Un ritorno in gara dopo 11 anni – e una cocente eliminazione, l’ultima volta – per Raf, che torna a fare pace con il Festival di Sanremo, schierando un brano firmato insieme al figlio D’Art: “Ora e per sempre”.
Undici anni fa salì sul palco del Teatro Ariston in precarie condizioni di salute e il pubblico rispose con un’eliminazione prima della serata finale. Fu una delusione per Raf, che dal Festival di Sanremo aveva sempre ottenuto bei riscontri, vincendolo anche come autore, nell’87, con l’immortale “Si può dare di più“. Quest’anno il cantante di “Infinito” torna sul luogo del delitto, dove ritrova lo stesso direttore artistico dell’ultima volta, Carlo Conti, e una competizione più morbida, senza eliminazioni. Torna con un brano che si rifà al suo repertorio più classico, intitolato “Ora e per sempre“, a cui ha lavorato insieme al figlio D’Art.

Nel brano “Ora e per sempre”, Raf conferma una cifra espressiva che gli appartiene da sempre: quella di un pop d’autore capace di farsi confessione intima senza rinunciare a una dimensione universale. Il testo si muove lungo una linea narrativa che parte da un senso di spaesamento esistenziale per approdare a una forma di approdo affettivo, stabile e salvifico.
L’immaginario iniziale è fortemente simbolico: il protagonista si definisce “un puntino in mezzo all’universo”, “un alieno”, metafore che raccontano l’estraneità, la solitudine, il sentirsi fuori asse rispetto a un mondo che “parlava al futuro” mentre lui restava “fermo alla deriva”. È un lessico che richiama l’idea di sospensione, di tempo non sincronizzato, uno dei temi più ricorrenti nella poetica di Raf, qui reso con immagini semplici ma efficaci. Il sorriso di facciata contrapposto a un cuore che “no” è una dicotomia classica, quasi archetipica, ma funzionale a delineare una fragilità suggerita con delicatezza.
E tu per mano hai preso la mia vita
“ora e per sempre” di raf
E camminando sulla via d’uscita
Senza parlare mi dicevi:
Ora e per sempre resterai
L’ingresso del “tu” segna il punto di svolta: non c’è enfasi retorica nel gesto salvifico, ma una delicatezza quasi cinematografica – “senza parlare mi dicevi” – che affida al silenzio il peso emotivo maggiore. Il ritornello, costruito su un’anafora temporale (“Ora e per sempre”), diventa il perno semantico del brano: non una promessa assoluta, bensì una presenza che sopravvive anche all’assenza fisica, radicata nell’anima e nella memoria. È un amore che accetta la possibilità della perdita, ma non la cancellazione.
Nella seconda parte, il testo si fa più riflessivo e maturo. Il tempo che passa è evocato attraverso immagini concrete – il diario consumato, l’anniversario ridotto a eco – e attraverso uno sguardo disincantato sul presente: un mondo “controverso”, saturo di voci, povero di verità ed empatia. Qui Raf intreccia la dimensione privata con quella collettiva, senza mai trasformare la canzone in manifesto: il caos esterno resta sullo sfondo, mentre la relazione diventa spazio di resistenza, quasi un rifugio etico oltre che emotivo.
Tra le pagine di un vecchio diario
“Ora e per sempre” di raf
Consumato come il nostro tempo
In un soffio di vento il nostro primo anniversario
Adesso è un eco lontano
Oggi il mondo è così diverso
Particolarmente significativa è l’attenzione al corpo che cambia – “ogni segno sulla pelle parla di te” – segno di un amore che non idealizza, ma attraversa il tempo e ne accetta le tracce. Anche la nostalgia finale non è regressiva: il desiderio di tornare al primo incontro è limitato “solo per un attimo”, sufficiente a riattivare il brivido, senza rinnegare il percorso compiuto. Una canzone fortemente autobiografica che è pronta a brillare sul palco dell’Ariston e in un tour che prenderà il via dal 16 luglio in Puglia, per muoversi in tutto lo Stivale.
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