Moonari ha lanciato “In fondo a stare soli non c’è male”, nuovo singolo insieme a Folcast e Neri per Caso. Una canzone sulla solitudine come rifugio, abitudine e contraddizione, tra cantautorato contemporaneo, pop e armonie vocali.
Roma ad agosto è uno scenario fin troppo facile da trasformare in metafora. La città si svuota, il caldo rallenta le giornate, le strade cambiano ritmo e ciò che normalmente resta sullo sfondo finisce per emergere e diventare inevitabilmente più visibile. È probabile pure che ci scappi di mezzo una canzone. Moonari è partito da qui per costruire “In fondo a stare soli non c’è male”, il nuovo singolo realizzato insieme a Folcast e Neri per Caso, disponibile da oggi.
Ma la Roma del brano non è soltanto quella delle ferie mancate o del desiderio di avere il mare davanti alla propria finestra. È soprattutto il luogo mentale di chi osserva ciò che ha intorno e si accorge di averlo forse guardato troppo poco. L’idea della solitudine prende così una forma meno netta rispetto alla consueta contrapposizione tra stare soli e sentirsi soli: qui le due condizioni finiscono per convivere.
Il protagonista della canzone prende atto di una condizione che nel tempo ha imparato ad abitare. “In fondo a stare soli non c’è male” diventa una formula di autodifesa, ripetuta fino a sembrare vera. Non avere nessuno intorno significa anche non dover trovare le parole giuste, non affrontare i non detti, gli imbarazzi, le aspettative. La libertà conquistata nella solitudine, però, porta con sé la consapevolezza di ciò che viene lasciato fuori.
È una contraddizione che il testo non prova a risolvere. Anzi, la mantiene aperta. Da una parte c’è il comfort di un mondo conosciuto, dall’altra il desiderio di uscire da quella stessa stanza, fisica o emotiva che sia: “Vorrei scappare e andare fuori città / Qualsiasi cosa pur di uscire da qua”. Poco dopo, però, arriva l’immagine opposta: fuori c’è il sole, ma non c’è nessuno da incontrare. La possibilità di uscire esiste; manca, semmai, qualcuno con cui farlo.
Una canzone costruita sulle contraddizioni
Moonari, in questo brano, si muove nel territorio della canzone d’autore contemporanea, aprendosi verso un pop di matrice internazionale. La produzione, curata dallo stesso Moonari insieme a Daniele Ferreri, evita di trasformare il brano in una semplice ballad cantautorale e costruisce invece uno spazio in cui la componente vocale assume un ruolo centrale.
È qui che l’intervento dei Neri per Caso diventa determinante. Le armonizzazioni e gli intrecci vocali, curati da Ciro Caravano, entrano nell’architettura stessa del brano. La tradizione a cappella del gruppo si confronta con un linguaggio pop contemporaneo e con una scrittura che mantiene una forte componente narrativa. A completare l’organico ci sono Bob Angelini alla slide guitar e Michele Santoleri alla batteria, mentre registrazione e mix sono affidati a Daniele Ferreri presso BDR Studio e il mastering a Filippo Passamonti presso VDSS Studio.
“In fondo a stare soli non c’è male” arriva dopo “L’impressione che ho di te”, pubblicato a maggio 2026 e realizzato in collaborazione con Eugenio Cesaro degli Eugenio in Via Di Gioia, e prosegue il lavoro verso il nuovo album di Moonari, atteso nel corso del 2026 e a tre anni di distanza dall’esordio, con il disco “Sono nato debole“.





One reply on “Moonari, “In fondo a stare soli non c’è male” con Folcast e i Neri per Caso: Roma ad agosto e il peso delle parole non dette”
Il tema della solitudine qui sembra interessante proprio perché non viene ridotto a un sentimento soltanto negativo. Presentarla come rifugio, abitudine e contraddizione lascia spazio alle sfumature che spesso restano fuori dalle canzoni più immediate. L’incontro tra scrittura contemporanea, pop e armonie vocali può sostenere bene questa tensione: parole non dette e voci corali sembrano due modi diversi di raccontare la stessa distanza. Una scintilla può bastare a rendere visibile quel passaggio.