Tra post-punk, rabbia condivisa e tensione emotiva, la band pisana de La Tundra racconta la genesi di “OHDIO” attraverso le parole di chi, a queste canzoni, ha dato voce: Daniele Piai. Focus su un disco che trasforma frustrazione e disillusione in energia pura.

Con OHDIO, La Tundra trasformano la frustrazione in un’esplosione sonora che non lascia spazio a tregue. Undici brani, poco più di mezz’ora, e un percorso che parte dalla noia quotidiana per arrivare fino a un funerale simbolico, attraversando lavoro, rabbia, desideri mancati e quella costante sensazione di rincorrere qualcosa che sembra sempre fuori portata. Un disco che sceglie di restare dentro il disagio e amplificarlo fino a renderlo collettivo.

Nata a Pisa nel 2019, la band ha costruito negli anni un’identità sempre più riconoscibile, trovando nel live il proprio habitat naturale: intenso, fisico, viscerale. Dopo l’EP Tundra e il debutto Nuvole rosa, ragni e guai, tra finali importanti, vittorie e oltre cinquanta concerti in tutta Italia, il gruppo arriva oggi a una nuova fase del proprio percorso. Registrato insieme a Giulio Ragno Favero, OHDIO segna infatti un’evoluzione netta verso sonorità post-punk più taglienti e definite, già anticipate dai singoli Padrone, Zero catene e Milioni.

Abbiamo parlato con Daniele Piai de La Tundra su temi quali la rabbia, il palco, i cambiamenti e di tutto quello che si nasconde dietro un disco che non vuole consolare nessuno, ma solo essere vissuto fino in fondo.

Tundra ph. Gabriele Conti 26 web
Tundra

“OHDIO” si apre con “Noia” e si chiude con “Un bel funerale”: una traiettoria narrativa che sembra più esistenziale che musicale. L’idea era quella di concepire un arco drammaturgico unitario partendo dalla tracklist?

Si, una volta scritti i pezzi è apparso chiaro che dovessimo mettere quelli che parlano di funerali in coda: ha perfettamente senso. “Un bel funerale” è la rabbia finale, il bisogno di esercitare controllo persino sui rituali e sulla collocazione della propria salma; poi tutto si dissolve in “Milioni”, che è uno spegnersi sereno, o quasi.

Nel disco sembra emergere una frizione costante tra immobilità e desiderio di fuga. Quanto di autobiografico c’è in ciò e, di riflesso, può assumere anche i contorni di una diapositiva di un presente generazionale?

Il disco non ha la pretesa di descrivere nessun altro al di fuori di me (Daniele, voce e scrittura testi, ndr). Allo stesso tempo, però, il modo in cui subisco la realtà e la affronto può risuonare negli altri.

Rispetto a “Nuvole rosa, ragni e guai” si percepisce uno spostamento netto: spariscono le relazioni sentimentali e resta una materia più dura, più strutturale. È una scelta consapevole di sottrazione?

Ho sempre pensato piuttosto che sia stato aggiunto tanto: di aver scavato molto o comunque aver trovato il coraggio di dire determinate cose. Non che abbia tirato fuori chissà quale verità innominabile: semplicemente perché per tanto tempo mi è stato più facile parlare di relazioni, ma oramai avevo già detto tutto.

“Padrone” de La Tundra

“Il mio dovere” emerge come una delle tracce centrali del disco: non tanto il rifiuto del dovere, quanto l’impossibilità di aderirvi. Che tipo di crisi intendevate raccontare con questo brano?

La crisi suprema è il dover dedicare così tanto tempo al lavoro da non riuscire più a godersi i momenti di libertà. La sfera degli obblighi che contamina irrimediabilmente quella del piacere.

In brani come “Unicellulare” emerge una regressione quasi primordiale, un desiderio di sottrarsi alla complessità umana. Provocazione o reale ipotesi di fuga?

Assolutamente provocazione, dal momento che tutti gli esseri viventi soffrono e noi umani, soprattutto in questo spicchio di mondo, siamo quelli che rischiano meno la pelle. Non mi cambierei con nessun altro animale, anche se a volte il pensiero può sembrare poetico.

Nel disco il lavoro ricorre come elemento quasi organico, invasivo. E un po’ in generale nei testi emerge proprio una dimensione fisica, quasi biologica della fatica. Quanto ha inciso questo aspetto nella scrittura?

Senza la frustrazione non esiste la spinta a immaginare, a creare, a cercare una via d’uscita dalla galera quotidiana. Quindi sì, qualsiasi tipo di sofferenza, anche una banale come la nostra, è il propellente di cui abbiamo bisogno.

“Milioni” de La Tundra

Il titolo stesso, “OHDIO”, nasce dalla fusione di un’esclamazione. Un gesto linguistico che sembra quasi negare la possibilità di articolare un discorso. È così?

È proprio così, potremmo farlo diventare un “termine ombrello” che racchiude tutte quante le imprecazioni quotidiane e le riassume.

Venendo invece alla parte più strettamente musicale del progetto, si sente il passaggio deciso verso coordinate post-punk. Diteci di più rispetto all’adozione di questo tipo specifico di sonorità e come si è sviluppato questo cambiamento in studio con Giulio Ragno Favero.

Da amante del Teatro degli Orrori, Giulio mi ha aiutato molto di più nel momento in cui l’ho scoperto e ascoltato che non in studio. Durante la registrazione del disco ci ha dato ben più di qualche consiglio prezioso, ma la verità è che lo abbiamo cercato proprio perché eravamo già fan e, in qualche modo, aveva già avuto un’influenza su di noi.

Le dinamiche del disco sono molto marcate: esplosioni improvvise e ritrazioni altrettanto rapide. Nella costruzione del significato da sottoporre al pubblico, quanto è stata centrale la gestione del suono, per far sì che ogni brano “impattasse” al meglio?

A volte le canzoni dovevano essere insolenti quanto le parole; altre, erano le parole a voler raggiungere la violenza della musica, in un’escalation che ci ha portati qua.

Cover Tundra OHDIO web
“OHDIO”, il nuovo album de La Tundra

“Dono di D” introduce un discorso esplicito su Dio, ma lo fa in termini spiazzanti, quasi desacralizzanti. Che ruolo ha la dimensione spirituale nel disco?

La religione è importantissima per me. Dev’essere per forza così, visto tutte le energie che spendo a dire in giro che sono ateo.

Nel contesto attuale, in cui spesso la musica tende a offrire vie di fuga o consolazioni, “OHDIO” sembra volersi sottrarre a questa funzione, virando in senso opposto, abbracciando una lucidità disarmante. È una posizione, questa, che non vi spaventa pensando a come il pubblico potrebbe recepire l’album?

Sarò smielato o banale, ma il mio primo pensiero è scrivere cose che non mi mettano in imbarazzo già alle primissime prove del brano. In altre parole, voglio piacere al resto della band: tutto il resto è grasso che cola. Forse vale anche per gli altri quattro?

Infine, se “OHDIO” rappresenta un punto di rottura, è anche un punto di arrivo o piuttosto una fase intermedia di un processo ancora aperto?

Mi piace più pensare al fatto che sia un traguardo, perché la corsa è stata lunga e il puzzo di sudore si sente ancora.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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2 replies on “Tundra e l’album “OHDIO”: «La sofferenza? Senza la frustrazione non esiste energia creativa» – INTERVISTA”

  • Maggio 13, 2026 at 1:23 pm

    È affascinante come l’energia creativa citata nell’intervista possa essere vista attraverso diverse lenti. Spesso dimentichiamo che la musica stessa è pura fisica: frequenze, risonanze e armoniche che si intrecciano.
    Come appassionato di tecnologia, credo che strumenti moderni come l’intelligenza artificiale stiano aiutando a democratizzare non solo l’arte, ma anche la scienza complessa. Ad esempio, ho recentemente esplorato un progetto di Physics AI che rende i concetti fisici (molti dei quali alla base dell’acustica musicale) incredibilmente chiari e visivi. È un ottimo esempio di come la tecnologia possa supportare la comprensione del mondo che ci circonda, proprio come la musica ci aiuta a comprenderne le emozioni. Grazie per questo spunto di riflessione!

  • Carlos M.
    Maggio 21, 2026 at 8:45 am

    Bellissima intervista. La scena post-punk italiana ha un’energia grezza che merita più visibilità. Tra l’altro, per band indipendenti che vogliono creare artwork e visual per i propri singoli senza budget, strumenti come https://realisticaiimagegenerator.online permettono di generare immagini professionali gratis e senza registrazione. Un modo pratico per dare un volto visivo alla propria musica senza dover pagare un grafico. Continuate così, La Tundra!