Il giornalista Nico Donvito ripercorre la storia del nostro paese dalla Riviera ligure nel suo primo libro, “Sanremo Il Festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin“
La storia del Festival di Sanremo, i suoi protagonisti, le sue canzoni e i suoi momenti, rimasti scolpiti nella memoria collettiva. La strabiliante macchina organizzativa della kermesse tutta italiana risplende nel primo libro del giornalista Nico Donvito, “Sanremo Il Festival – Dall’Italia del boom al rock dei Måneskin“. Edito da “D’Idee“, e con bellissima copertina firmata da Riccardo Mazzoli, prefazione di quest’opera è a cura del direttore artistico del Festival che sta per iniziare, Amadeus.
Questo libro l’hai dedicato ai tuoi nipoti e alle nuove generazioni che si approcceranno al Festival. Può quindi questo libro dare loro un insegnamento su quello che è stato ed è Sanremo per l’Italia?
Lo spero, ma non credo possa essere questo libro a dare un insegnamento. Sicuramente la storia dell’Italia, e quindi anche del Festival, è qualcosa che dovrebbe interessare sempre di più le nuove generazioni, perché è da lì che si imparano tante cose. A me è servito e secondo me serve anche ai giovani.
D’altronde questo volume ha una valenza storica, parlando delle prime edizioni del Festival, in cui si cercava di raccogliere i cocci di una terribile guerra…
Certo. La dedica ai miei nipoti è d’amore, ma anche nei confronti della continuità di Sanremo, una delle poche cose che ci rimane della nostra tradizione seppur ogni anno cambi. La fortuna di Sanremo è parlare linguaggi diversi ed essere ogni anno uguale a se stesso, ma diverso. Sanremo è sopravvissuto a tante manifestazioni, come il Festivalbar, il Cantagiro, Canzonissima, perché probabilmente la sua forza è stata quella di cambiare, grazie ai vari organizzatori. Non ha mai avuto un patron. Questo gli ha permesso di parlare più lingue.

Nelle tue parole trovo una magia particolare, quando si parla di Sanremo. Che valenza ha il festival per te? Che fascino esercita?
Sanremo è il tempio della musica italiana, ed essendo io appassionato totale di musica italiana riconosco nel Festival il suo ruolo. Sono passati praticamente tutti di lì, quelli che non ci sono passati un pensierino comunque l’hanno fatto. Sanremo è il tempio.
E questo status forse l’ha riconquistato negli ultimi anni, complice il successo dei Måneskin e il delicato momento che stiamo vivendo.
Sanremo ha “avuto culo” nella sua storia, perché anche quando stava per morire ci sono state delle circostanze che non gli hanno fatto chiudere i battenti. È nato in circostanze fortuite e gli ultimi anni, penso ai tre sotto la guida di Amadeus, sono stati importanti. Lui è stato in grado di far capire alla discografia che le regole le detta il Festival. Non Amadeus, il Festival. Perché per anni Sanremo è stata quella vetrina dove ci andavano solo gli artisti che avevano bisogno di un rilancio. Una cosa bella, ed è giusto che sia anche così, ma se non hai il pezzo, il progetto giusto…
Rimane una partecipazione fine a se stessa.
Esatto. È giusto che sia quello che diventato adesso, con il ritorno dei grandi big come Elisa o Emma. È meglio che andare come ospiti, lo hanno capito, anche se c’è voluto un po’. Sono artisti che in questi anni sicuramente avranno detto “no”, dubito che gli altri direttori artistici non abbiano provato a coinvolgerli. Sicuramente è cambiato qualcosa anche a causa di quello che viviamo con i live, e già l’anno scorso Fedez aveva dato il La. Elisa può aprire la strada in futuro a ritorni ancor più eclatanti.
Penserei a una Giorgia, su tutti.
Ma anche Laura Pausini, Eros Ramazzotti…
Addirittura?
Elisa vende anche più di questi artisti. E forse proprio lei non ne aveva tanto bisogno come loro, perché comunque i loro ultimi progetti non sono andati bene come quello di Elisa (“Diari aperti”, ndr). Elisa poi s’era già aperta ad un mercato più mainstream. Ora vediamo Laura Pausini cosa farà con il nuovo album e il singolo scritto da Madame, ma Sanremo comunque non può essere snobbato, specialmente se t’ha lanciato.
E questo è sacrosanto.
Capisco un po’ la diffidenza, perché i social fanno paura a tutti e quello che è successo ad Aiello lo scorso anno è stato… pesante. I social l’anno scorso hanno dimostrato due cose: se usati bene possono aiutare una canzone, come s’è visto con Fedez. Niente di male che la moglie abbia incitato il suo pubblico a votarlo. Al contrario hanno dimostrato invece come un meme possa danneggiare un artista. La cosa è passata in secondo piano, ma ciò che è successo ad Aiello quest’anno potrebbe succedere di nuovo e in forma ancora peggiore.
Fu un gran peccato perché presentò anche un bel brano, ma sin dalla prima esibizione, fino ad oggi, è rimasto solo quel “grido”.
All’inizio faceva ridere. Anche la querelle Bugo-Morgan ha fatto ridere, ma sono ormai due anni in cui dei fatti diventano dei meme, che non rimangono soltanto all’interno della competizione. Per questo i social spaventano un po’, perché non è più come una volta in cui si criticava il vestito, come il caso Deborah Iurato, adesso diventa uno stress ancora più pesante.
Tornando al libro, a firmare la prefazione è proprio Amadeus. Una presenza fondamentale per questo volume.
Assolutamente, tant’è che il libro ancora prima di avere un editore, Franco Sacco di “D’Idee”, che ringrazio, e una copertina, Riccardo Mazzoli, che ha fatto una roba pazzesca, aveva Amadeus. Mentre lo scrivevo non avevo un piano B, l’unico che poteva fare la prefazione a un libro con questa narrazione poteva essere o Nunzio Filogamo, che è stato il primo, Amadeus, che è stato l’ultimo. Persino Pippo Baudo, che è stato la storia di Sanremo, non avrebbe chiuso un cerchio. Mi serviva Amadeus. Una volta finito il libro gliel’ho fatto leggere, gli ho proposto l’idea e lui l’ha accolta immediatamente. Da lì s’è mosso tutto.

Amadeus ha avuto un ruolo fondamentale e parliamo la stessa lingua, io lo ammiro molto. Gli ho dedicato un intero capitolo e non me ne vergogno. Trovo che abbia ricevuto tante critiche, e credo siano proprio le persone che l’hanno criticato le prime a doversi fare degli scrupoli. Ho cominciato a difenderlo non all’inizio, ma quando ho visto i risultati, quando ho visto che durante gli ascolti le canzoni le cantava e le ballava. Uno mosso da così tanta passione per me merita fiducia e poi i complimenti quando ottiene i risultati che sta ottenendo.
Personalmente credo che Sanremo 2022 non sarà l’ultimo Festival di Amadeus. Se non il prossimo anno, in futuro lo rivedremo all’Ariston. Cosa ne pensi?
Lui è stato il più grande a livello rivoluzionario, non c’è stato nessuno che abbia fatto tanto quanto lui in così poco tempo e con l’approccio che ha avuto. Potrebbe anche essere il suo ultimo anno, il suo l’ha fatto. Lo scorso anno no, non doveva andarsene per le critiche. Doveva fare questa edizione e chiudere un cerchio, anche nella regolamentazione del sistema di votazione e per la gara dei giovani. C’erano questi due punti da chiudere, penso abbia fatto tutto quello che doveva fare, e anche se decidesse di non fare il quarto Sanremo, alla vigilia del terzo ti dico: va bene così.
È sempre un po’ antipatico domandare LA canzone di Sanremo preferita, quindi te ne chiedo tre…
È una domanda difficilissima. Te ne dico una, “Vattene amore”.
Che come scrivi nel libro, è il tuo primo ricordo legato a Sanremo.
Poi ce ne sono tanti. “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini, anche se non lo ricordo ho quell’immagine fenomenale. Ce ne sono tanti, troppi.
Quali canzoni del Festival invece, legandoci sempre alle nuove generazioni, credi siano imprescindibili per conoscere la storia di Sanremo?
“Nel blu dipinto di blu” ha cambiato la storia della musica italiana, non solo quella del Festival. Dico poi Luigi Tenco e Rino Gaetano. Il fantasma di Tenco aleggia ogni anno, è una cosa che ci porteremo dietro per sempre. Poi “Gianna” di Gaetano, anche se fu la sua unica partecipazione. In quel momento prese in giro un sistema borghese, che negli anni, a Sanremo e non solo, dettava le regole del costume. Con quel cilindro e quell’ukulele ha dato uno schiaffo morale a un mondo, e lo dà ancora oggi riguardando quell’esibizione.




