Arriva dalla Puglia uno dei nomi più interessanti della nuova scena rap italiana. Niji, dopo il successo a “One Shot Game”, si fa scoprire con i singolo “Cattiveria” e “Lacrime”, e una poetica che non lascia indifferenti. Ecco la nostra intervista.

La vittoria dell’edizione 2025 di One Shot Game, gli ha permesso di intercettare le attenzioni di addetti ai lavori e fruitori del rap italiano, e in effetti la proposta musicale di Niji – talento originario di Francavilla Fontana, nel brindisino, che risponde al nome di Francesco Curto – merita di essere approfondito. Nuova scommessa della Honiro, label che negli anni ha seminato benissimo – Ultimo, Il Tre, Shiva e tanti altri sono passati da lì – s’è fatto scoprire con il brano “Cattiveria”, un esordio diretto, ruvido e profondamente legato alla realtà, come la sua scrittura.

A seguire quella traccia è poi arrivato “Lacrime“, brano autobiografico in cui dolore, solitudine e fragilità diventano canzone. Andiamo ad approfondire il profilo di questo artista a partire dalle parole: dalla musica alla poesia, dal peso di ciò che si sceglie di raccontare alla responsabilità di chi oggi scrive rap. Un confronto sulla scrittura, ma anche sulla necessità di trovare una voce propria in un panorama in continua trasformazione, dove raccontarsi può ancora diventare un modo per interrogare la realtà.

La tua storia artistica comincia dalla poesia, quando avevi appena sette anni, e solo successivamente incontra il rap. È una traiettoria tutt’altro che casuale: prima la parola nella sua forma più intima, poi la parola ritmica, metrica, urbana. Quanto della poesia che scrivevi da bambino è ancora dentro il rapper che sei oggi? E, soprattutto, cosa ti ha dato la poesia che il rap non avrebbe potuto darti?

Nel mio percorso artistico la poesia è stata fondamentale, perché mi ha insegnato a trasformare in parole una visione molto intima e personale di ciò che vedo e sento. Credo che abbia dato alla mia scrittura un’impronta particolare, che poi ho portato anche nel rap. Poesia e rap sono due modi diversi di interpretare e tradurre in parole emozioni, immagini e percezioni. Sono felice di aver scoperto la poesia quando ero ancora molto piccolo, è un bagaglio che mi porto dietro e che continua inevitabilmente a entrare nei progetti a cui lavoro.

Lacrime” nasce da un’esperienza di solitudine, lontananza, perdita e conflitto interiore. Raccontare il dolore in musica significa necessariamente trasformarlo in qualcosa di condivisibile, che possa intrecciarsi con il vissuto di chi poi ascolta. Quando scrivi di una ferita ancora riconoscibile, senti di doverla proteggere oppure pensi che, nel momento in cui diventa una canzone, quella ferita appartenga anche a chi la ascolta?

“Lacrime” è nata tre anni fa come una canzone estremamente personale. In quel momento avevo bisogno di mettere per iscritto il dolore che sentivo, perché lo vivevo quasi come un veleno dentro di me. Ognuno di noi attraversa esperienze negative e porta con sé qualcosa che magari fa fatica a esprimere. Mi piacerebbe che “Lacrime” potesse arrivare proprio a quelle persone e trasmettere loro la forza di ricominciare, anche quando sembra impossibile.

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Niji

Nel brano convivono immagini estremamente concrete — il freddo, la fame, il vuoto — e una dimensione più universale, quella della lotta quotidiana contro la tentazione di arrendersi. Mi viene in mente l’idea di Cesare Pavese secondo cui «non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola». Tu hai dovuto attraversare quel periodo per poterlo raccontare? E oggi, riascoltando “Lacrime”, senti ancora quella sofferenza oppure senti soprattutto la distanza che hai costruito rispetto a quel ragazzo?

Le immagini e le sensazioni legate a ciò che ho vissuto non hanno smesso di ripresentarsi dentro di me. Non è qualcosa che sono riuscito semplicemente a cancellare. Mi ritrovo molto nella frase di Cesare Pavese, perché credo anch’io che per comprendere davvero un dolore sia necessario attraversarlo. Solo così si riesce a guardare oltre e a dargli un significato. Anche se “Lacrime” racconta un periodo preciso della mia vita, ciò che racconto continua a essere molto attuale per me, ogni volta che la riascolto torno a guardarmi dentro e a confrontarmi ancora una volta con quella parte di me.

Il rap italiano contemporaneo vive una contraddizione interessante: da una parte non è mai stato così centrale nella cultura popolare; dall’altra, l’esibizione continua di successo, denaro, status e invulnerabilità rischia talvolta di rendere invisibile tutto ciò che non è “vincente”. Tu scegli invece di mettere al centro una parola come “lacrime”, che nell’immaginario maschile e soprattutto urbano è stata spesso associata alla debolezza. Quanto pensi che un rapper possa permettersi oggi di mostrarsi fragile senza trasformare la fragilità in una nuova posa estetica?

Il rap per me è sempre stato uno strumento che permette di raccontarsi senza filtri, ed è anche uno dei motivi principali per cui me ne sono innamorato quando ero molto piccolo. “Lacrime” rappresenta proprio questo, invece di reprimere quello che provo scelgo di mostrarlo. Non penso che raccontare le proprie fragilità significhi essere deboli, anzi riuscire a riconoscerle e affrontarle può essere una forma di forza. Per me non esiste niente di più sincero che avere il coraggio di mostrare anche quella parte di sé.

NIJI ORIZZONTALE
Niji

Hai iniziato con il boom bap e con il freestyle, due dimensioni fondamentali della cultura hip hop: la prima legata alla scrittura e alla memoria, la seconda all’istante, all’improvvisazione, al confronto. Oggi gran parte della musica nasce e vive attraverso piattaforme, algoritmi, contenuti brevi e logiche di attenzione rapidissima. Secondo te cosa rischia di perdersi di quella cultura originaria? E cosa, invece, il rap contemporaneo ha conquistato proprio grazie alla sua capacità di evolversi?

Credo che ogni forma di cultura quando riesce a essere condivisa possa evolversi ed espandersi. Il freestyle, per me, rimane una delle forme più immediate e spontanee di espressione, mentre il boom bap è stato il punto di partenza che mi ha permesso di sentirmi libero nella scrittura e nel modo di rappresentarmi. Allo stesso tempo penso che tutto ciò che viene vissuto insieme, di persona, abbia ancora qualcosa di speciale che uno schermo difficilmente può restituire.

Nel 2025 hai vinto il One Shot Game, un contest che negli anni ha rappresentato un passaggio importante per artisti come Ultimo, Il Tre e Shiva. In un’epoca in cui i talent show – forse oggi in forma minore – e i social sembrano spesso sostituire la gavetta, cosa significa ancora oggi “vincere un contest”? È un punto d’arrivo, una porta che si apre o, paradossalmente, il momento in cui comincia la parte più difficile del percorso?

Penso che partecipare a un contest di questo livello, e soprattutto raggiungere un traguardo importante al suo interno, possa aprirti una prospettiva molto più ampia sul percorso che vuoi seguire. Nel mio caso è stata un’esperienza che mi ha aiutato anche a prepararmi professionalmente a quello che sarebbe arrivato dopo.

“Cattiveria” di Niji

Cattiveria”, il tuo primo singolo, affrontava una dimensione di denuncia sociale e personale; “Lacrime” entra invece in uno spazio molto più privato. Se li osserviamo come due capitoli dello stesso percorso, sembra emergere un artista interessato tanto a ciò che accade fuori quanto a ciò che accade dentro. Qual è il rapporto tra rabbia e vulnerabilità nella tua scrittura? Pensi che, in fondo, siano due modi diversi di reagire alla stessa ferita?

“Cattiveria” e “Lacrime”, nonostante siano due brani diversi, raccontano due dimensioni parallele. In entrambi c’è una ferita che cerca un modo per uscire e liberarsi, in un caso lo fa attraverso la rabbia, nell’altro mostrando maggiormente la vulnerabilità. Il rapporto tra queste due emozioni è molto complesso, ma nella mia scrittura possono diventare entrambe forme di libertà. Sono due modi differenti di incidere qualcosa di vero dentro una canzone e trasformarlo in parole.

Sei nato nel 2004, in una generazione cresciuta dentro una trasformazione radicale del modo di ascoltare, produrre e consumare musica. Allo stesso tempo, però, scegli una scrittura che sembra cercare profondità e identità in un sistema che premia spesso la velocità. Qual è, secondo te, la vera forma di ribellione per un artista giovane oggi: essere più rumoroso degli altri oppure riuscire a essere autentico anche quando l’autenticità non è immediatamente “vendibile”?

Non credo che il mio anno di nascita o la generazione a cui appartengo possano riassumere ciò che faccio e ciò che sono, quando scrivo cerco di abbattere schemi e mode che non sento miei. Per questo penso che oggi la vera forma di ribellione sia riuscire a essere se stessi. Il rumore che si riesce a creare intorno a un progetto può avere la sua importanza, ma per me non è l’aspetto principale. L’autenticità è il mio vestito, non voglio inseguire necessariamente degli schemi di vendibilità preferisco mostrare realmente chi sono.

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Niji

Questa sera tornerai sul palco del One Shot Game all’Hacienda di Roma, stavolta non più soltanto come vincitore del contest ma come artista con un percorso discografico appena iniziato. Il passaggio dal freestyle al live è enorme: sul palco non puoi correggere una barra, fermare un’emozione o riscrivere una strofa. Che rapporto hai con l’idea di esporti fisicamente davanti al pubblico?

Stasera sarà per me un appuntamento molto importante. Esporsi davanti a un pubblico significa inevitabilmente mettersi alla prova e non credo che salire su un palco significhi necessariamente dover essere impeccabili. Ovviamente per me è importante riuscire a offrire uno show professionale, ma il live è soprattutto emozione. Quello che si riesce a trasmettere dal palco ha qualcosa di unico proprio perché avviene in maniera sincera, immediata e diretta.

Vorrei chiudere tornando proprio al titolo del tuo nuovo singolo. Le lacrime, nella storia dell’arte, non sono quasi mai soltanto un segno di dolore: possono essere catarsi, memoria, perdita, liberazione. Penso alle lacrime nella pittura religiosa, alla malinconia di Leopardi, fino alla musica contemporanea, dove raccontare la propria vulnerabilità è diventato quasi un atto politico. Se dovessi immaginare “Lacrime” non come la fotografia del ragazzo che eri, ma come la prima pagina dell’artista che vuoi diventare, che solco vorresti lasciassero queste lacrime?

Se penso a “Lacrime” guardando non soltanto al passato, ma anche al presente e al futuro, vedo una parte di me che, nel bene o nel male, continuerà a esistere dentro quello che faccio. Sento vicina anche quella visione malinconica di Leopardi, ma non considero la vulnerabilità un atto politico, per me è soprattutto una forma di trasparenza, qualcosa che appartiene alla nostra essenza. Se ci proiettassimo bambini, potremmo ricordare quanto eravamo sinceri e diretti, ma soprattutto vulnerabili.

“Lacrime” di Niji

Se dovessimo descrivere un bambino con una sola parola, la prima che probabilmente verrebbe in mente a tutti sarebbe “verità”. È questo che vorrei rimanesse anche nella mia musica, la capacità di raccontarmi con verità senza avere paura di mostrare le parti più vulnerabili di me.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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