Premiato a Sanremo per il suo lavoro “Dietro le quinte”, Piero Cassano si racconta: «Abbiamo smesso di approfondire la nostra cultura, e infatti non si esporta più musica italiana», e non risparmia aneddoti: «”Quando nasce un amore”? Nata in mezz’ora, ma non fu capita subito».
Insieme ad Adelio Cogliati – ma non solo – ha scritto autentiche pagine di storia della musica leggera italiana, siglando i successi che hanno portato in tutto il mondo i nomi di Eros Ramazzotti e Anna Oxa. I capolavori incisi con i Matia Bazar, e tanto lavoro “sporco” svolto dietro le quinte. «Il lavoro dietro le quinte è molto più difficile di quello che si pensi», ci ha detto Piero Cassano, incontrato a Sanremo nel corso della serata del Festival, dove si trovava per ricevere un premio legato proprio al suo lavoro di produttore per altri nomi della musica. «Oggi si sta perdendo l’approfondimento della nostra stessa cultura, per guardare altri modelli. Il risultato? Non si esporta più la canzone italiana».
Perché agli occhi del pubblico tutto il lavoro che c’è dietro una semplice canzone, finisce per rimanere “invisibile”?
La gente è abituata a vedere quello che potrebbe essere un risultato, che parla di una supposta fama, di una immagine che sicuramente arriva, purtroppo a mio avviso, e si fa di tutto perché l’immagine arrivi prima della canzone, prima di un testo e di una melodia, di un arrangiamento. Questo è quello che oggi mi permette di dire, a parer mio, che la musica vive un coma profondo. Come mai fino a quindici anni fa la musica italiana varcava in maniera forte i confini della nostra Italia? Perché oggi all’estero non siamo minimamente considerati? Eppure di musica se ne fa tantissima, ma questo coma musicale è dovuto a tutto quello che oggi, dietro le quinte, è trascurato.
Cioè?
L’artista una volta aveva un produttore, una discografica, un manager, dei consiglieri che intervenivano durante la produzione, la creazione della canzone, e io per primo, ma penso molti altri colleghi, si mettevano dall’altra parte. Cioè, non quella dell’artista, ma dalla parte del pubblico. Se io in una canzone metto dei suoni, delle svisature, delle improvvisazioni, che come artista a me piacciono, mi devo pure porre il problema, se una volta messe, al pubblico provocano emozioni oppure no. Il lavoro dietro le quinte, avendo io frequentato sia il davanti le quinte, che il lavoro “dietro” è molto più difficile.

Crede che per guardare fuori dai confini nazionali, per lavorare ad una forma-canzone che potesse essere maggiormente considerabile “internazionale”, si sia persa la più profonda identità della melodia italiana, finendo per produrre un qualcosa di troppo omologato rispetto ad altri mercati musicali, e di conseguenza, scarsamente esportabile?
Io penso che sia, fondamentalmente, l’aver perso la visione vera di quella che è stata da sempre l’idea in termini culturali della nostra musica, della nostra melodia. Ma perché noi che abbiamo sempre avuto una nostra cultura, non ci siamo dedicati a fare ulteriore approfondimento di quelle che sono le nostre vere origini? Le nostre basi musicali? Parlare ai giovani di Verdi, Puccini, mi rendo conto possa sembrare un’eresia, però i giovani oggi sono aiutati da computer, intelligenza artificiale, che sembra che li aiuti nel creare un qualcosa al momento, ma non è così. Quando tu ti affidi all’intelligenza artificiale, per me è sintomo di non aver voglia di sedersi con una chitarra in mano, o dietro un pianoforte, e studiare qualcosa di proprio.
Oggi l’intelligenza artificiale può davvero danneggiare l’arte musicale?
La nostra SIAE, e tutte le grandi società europee, dovrebbero mettersi d’accordo per regolamentare l’intelligenza artificiale. Stiamo parlando di un futuro che è paragonabile al nulla imparentato col niente. Perché tu oggi non sai che cosa ti viene a essere scorporato, ciò che viene restituito, anche in termini economici, a una tua idea da quelli che sono i portali, gli streaming, le visualizzazioni, le “vendite”. Non si sa più niente. Quello che per me è stata un’attività soddisfacente, anche remunerativa come produttore, come compositore, come autore, oggi non c’è più. Non c’è una base dalla quale partire e sapere esattamente per cosa io sto lavorando.

Lei a Sanremo c’è stato tante volte anche e soprattutto in veste di autore e produttore. Tanti i successi messi a segno, ma c’è una canzone a cui lei si sente particolarmente legato che rappresenta un rammarico, perché non è stata recepita dal pubblico come avrebbe desiderato?
C’è una canzone alla quale io sono molto legato e che si chiama “Quando nasce un amore“, che ho scritto insieme ad Adelio Cogliati per Anna Oxa. È una canzone nata in circa mezz’ora. Cogliati scrisse il brano in una notte, alla mattina mi telefonò per dirmi che mi avrebbe raggiunto per farmi ascoltare questa idea, visto che stavamo lavorando ad un album con Anna Oxa, verso la fine del 1987. Questa canzone venne fuori in una maniera talmente bella, vera, spontanea, che ci rendemmo conto che se portata a Sanremo, come aveva colpito me e Cogliati, avrebbe potuto colpire anche il pubblico. Successe che la canzone divenne famosa in Italia, ma nel tempo: quell’anno arrivò solo ottava. Alla fine però chi ebbe ragione? Piero Cassano e Cogliati.
Un brano che visse una doppia vita anche fuori dall’Italia, no?
I giornalisti sono a volte distratti: quella canzone, fuori dal confine italiano, vendette più di due milioni di copie in tutto il Sud America, perché fu ripresa da un artista latino americano. Ricardo Montaner (“Cuando nacen amores”, ndr), che vendette in Venezuela, Cile, Argentina, Uruguay, Colombia, Messico, ovunque. Mi scrisse per ringraziarmi, spiegandomi come la sua carriera fosse in un momento di stallo, “grazie a questa canzone sono tornato ai vertici delle classifiche”, mi confidò.

Si parla tanto, oggi, di pubblico “pigro”, distaccato e distratto. Lei, rivolgendosi al pubblico di fruitori di musica di oggi, cosa vorrebbe dire?
Vorrei parlare ai giovani e dire loro di tornare a credere in loro stessi, più che ai computer. Piattaforme e strumenti digitali che danno già il sample di una batteria. Fatelo voi quel sample di batteria. Partite da quello che una mattina vi ha svegliato, da un’idea. Partite voi! Dovete essere voi a dire al computer cosa fare, non viceversa. Governate questi strumenti e sviluppate le vostre idee. Scappate via dalle pappe pronte, che non vi aiuteranno a crescere.




