Con “I Know Too Much”, Ellie Goulding trasforma la fine di una relazione in un disco introspettivo e personale: tra elettronica, alt-pop e momenti acustici. Un sesto album in cui voce e scrittura provano a incrinare la superficie patinata della produzione, riuscendo a tratti. Ecco la nostra recensione.
Conosciamo Ellie Goulding in qualità di una delle voci più riconoscibili del pop britannico degli ultimi quindici anni. La sua voce sottile, ariosa, immediatamente riconoscibile ha attraversato folk elettronico, synth-pop, EDM e dance, diventando una costante mentre attorno cambiavano produttori e atmosfere. Insomma, brani come “Burn”, “I Need Your Love” e “Love Me Like You Do” li conosciamo un po’ tutti, eppure attorno a lei è sempre aleggiata una nuvola con su scritto a caratteri cubitali “WHAT IF?”. Sempre lì, in prossimità del guizzo, dell’asso-piglia-tutto, mai però tirato davvero giù sul tavolo. Ci riprova con “I Know Too Much“, il nuovo album.
Questo nuovo disco nasce dal fallimento di una relazione e, più precisamente, dalla difficoltà di stabilire che cosa sia davvero accaduto quando una storia finisce. Il ricordo modifica gli eventi, il risentimento li esaspera, la nostalgia li addolcisce. La verità, nel frattempo, diventa materia manipolabile. È un’idea interessante, che ha trovato però sul suo cammino una sfida sorprendentemente ardua per concretizzarla appieno: trasformarla in un volume musicale variegato e strutturato.

“Black Prada Dress” apre la ferita
L’apertura affidata a “Black Prada Dress” sicuramente convince. La voce dell’artista emerge da sintetizzatori atmosferici e percussioni elettroniche nervose mentre il testo racconta una relazione nella quale il complimento può trasformarsi rapidamente in svalutazione. L’immagine del vestito Prada diventa il dettaglio concreto attraverso cui passa un discorso più ampio sul giudizio e sulla percezione di sé. La produzione lascia progressivamente aumentare la tensione ed è la rappresentazione di ciò che “I Know Too Much” avrebbe potuto essere dotandosi di una maggiore continuità.
Perché il limite principale del disco sta proprio qui. Ellie Goulding affronta materiale emotivamente complesso, ma buona parte delle produzioni mantiene una superficie estremamente levigata. Le lacrime sgorgano ma non disfano il trucco, che rimane ben attaccato al viso, a nascondere, a opacizzare l’emotività più cruda. Jack Rochon, affiancato in diversi momenti da altri collaboratori, predilige sintetizzatori ariosi, batterie elettroniche nitide e arrangiamenti relativamente sgombri. Scelta anche coerente con il percorso dell’artista, ma finendo per creare una distanza tra ciò che l’artista racconta e ciò che si ascolta.
La fine di una relazione, il risentimento, la perdita, l’ambivalenza e il tentativo di ricostruire se stessi sono temi carnosi che potrebbero beneficiare di una maggiore frizione sonora. Invece, anche nei momenti più aspri, la produzione tende spesso a ricomporre immediatamente ogni spigolo. È una sorta di contrasto irrisolto tra contenuto e forma: Ellie Goulding mette a nudo le proprie contraddizioni, ma il velo impeccabilmente pop che la riveste non ne lascia trasparire a sufficienza l’anima, la verità.

“Jealousy”, “Loser” e “Nobody Dances”: tre modi di affrontare la rottura
Il disco funziona meglio quando riesce a cambiare prospettiva. “Jealousy” affronta il residuo emotivo di una relazione attraverso una produzione ritmica e un ritornello immediato. “Loser” si muove invece su un terreno più acustico e utilizza un tono quasi infantile, giocoso, per esprimere una rabbia che rimane sotto la superficie. Con “Nobody Dances”, invece, Ellie Goulding recupera una grammatica dance-pop che appartiene più direttamente alla sua storia musicale.
Sono tre variazioni sullo stesso tema e mostrano tanto la ricchezza quanto il limite concettuale del disco: la cantautrice osserva la relazione da angolazioni differenti, ma tornanando spesso sulle medesime conclusioni. La parte più riuscita di “I Know Too Much” è probabilmente quella in cui Ellie Goulding smette di cercare una posizione morale netta. In alcuni passaggi riconosce il proprio ruolo nella costruzione del ricordo e nella deformazione del passato.
È particolarmente efficace “Misremember You”, che affronta proprio il meccanismo attraverso cui una relazione può essere riscritta dopo la sua conclusione. È uno dei punti nei quali l’album acquista una profondità che va oltre il semplice resoconto di una separazione: qui persino l’odio può diventare complicato quando significa rinnegare la versione di se stessi che, un tempo, aveva scelto di amare quella persona.
La domanda implicita non è soltanto chi ha sbagliato?, ma quanto del racconto che costruiamo dopo una relazione corrisponda davvero a ciò che è successo. È un tema che ritorna anche nella title track e in “4 Seasons”, dove la cantante accetta l’incertezza di una relazione temporanea senza necessariamente pretendere di trasformarla in qualcosa di definitivo. Aggiungiamo poi alla lista dei brani più riusciti anche “For Your Entertainment”, perché qui produzione e interpretazione sembrano finalmente procedere nella stessa direzione.
La canzone accumula progressivamente energia e permette alla voce di Ellie Goulding di assumere una maggiore fisicità. Il brano non cerca di rendere elegante ciò che racconta: la tensione cresce insieme alla performance, anziché essere neutralizzata da un arrangiamento eccessivamente ordinato. È proprio il tipo di equilibrio che manca in alcuni altri momenti del disco.
“Ravers” e la voglia di non rimanere nel passato
Se il disco racconta soprattutto una fase di crisi, “Ravers” arriva come una brusca apertura verso l’esterno. La traccia si spinge decisamente verso l’elettronica e la cultura rave, quasi come se Goulding volesse ricordare a se stessa — e all’ascoltatore — che la propria identità musicale non coincide con il racconto della relazione finita. È una chiusura interessante proprio perché rompe la linearità emotiva dell’album. Dopo tanto ragionare sul passato, “Ravers” restituisce movimento al disco. Non necessariamente una soluzione, ma almeno una possibilità di uscita.
Definire “I Know Too Much” un album di maturità è possibile, ma occorre comunque precisare cosa ciò significhi. La maturità qui non deriva tanto da una rivoluzione sonora quanto dalla disponibilità di Ellie Goulding a mettere in discussione la propria versione dei fatti. È probabilmente questo l’aspetto più interessante del progetto. Non troviamo, al suo interno, un racconto interamente autoassolutorio e lascia emergere ambiguità, contraddizioni e responsabilità reciproche.
Se andiamo a concentrarci però sull’aspetto musicale del lavoro, però, il disco è meno coraggioso. Laddove le liriche suggeriscono disordine, gli arrangiamenti tendono a ristabilire ordine. Laddove la storia potrebbe esplodere, la produzione spesso preferisce mantenere il controllo. E proprio questa distanza impedisce a “I Know Too Much” di trasformarsi in un album pienamente memorabile.
Non risolve completamente le proprie contraddizioni e ci conferma che “sapere troppo” non significa poi “capire tutto”. È il documento d’identità aggiornato di un’artista che prova a portare una maggiore complessità emotiva dentro una forma musicale che, per sua natura, tende a semplificare. Quando riesce a far convivere queste due esigenze, il disco trova la propria voce. Quando prevale la superficie, però, tutto si sfalda e poco altro rimane.




