Non lascia indifferenti Tuffo, il primo album di Pugni. Si parla di salute mentale, rinascita e “foglie morte”, in un disco da vivere, e non solo da ascoltare
Un disco viscerale, tirato fuori a denti stretti dai polmoni. Il nuovo album di Pugni – nome d’arte di Lorenzo Pagni – è tra i lavori più interessanti di quest’ultima ondata di nuova musica del New Music Friday. Al centro delle otto tracce che compongono la tracklist di Tuffo, questo il nome del progetto, c’è la salute mentale, discussa e narrata in diverse sfumature. Morte e rinascita. L’amore, triste, sbagliato, rigettato, totalizzante. L’artista, che di giorno è uno psicologo e la notte concede le sue canzoni alla luna.
Pugni, attraverso la sua anima bollente, appassionata e a tratti ruvida, ci consegna canzoni da cui rimane impossibile escludere delle riflessioni dopo l’ascolto. Abbiamo deciso di approfondire la scoperta di questo disco con il diretto interessato.
Ascoltando questo disco, scoprendo la sua genesi, leggendo i testi, la prima domanda che viene da porsi è: quanto è stato difficile, e al tempo stesso liberatorio, sul piano emozionale, lavorare ad un album come questo?
È stato sicuramente molto impegnativo, ma anche un naturale risultato del percorso che sto facendo su di me. Questo album è stato sia una liberazione dei blocchi emotivi che mi portavo dietro da anni, sia un ariete per fare breccia nei muri dell’anima. La musica è impietosa, se si ha il coraggio di seguire dove vuole andare lei, e non accetta deviazioni al percorso, pena la perdita di autenticità.
Quest’opera intende rappresentare non solo, in qualche modo, le storie che quotidianamente incontri, ma più in generale la vita delle persone la cui precaria salute mentale viene malvista o al massimo compatita, comunque osservata con inferiorità e un latente disprezzo?
Sì, uno dei miei obbiettivi è quello di sensibilizzare al tema della salute mentale. Sono convinto che il dolore sia universale e che dentro al dolore non ci sia solo buio e ombre, ma anche una ricchezza non riscontrabile in stati emotivi apparentemente più “leggeri”. Viviamo in una società tiktokabile, dove viene esposto in vetrina solo il meglio, e spesso una caricatura del nostro meglio. In questo contesto, la malattia mentale è “scomoda” e poco divertente. Rovina questa enorme e stroboscopica festa di luci accecanti.
Talvolta viene da domandarsi se, più che una cura alle persone giudicate volgarmente “pazze”, non sia da individuare una cura per chi ostracizza anche soltanto il tema della salute mentale. In questo senso, una cura esiste?
Qualsiasi definizione dei quadri diagnostici fa riferimento al contesto nel quale è inserita la persona a cui viene attribuita una diagnosi. Seguendo questa linea teorica si capisce come un “pazzo” lo è in relazione a un contesto nel quale non riesce a integrarsi. In qualsiasi gioco delle parti, la responsabilità di un risultato non è mai attribuibile a una sola di esse, ma a una sinergia di tutte. Quindi, perché si curano i pazzi e non il contesto? Perché si parte dal presupposto che la società nella quale viviamo sia la “norma” a cui adattarsi per essere considerato “normale”? Non ho, ovviamente, una soluzione a questo, ma sicuramente partire dal farsi queste domande è fondamentale.

“Scopi come se stessi davvero bene / Disposta a dargli tutto se questo lo tiene / Ma tieniti qualcosa anche per te”. Questa frase, dal ritornello di Trentasette denti, riflette una questione molto solita specialmente tra i giovani. Il sesso, in alcuni casi sventrato della sua valenza e significato relazionale, che si trasforma in mero atto dimostrativo di qualcosa nei confronti dell’altro, col risultato però di restituire un niente esistenziale profondamente nocivo, specialmente a fronte di una sensibilità evidentemente da occultare. È un problema che rivedi anche tu nelle generazioni più nuove?
Guarda, dopo aver scritto questo pezzo, l’ho fatto sentire alla mia terapeuta e lei mi ha detto “ma parli di te”. Ed effettivamente, col senno di poi mi sono accorto che è come se avessi dato voce alla mia sensibilità, che proprio in quel periodo era messa in disparte per dare spazio alla parte dimostrativa, performante, che mi lasciava vuoto ogni volta che la spinta pulsione finiva il suo carburante. Credo che sì, le nuove generazioni, al grido di “sesso libero”, “il corpo è mio e ci faccio ciò che voglio”, rischino di perdere la capacità di attribuire al sesso un valore che solo inserito in un contesto relazionale può essere riempitivo e non uno svuotamento.
In Spigoli canti “Faccio una finta rete di amicizie / Facciamo finta mi renda felice / Talmente stretta che non riesco a uscire / Fuori di casa senza respirare”. Veniamo alla contemporaneità il cui tempo è scandito al ritmo di un nuovo social pronto per essere lanciato in rete, ma ad essere sempre più diffusa è una sorta di paura verso l’esposizione reale di sé, verso gli altri, più in generale. Social o amicizie a basso costo, regalate, per nascondere qualcosa. Che cosa?
Mi ricollego al discorso dell’estromissione dell’ombra che ho fatto prima. È come se, spesso, i rapporti umani fossero ridotti a uno strumento di conferma egoica, più che un campo di condivisione e di cura reciproca. Se “uso” le relazioni per confermare me stesso, ovviamente metterò in mostra le parti migliori di me e terrò nascoste quelle che penso, possano venire rifiutate, o che possano spaventare gli altri. Ma se una persona che ti vede per chi sei realmente se ne va perché spaventata o interdetta, ne valeva la pena di averla accanto?
Come hai detto presentando il brano Foglie morte: “Il dolore non è per sempre”. È importante veicolare il messaggio che, alla sofferenza più profonda, può sempre combaciare una rinascita. Magari anche semplicemente una sopravvivenza, ma è bene ricordare che, pure quelle foglie morte, abbattutesi a terra, raccontano una storia. No?
Certo, nelle parti di noi che sono apparentemente “morte” c’è l’energia in potenza per le parti di noi che rinasceranno dopo. È sulla base di quello che abbiamo imparato, anche attraverso le brutte esperienze, che siamo capaci di ricostruirci. L’importante è saper rispettare i propri tempi, come le stagioni.
Tra i brani di maggiore impatto di questo disco è impossibile non citare Inchiostro blu. Una fotografia, violenta e spietata, che porta con sé anche una critica. Raccontaci qualcosa in più su questo pezzo e quanto la partecipazione al brano di Michael Sorriso ha contribuito a dare forza al messaggio che intendevi veicolare.
Ricordo bene il giorno in cui è nata l’idea: ero tornato da lavoro dopo aver avuto una serie di colloqui molto coinvolgenti a livello emotivo, al punto da portarmeli a casa. Quel pomeriggio raccontai a Michael le storie che avevo ascoltato e nacque l’idea di questo pezzo. Michael è un talento gigantesco, con una capacità di dipingere con la penna dei quadri chiari al punto da dare fastidio. Era esattamente quello che cercavamo di fare: fare breccia nelle porte del sistema psichiatria e far uscire un grido di ribellione che spesso viene sedato dai farmaci.

Plutone. Si apre con il mare, dov’è possibile consegnare le proprie grida, e poi le stelle, in cui magari leggerci delle risposte. La mente umana molto spesso cerca disperatamente degli appigli per proseguire il proprio percorso. Nel tuo caso specifico, quali sono gli appigli su cui sposti gli occhi quando ti senti meno?
Uno degli appigli è proprio il mare, e in generale la natura. È come se mi ricordasse che i problemi per i quali corro, mi dispero, perdo i capelli, sono relativi, e soprattutto sono artificiali. Il mare è sempre lì, gli alberi non si sono mai spostati da dove sono: a loro non gliene importa niente degli appuntamenti e dei risultati da ottenere. Loro non fanno niente, semplicemente sono.
Musicalmente Tuffo è un album spesso, incisivo, graffiante. Parte attingendo alle radici del grunge ma si muove e spazia poi tra diversi generi, prendendo senza troppi indugi e nascondigli dal soul e dal pop. Quali artisti plasmano il tuo profilo artistico, quali ascolti, artisti e album hanno portato Pugni, oggi, qui?
Sicuramente, come hai già detto, il grunge: ci sono cresciuto ed era inevitabile. Ma ascolto anche musica classica, musica folk, artisti come Bon Iver, che non ritengo essere inquadrabile in un genere definito. E poi il soul, che è uno dei generi che ho cantato di più nella mia gavetta, tra jam session e lezioni di canto.
Ultima domanda: la musica sa essere salvifica. Uno di quegli appigli esistenziali a cui facevo riferimento prima. Se Pugni non fosse Lorenzo Pagni, e se Lorenzo Pagni non fosse nemmeno uno dei suoi pazienti. Un’entità terza, mettiamola così. Questa entità, consiglierebbe a qualcuno dei tuoi pazienti di ascoltare la tua musica, magari per trovarci dentro qualcosa per sé?
Ne approfitto per fare una digressione sul termine “paziente”: purtroppo oggi perde la sua connotazione iniziale che viene da patio, nella sua accezione di “soffrire”, per mutare nell’immagine della persona che aspetta – in sala d’attesa, o nei corridoi di un reparto – un dottore col camice bianco che assume il ruolo di una divisa, di un’autorità, rischiando di creare un rapporto umano asimmetrico. Da una parte c’è “l’esperto” e dall’altra “l’ignorante”, che si sente spesso giudicato nelle proprie condotte di vita che lo portano alla condizione di malattia.
Ecco, io credo che invece i miei pazienti abbiano molte più cose da insegnarmi rispetto a quelle che io ho da insegnargli. Magari sì, potrebbero ritrovarsi nelle canzoni, anche perché in parte le hanno scritte proprio loro.




