«Per me la musica è salvezza, senza arte siamo vuoti». Il nuovo album “Bianca”, il concerto celebrativo al Teatro Camploy e la voce delle donne nella musica di oggi: intervista a tu per tu con Veronica Marchi.
A sette anni di distanza da Non sono l’unica, Veronica Marchi è tornata con Bianca, album pubblicato il 24 ottobre 2025 per Doc Music con distribuzione Artist First: un lavoro che segna un ritorno consapevole alla scrittura cantautorale acustica, attraversata da tensioni rock e da una produzione curata in prima persona.
Undici brani che compongono un racconto unitario sulla fragilità, sul fallimento come spazio di coscienza e sulla possibilità di rinascita, affrontando temi intimi e collettivi – dalla maternità alle ferite sociali, dalla memoria al dolore privato – e che trovano una naturale estensione nella dimensione live, culminata nella presentazione al Teatro Camploy per i vent’anni di carriera di Veronica Marchi. Da questo disco, dalla sua resa dal vivo e da una riflessione più ampia sul ruolo e sulla voce delle donne nella musica contemporanea prende avvio l’intervista che segue.

“Bianca” segna un ritorno a sonorità cantautorali con incursioni rock dopo sette anni dal tuo ultimo album. Come si è evoluta la tua scrittura in questo periodo e in che modo la vita e il contesto sociale hanno influenzato le tematiche dell’album?
La vita influenza sempre quello che scrivo, dal primo giorno in cui ho composto una canzone, un racconto, un testo, una melodia. Le due cose non possono essere scisse e anche la mia voce, così come il mio modo di suonare, sono strettamente connesse alla vita. Una certa apertura, per esempio, alla vita mi ha permesso di amplificare anche la scrittura. Le storie che racconto sono passate dalla limpidezza dell’infanzia alla complessità e cripticità dei trent’anni per arrivare oggi a un mix delle due cose, con più serenità.
Il titolo “Bianca” evoca sintesi, fragilità e apertura. Quanto il concetto di ‘pagina bianca’ e di inizio ha guidato la costruzione narrativa delle undici tracce e la scelta dei temi trattati?
Il concetto in sé molto, il titolo invece è arrivato alla fine della produzione del disco stesso, quando ormai era tempo di chiudere il progetto. Come spesso mi succede, ho capito alla fine di tutto il perché lo stavo facendo, qual era il significato delle scelte che avevo fatto, in relazione alle canzoni, al suono, a tutto.
Nel disco affronti temi come le morti sul lavoro, il crollo del Ponte Morandi e la maternità. Quanto – e in che maniera – ritieni che la musica possa agire come strumento di riflessione sui fatti sociali e sulla memoria collettiva?
Per me la musica è salvezza, senza arte siamo vuoti. Penso sia irrinunciabile l’atto creativo come atto curativo. L’arte, spesso, è considerata accessoria, un bene elitario e invece è di tutti, ci appartiene nel profondo e ha il dovere di raccontare cosa succede, denunciare, ricordare, commuovere, alleggerire.
L’arte, spesso, è considerata accessoria, un bene elitario e invece è di tutti, ci appartiene nel profondo.
Veronica marchi
La collaborazione con artisti come Andrea Mirò, Cristiana Verardo ed Eva aggiunge diverse sfumature al progetto. Come hai scelto questi interventi e in che modo le voci esterne hanno arricchito il racconto personale del disco?
Ho scelto queste collaborazioni con il cuore. Questo disco è anche celebrativo di vent’anni di discografia e quindi ho trovato naturale coinvolgere persone che nella mia vita hanno fatto la differenza, hanno lasciato una traccia. Le loro voci sono l’esperienza che non avevo mai fatto, non avevo mai condiviso tracce dei dischi con qualcun’altra o qualcun altro e anche questo passaggio aveva bisogno di tempo. Esserci arrivata ora mi dà molta gioia perché so che ho scelto persone importanti per me.
In “Anni ’90” e “Come eravamo” emerge un sentimento di nostalgia e lentezza. Qual è il ruolo della memoria, della riflessione sul passato e della lentezza nella creazione musicale e nella società contemporanea, sempre più accelerata?
Per me guardare indietro vuol dire guardare dentro. La malinconia mi serve per aprire sempre più varchi nel presente, mi aiuta a capire dove sono e anche questa nostalgia di un tempo che è stato fa da motore per essere migliore oggi. É una lente di ingrandimento su quello che posso migliorare di me con me e con gli altri, perché se mi mancano tanto gli anni ‘90 vuol dire che oggi posso riportarne un po’ tutti i giorni e sentirmi meno fuori posto. Non c’è rimpianto nei miei testi, c’è azione, c’è volontà di cambiare o, almeno, di provarci.
Come produttrice, cantautrice e polistrumentista, quali sfide e libertà hai trovato nel realizzare un progetto così personale, e come ti poni rispetto alla maniera di produrre la musica oggi, che guarda sempre più alla collaborazione, alla produzione “in team”, magari anche composti da più e diverse persone?
Io affronto tutto in modo intimo e personale, anche quando lavoro “in team” e mi confronto con approcci lavorativi completamente diversi dal mio. Cerco di portare la mia naturalezza in altri contesti e provo a prendere quel che c’è di buono da un modo diverso di approcciare alla scrittura e alla produzione. Di certo a me piace lavorare “come si faceva una volta”. Il famigerato team per me è la band e non un incontro combinato a tavolino per dividere quote di un brano. Se incontro qualcuno per produrre o per scrivere lo faccio entrando nella persona, quando possibile e a mia volta cerco di fare le cose con passione, senza risparmiarmi.
La musica femminile e il ruolo delle donne nella scena contemporanea sono centrali anche nella tua attività con Maieutica Dischi. Come interpreti la responsabilità culturale e sociale di promuovere artiste donne in un panorama ancora spesso dominato dagli uomini?
Parto dal presupposto importante che non esiste una musica “femminile” ma esistono le donne e donne che sanno fare bene le cose, a prescindere dai cliché e dai pregiudizi, così difficili da abbattere.
Il disco raccoglie storie di fragilità e fallimento: quanto pensi che la musica possa offrire strumenti di resilienza e di elaborazione emotiva per l’ascoltatore, soprattutto in un periodo segnato da crisi sociali ed economiche?
La musica offre strumenti importanti, di resilienza e di elaborazione emotiva. Non può e non deve sostituire le figure preposte a questo percorso così delicato ovvero la cura di sé, della propria salute mentale, della propria salute in generale. Ma è ormai evidenza scientifica che la musica non sia accessoria alla vita.

Guardando alla scena musicale italiana contemporanea e ai temi sociali che attraversano il tuo lavoro, come pensi che l’arte possa contribuire a una riflessione più ampia su identità, comunità e cambiamento culturale?
Bisogna, secondo me, continuare in un discorso molto semplice: non mollare. È di una semplicità disarmante, questa affermazione, ma è vera. Chi ha delle cose da dire le deve dire, non seguire le mode, non inseguire il consenso, generare bellezza, continuamente. Questo, secondo me, può fare la differenza.
Il live del 7 novembre ha celebrato i tuoi vent’anni di carriera. In un’epoca dominata dalla fruizione digitale della musica, è bene sottolineare come l’esperienza dal vivo completi – o trasformi – l’ascolto di un album, no?
Assolutamente! Ho voluto rinnovare il mio amore per la musica e per la musica suonata dal vivo con un concerto unico, che non ripeterò uguale mai più proprio per celebrare il profondo rispetto che ho nei confronti dell’arte e dell’incontro con le persone. Il concerto non esiste senza il pubblico e non esiste concerto senza verità espressiva, sincerità profonda e di cuore.




