instillare una riflessione. E già questo, oggi, è molto. Ogni cosa ha il suo tempo, ma credo che questo sia un momento in cui è importante provare a dire qualcosa, a proporre uno sguardo critico, ognuno a modo proprio, con il proprio sentire e le proprie modalità.
“Riparare” introduce un tema forte e profondamente politico nel senso più ampio del termine: scegliere di aggiustare invece che sostituire, di custodire invece che consumare. Quanto questa idea riguarda solo i rapporti umani e quanto, invece, dialoga con una riflessione più ampia sul nostro modo di stare nel mondo?
“Riparare” non è un imperativo e non pretende di essere sempre la soluzione. Non tutto può essere aggiustato, e non sempre è giusto farlo. Quello che mi interessava raccontare, però, è la possibilità di non fermarsi a ciò che è immediatamente utile o funzionale, di prendersi un momento in più prima di sostituire, di avere il coraggio di andare più a fondo. In una società che tende a valutare cose e persone solo in base alla loro efficienza, “riparare” diventa una domanda più che una risposta: cosa vale davvero la pena custodire? È un gesto che riguarda i rapporti umani, ma anche il nostro modo di stare nel tempo e nelle cose, fatto di attenzione, di cura, di perseveranza.
Il brano che dà il titolo all’album sembra proporre una vera e propria etica dell’attenzione: pause, silenzi, presenze che non fanno rumore ma tengono insieme le persone. Pensi che oggi la musica possa ancora educare all’ascolto — non solo musicale, ma umano?
Questa canzone, e l’album in generale, parlano di gesti silenziosi, di tutto ciò che non fa rumore e rischia di perdersi, ma che è prezioso proprio perché capace di tenere insieme le persone. È una riflessione su cosa sia davvero importante, su ciò che — per citare Sorrentino ne La grande bellezza — resta sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Credo che la musica possa fare molte cose: divertire, emozionare, far viaggiare. Ma può anche creare uno spazio di attenzione. In questo caso mi piacerebbe che il disco riuscisse semplicemente a riportare lo sguardo su ciò che conta davvero.
“Mentre bolliva la pasta” parte da un gesto domestico per aprirsi a immagini lontane, quasi disturbanti, che convivono con la quotidianità. È come se il privato non potesse più essere un luogo separato dal mondo. Quanto questa compresenza di normalità e crisi globale influenza la tua scrittura?
È un brano che ha una storia particolare, e la sua origine dice molto del suo significato. Ho iniziato a scriverlo durante il lockdown del Covid, partendo da un gesto quotidiano e dal mio sentire di fronte a una libertà che ci era stata tolta all’improvviso, mentre eravamo immersi in pensieri ordinari. Da lì è nato il primo nucleo della canzone.
Poi il brano è rimasto nel cassetto per anni. Riprendendolo in mano oggi, però, si è allargato quasi naturalmente: dalle libertà mancate di quel periodo a quelle negate in tante parti del mondo, alle ingiustizie e alle indifferenze che ci attraversano anche quando sembrano lontane. È una riflessione su quanto tutto questo incida sulla nostra quotidianità e, allo stesso tempo, su quanto i nostri gesti quotidiani abbiano un peso nel mondo che abitiamo.
In “Scomparire” affronti il desiderio di sparire senza retorica, scegliendo invece una forma di attenzione silenziosa, quasi pudica. Quanto è stato importante per te trattare temi così delicati evitando sia la drammatizzazione sia l’edulcorazione?
In questa canzone racconto il desiderio di sparire, ma senza farne un gesto drammatico o spettacolare. Mi interessava raccontarlo dentro un mondo di solitudini parallele, dove a fare la differenza può essere un’attenzione silenziosa che si trasforma in presenza. Proprio perché il tema è delicato, ho voluto che il centro fosse quello: la possibilità di dire “come stai” senza doversi spiegare, una mano tesa, uno sguardo che non giudica. Il sentirsi visti da qualcuno che si accorge della tua presenza, al di là dei propri impegni e della propria vita. Credo che oggi, in mezzo a tante solitudini che scorrono una accanto all’altra, questo tipo di gesto e di presenza sia una piccola ma autentica forma di resistenza.
Questo progetto tiene insieme un suono contemporaneo e riferimenti più “lenti”, quasi vintage, con i testi sempre al centro. Che tipo di dialogo hai cercato tra parola e suono, e quanto la tua formazione letteraria continua a influenzare questo equilibrio?
Il dialogo tra parola e suono, per me, nasce prima di tutto da un’attenzione molto forte al linguaggio. Vengo da un percorso di studi in lettere che mi ha portato a stare a lungo a contatto con le parole. Ho anche pubblicato un libro in cui ricostruisco la storia italiana attraverso l’uso dell’onomatopea nella canzone: per questo il rapporto tra suono e senso è un aspetto a cui sono profondamente legato.

Lavorare come autore per altri artisti ha poi ampliato molto il mio sguardo e il mio ascolto, permettendomi di attraversare mondi musicali diversi e di sviluppare una maggiore versatilità sonora. Resta però forte il legame con il cantautorato e con la musica della mia città, che continuano a essere un riferimento e che influenzano anche il sound di questo progetto.
La presenza di un Outro costruito con voci di persone care restituisce l’idea di una comunità affettiva che attraversa il disco. In un’epoca di solitudini parallele, cosa intende rappresentare per te la conclusione di un album non con una canzone, ma con una traccia che è quasi memoria condivisa?
Mi piaceva l’idea di chiudere il disco con quelle che, per me, rappresentano davvero le cose silenziose di cui parlo lungo tutto il lavoro: una raccolta di voci, frammenti, memorie condivise. In questo senso, le cose silenziose diventano un suono collettivo. Sono presenze piccole, quotidiane, che spesso possono passare inosservate. Audio mandati quasi per caso, frammenti di vita che, presi singolarmente, sembrano marginali, ma che messi insieme e portati al centro dell’attenzione diventano qualcosa di grande e significativo. Mi sembrava racchiudesse un po’ il senso di tutto il lavoro e fosse perfetto per chiudere il percorso dell’album.
Guardando oggi “Cose silenziose” nel suo insieme, più che come una somma di canzoni, sembra un tentativo di ridefinire cosa significhi “restare umani” nel presente. Se dovessi indicare una domanda — non una risposta — che questo album lascia aperta a chi lo ascolta, quale sarebbe?
“Scomparire in silenzio o gridare sul serio?”. Può sembrare in contraddizione con il titolo e con l’idea dell’album, ma in realtà credo che il suo senso stia esattamente lì.




