Musica e psiche, un connubio che ha attraversato anche le produzioni di affermati artisti italiani. Dopo l’excursus sulle opere internazionali, scopriamo come i musicisti e cantautori di casa nostra hanno raccontato il disagio mentale: da De André a Cristicchi, passando per Vasco Rossi e Pugni.
“Tu prova ad avere un mondo nel cuore / E non riesci ad esprimerlo con le parole”. Si apre con questo interrogativo il brano “Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio)”, canzone datata 1971 e contenuta in uno degli album senza dubbio più belli di Fabrizio De André, “Non al denaro non all’amore né al cielo”. Ispirata alla poesia “The Fool” di Edgar Lee Masters, la canzone incentra la sua storia su quella di un uomo e del dramma dell’incomunicabilità che ne ha, di fatto, distrutto l’esistenza.
Lui cercava in tutti i modi di farsi comprendere dalla società, dalle persone che abitavano quel villaggio, ma senza successo e anziché incontrare empatia, riuscì ad intercettare soltanto emarginazione, fino a ritrovarsi internato in un manicomio. La canzone arrivò in un periodo sicuramente molto caldo sul tema: il dibattito sulla “follia” imperversava, fino all’approvazione della legge Basaglia e alla chiusura dei manicomi, al finire degli anni ’70. Ogni canzone può portare con sé una diversa chiave di lettura, ma si potrebbe dire che, per sommi capi, De André intendeva sottolineare lo stigma, che all’epoca rappresentava una delle più grandi battaglie da portare avanti.
Di manicomi se n’è parlato anche in una canzone che un po’ tutti conoscono. Il primo – e ad oggi unico – brano cementificato nella cultura pop del nostro paese che ha raccontato la storia dei manicomi: “Io sono come un pianoforte con un tasto rotto / L’accordo dissonante di un’orchestra di ubriachi / E giorno e notte si assomigliano / Nella poca luce che trafigge i vetri opachi / Me la faccio ancora sotto perché ho paura / Per la società dei sani siamo sempre stati spazzatura / Puzza di piscio e segatura / Questa è malattia mentale e non esiste cura”. “Ti regalerò una rosa di Simone Cristicchi, che nel 2007 vinse al Festival di Sanremo.
Una lettera tragica, struggente e meravigliosa di un uomo, Antonio, internato in manicomio, nato da una ricerca che il cantautore ha portato avanti sugli ex ospedali psichiatrici italiani. Girifalco è il luogo in cui Simone Cristicchi racconta di aver trovato l’ispirazione per il brano. Nella cittadina calabrese, sede di un grande manicomio, rimase profondamente colpito dal continuo andirivieni dei pazienti dell’istituto. Da quell’esperienza nacque l’idea di intraprendere un viaggio attraverso gli ospedali psichiatrici italiani, raccogliendo testimonianze e storie di vita.
Quelle vicende assolutamente reali, ascoltate direttamente dai ricoverati durante le sue visite, sono state poi rielaborate dall’autore in un testo che restituisce la voce e l’umanità di chi ha vissuto sulla propria pelle quelle esperienze.
Impossibile non citare un’altra canzone della storia della nostra musica che ha raccontato da vicino i disagi della psiche, anzi, in questo caso parliamo di una delle prime canzoni del rock tricolore a trattare il tema della depressione: è il 1977 ed esce il singolo “Jenny è pazza” di Vasco Rossi. “Jenny non vuol più parlare non vuol più giocare, vorrebbe soltanto dormire. Jenny non sente più niente, non sente le voci che il vento le porta”, si dice nel testo di una canzone che, quando uscì, fece discutere. C’è chi in Jenny – che non è una figura reale, bensì simbolica – ci aveva visto l’alter ego del cantautore, ma ciò non è mai stato confermato.
Di certo la canzone si posiziona storicamente in un periodo in cui lo stigma verso la psicoterapia e gli psicologi era fortissimo, e anche di questo parla la canzone: “Jenny non può più restare, portatela via, rovina il morale alla gente. Jenny è pazza, c’è chi dice anche questo! Jenny ha pagato per tutti, ha pagato per noi, che restiamo a guardarla. Jenny è soltanto un ricordo, qualcosa di amaro da spingere giù in fondo”.
Chiudiamo questo capitolo citando un’altra canzone, in questo caso un disco: “Tuffo”, di un cantautore sconosciuto ai più: Pugni. Artista torinese attivo nella scena underground che circa un paio di anni fa ha rilasciato questo album, che attinge a piene mani dalle storie dei suoi pazienti. Lui, alla domanda che di solito viene posta purtroppo ai musicisti emergenti, “Sì, ma di lavoro che fai?” risponde: lo psicologo. Ne è uscito fuori un disco profondo e intenso. Di seguito un estratto da un’intervista fatta proprio per 4quarti Magazine:
Qualsiasi definizione dei quadri diagnostici fa riferimento al contesto nel quale è inserita la persona a cui viene attribuita una diagnosi. Seguendo questa linea teorica si capisce come un “pazzo” lo è in relazione a un contesto nel quale non riesce a integrarsi. In qualsiasi gioco delle parti, la responsabilità di un risultato non è mai attribuibile a una sola di esse, ma a una sinergia di tutte. Quindi, perché si curano i pazzi e non il contesto? Perché si parte dal presupposto che la società nella quale viviamo sia la “norma” a cui adattarsi per essere considerato “normale”?





