Sem&Stènn sanno bene chi sono, oggi più che mai, e nel nuovo album “DVD SEXY TOYS” mettono al centro la volontà di divertirsi e far divertire, strappando anche qualche riflessione. Ecco la nostra intervista.
Dopo tre anni di scrittura, ricerca e produzione, Sem&Stènn tornano con “DVD SEXY TOYS“, il nuovo album in uscita il 2 ottobre. Il duo, con ormai quindici anni di carriera alle spalle e da sempre impegnato a muoversi tra electropop, cultura club e immaginario queer, ritrova in questo disco una dimensione musicale che tiene insieme dance-pop anni Duemila, techno e hyperpop, senza rinunciare a quella scrittura diretta e all’attitudine anticonvenzionale che ne hanno definito il percorso.
Da “SERVENDO“, brano di self-empowerment, a “ANIMALE“, che mette al centro il desiderio di liberarsi dalle convenzioni, passando per “CAZZI MIEI“, dichiarazione d’indipendenza dai meccanismi sociali e dalle opinioni non richieste, “DVD SEXY TOYS” costruisce un racconto personale attraverso una successione di immagini, esperienze e stati d’animo. Nel disco trovano spazio anche la fuga dalla città, l’attitudine più esplicitamente club, le fantasie proibite e la rilettura di un pezzone dei Public Image Ltd.
Terzo album in carriera, un progetto da trattare con i guanti “ma non troppo”, così come la natura ruvida e stretta tra i denti della loro musica richiede. Abbiamo incontrato Sem&Stènn per parlare della genesi di “DVD SEXY TOYS“, del rapporto tra città e provincia, dell’evoluzione del loro suono e di tanto altro.
Nel 2023 lasciate la città e vi trasferite in provincia, dopo anni vissuti dentro la cultura dei club, e in “DVD SEXY TOYS” si parla à un po’ proprio di spostamenti, anche esistenziali. Quanto questo passaggio da ambienti radicalmente differenti ha inciso sulla genesi di questo nuovo album?
Il nostro legame con Milano è rimasto. La nostra vita è lì. Spostarsi a un’ora di strada, lontani dai palazzi e dai “place to be” ci ha connessi a una dimensione più realistica. Guardiamo le cose in modo diverso, cerchiamo sempre più concretezza in quello che facciamo. Abbiamo guardato con distacco tutte le dinamiche opprimenti della city, le abbiamo ridimensionate e questo ci ha spinti verso una direzione più leggera. Abbiamo fatto questo disco per divertirci.

Nel racconto del disco c’è un paradosso interessante: la fuga dalla città produce nostalgia per il clubbing, e quella nostalgia diventa poi strumento da portare nell’arte. Cosa vi mancava davvero di quei luoghi? La musica, la notte, la comunità, la possibilità di essere completamente voi stessi o una certa idea di libertà che oggi sentite più difficile da trovare?
Ci manca poterci organizzare last minute, e quei tempi in cui si faceva serata sei giorni alla settimana, di giorno eri mezzo morto e andavi in ufficio con il timbro sul braccio. Questo disco ha riportato in vita quello spirito lì, totalmente caotico e vitale allo stesso tempo.
“Animale” porta sulle spalle un po’ tutto questo: spogliarsi delle convenzioni e tornare a una dimensione istintiva. Sappiamo bene come ancora oggi l’identità sia continuamente qualcosa da dichiarare o addirittura spiegare, e in questo contesto, cosa rappresenta per voi l’atto di tornare “animali”?
Tornare animali è un atto super liberatorio. Ci siamo liberati da ogni sovrastruttura per seguire ogni nostro istinto. Siamo sempre stati liberi nelle nostre narrazioni, ma ci siamo resi conto che l’influenza di certi ambienti si faceva sentire nelle nostre scelte. Vivere con un po’ di natura attorno, lontani, ha proprio risvegliato una serie di istinti primordiali della nostra persona.
Altro singolo che ha anticipato la pubblicazione di questo lavoro è stato “Cazzi miei”, un manifesto d’indipendenza: dai falsi miti, dai luoghi in cui bisogna esserci per contare, dalle opinioni non richieste. Ma oggi quanto è davvero possibile fregarsene del giudizio degli altri, soprattutto per un artista che vive anche attraverso social, algoritmi e continua esposizione pubblica?
È possibile, ne paghi le conseguenze, come sta succedendo a noi. Però i cambiamenti arrivano da questi atti di rottura. Non vogliamo sentirci schiavi di un algoritmo o di un sistema che cambia in continuazione. È un meccanismo che porta ad omologarti, a perdere la propria autenticità. Per questo abbiamo scelto di cambiare l’uso dei social: meno creator, come ti chiedono di essere, più artisti.
Avete definito il disco “diretto, esplicito e bersaglio di pregiudizi”. È interessante perché, da quando avete iniziato il vostro percorso, è cambiato anche il linguaggio con cui si parla di identità queer nella musica italiana. Vi sembra che oggi ci sia realmente più libertà oppure semplicemente una maggiore capacità dell’industria di trasformare determinate identità in un linguaggio commerciale accettabile?
L’identità queer è completamente sparita nella discografia. Quando abbiamo iniziato a fare musica eravamo da soli. Dopo qualche anno si è creata una scena, c’era un bel fermento. Da qualche anno si è deciso che non è più cool essere queer e la cosa ci dispiace, ma non ci interessa più di tanto: essere queer è una parte di noi, non il tutto. Eppure è sempre il filtro con cui veniamo catalogati, a prescindere dalla direzione musicale che decidiamo di intraprendere.
Dal vostro esordio a “OFFBEAT”, passando per “AGARTHI”, “Eroi” e ora “DVD SEXY TOYS”, avete attraversato elettronica, darkwave, electropop, hyperpop, eurodance e contaminazioni urban. Insomma, in musica ne avete fatte e suonate di ogni. Una risposta a chi ancora dice – e pochi non solo – che bisogna catalogarsi in un unico genere e camminare dritti su quella scia per poter funzionare?
In Italia ti chiedono questo, di risuonartela finché funziona. Per noi ogni disco è il manifesto di un’era. Cambia il nostro vissuto, conosciamo cose nuove. Sarebbe veramente difficile ripetersi, oltre ad essere estremamente noioso.

Questo disco guarda esplicitamente alla dance-pop degli anni Duemila, ma la contamina con techno e hyperpop. Cosa vi interessa maggiormente di quel periodo e che avete deciso di fare vostro, riadattandolo comunque alla dimensione dell’oggi?
Negli anni 2000 c’era una vera e propria cultura del club anthem. Dal mainstream all’underground si cercava sempre il pezzo up. L’obiettivo non è creare pezzi nostalgici del passato ma club classics del presente.
“Benza” invece nasce da una situazione di forte contrasto: voi completamente fuori contesto, tra occhiate e battute fasciste, mentre avreste preferito essere in un club. Quanto è importante, nella vostra scrittura, partire da situazioni reali di disagio o di estraneità e trasformarle in qualcosa di ironico, ballabile o addirittura liberatorio?
La scrittura nasce sempre dal disagio ed è quello che volevamo evitare in questo disco. “Benza” racconta una situazione di disagio sì, ma che ci ha divertiti un sacco. È stato molto più terapeutico buttarla ironicamente su un beat e immaginarsi altrove.
“This Is Not a Love Song” dei Public Image Ltd. è l’unica cover del disco, che riporta alla memoria la vostra partecipazione ad X Factor. Da quell’esperienza di anni ne sono passati, come mai soltanto oggi avete deciso di inciderla?
Non siamo tipi da cover, prima di quell’esperienza non ne avevamo mai fatte. Abbiamo iniziato con la nostra musica. Quel pezzo però racconta perfettamente il nostro ruolo in questo business, ovvero fare il contrario di quello che ti viene chiesto. Motivo per cui l’abbiamo portata live in tour ed è stata sempre tra le fan favourite. Ci hanno chiesto un sacco di volte di inciderla ed è arrivato il momento giusto di farlo.
Nel disco convivono self-empowerment, sesso, fantasia, rabbia, ironia e desiderio di fuga, ma anche una certa consapevolezza del fatto che dalla propria storia non ci si libera completamente. Dopo quindici anni di percorso insieme, quali sono le cose dalle quali oggi avete smesso di provare a liberarvi?
Dalle cose che non puoi controllare: dalla percezione che gli altri hanno di noi, le opinioni non richieste, o il ricordo di alcune esperienze infelici passate: è tutto inevitabile, ma va messo dove merita.
Avete attraversato un momento in cui la vostra identità queer era inevitabilmente anche una dichiarazione politica, mentre oggi il discorso sembra essersi spostato. Come descrivereste il contesto attuale – politico, sociale e anche musicale, sul piano dell’industria – che oggi accoglie questo disco e i Sem&Stènn odierni?
Complesso, respingente e violento, musicalmente un po’ piatto. Questo disco è totalmente fuori contesto, come è giusto che sia.

Tornando ad “AGARTHI”, come avete segnalato voi stessi attraverso i vostri canali social – non accogliendo affatto positivamente la notizia – il disco è sparito dalle piattaforme streaming. Cosa è accaduto?
È stato rimosso da tutte le piattaforme senza preavviso, e ci ha fatto riflettere su quanto il tuo lavoro di anni possa essere fatto fuori in pochi secondi. Ma stiamo lavorando al suo comeback, magari in una forma diversa, ci stiamo ancora pensando.
Parlando di questa “sparizione” avete spostato l’attenzione anche sulle condizioni precarie che si trovano ad affrontare gli artisti indipendenti in Italia. Un discorso chiaramente molto ampio. Diteci di più.
La libertà ha sempre un prezzo: i social e il web sembrano spazi infiniti e democratici, ma quello che fa la differenza è la diffusione. In questo, le big labels hanno ancora un grandissimo peso, chi non è di quel giro parte sempre svantaggiato.
Chiuderei tornando al titolo: “DVD SEXY TOYS” è una scritta trovata su un distributore di benzina, qualcosa di esplicito, apparentemente fuori posto e facilmente giudicabile. Se quel distributore fosse una metafora del vostro percorso, cosa pensate che racconti oggi di Sem&Stènn rispetto a quelli che eravate quando avete iniziato a suonare nei club milanesi nel 2011?
Paragonandoci a quel distributore (ridono, ndr) potremmo dire alcune cose che abbiamo in comune: abbiamo una storia, non lasciamo niente all’immaginazione, e siamo una fonte assicurata di divertimento.
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