Il rapper salernitano Rocco Hunt ha rilasciato il suo quinto album in carriera e chiarisce una volta per tutte: Pagliarulo? Non è solo hit sbanca-radio
Sempre perché “i dischi non si ascoltano una volta sola“, ho deciso di concedermi qualche giorno in più rispetto al previsto per ascoltare, capire, metabolizzare il quinto album in carriera di Rocco Hunt. Sono giunto ad una conclusione: Rocco Pagliarulo è veramente bravo. Hunt ti sa scrivere il ritornello martellante da cinque dischi di platino così come anche un pezzo rap che con il commerciale niente ha da spartire. Ti fa divertire, cantare, ballare (anche irritare, al 3928° passaggio in radio di una delle hit con Ana Mena), ogni tanto però anche commuovere. Mica è da tutti.
“Rivoluzione” non è soltanto un titolo, nemmeno solo una canzone (una delle migliori dell’album, tra l’altro). È l’alimento cardine della prima colazione, per questo disco, che si apre con una figura molto nota dello sport italiano, Lele Adani. Sua la voce che intende spronare chi si trova ad ascoltare ad accendere la miccia della propria rivoluzione, a cambiare le regole, imporsi su ciò che sembra prevalere. Contribuisce a tracciare il percorso di un album che si muove generalmente su questi temi: perseveranza, impegno, costanza, e non soltanto.
La situazione da cui proviene Rocco Hunt la conosciamo tutti. Vivendo non troppo lontano dalla terra che gli ha dato i natali, non sono sconosciute neanche a me le ragioni che l’hanno spinto a sfondare una porta all’apparenza sbarrata, per andare a recuperare ciò su cui si vuole scrivere “futuro”. Rocco arriva da un quartiere proibitivo di una terra, quella salernitana, di per sé senza troppe garanzie per i giovani, specialmente quelli “figli di nessuno”. È questo il primo, vero disco di platino conquistato dal poeta urbano.
Tra le tracce che meritano maggiormente di essere ascoltate senza ombra di dubbio vi è quella che dà nome al progetto, “Rivoluzione“. Una confessione sull’altare della vita, un rapper che cerca la redenzione e che intende chiedere un perdono per una vita che gli ha offerto più pugni che mani tese. «Oggi quello che vorrei è essere d’esempio a tanti ragazzi che vengono come me dalla periferia e fargli capire che da una vita di strada si possono inseguire i propri sogni senza limitazioni», spiega l’artista, che di suo tanto sta già facendo per i giovani artisti di Salerno, con l’etichetta indipendente Spiraglio di periferia. Una “palestra” coltiva-talenti.
Voglio far capire ai ragazzi come me che da una vita di strada si possono inseguire i propri sogni senza limitazioni.
Rocco Hunt
C’è un brano che colpisce particolarmente. Si tratta di “Fiocco azzurro“. Traccia che non avrebbe bisogno di presentazioni per chi conosce già il rapper e segue sui suoi social le sue avventure da papà. Ecco, questo brano è dedicato proprio al suo primogenito. “Dinto a na vita scura appennist nu fiocc azzurr“, canta il rapper nel ritornello, in quello che è il brano più emozionale del disco, oltre che uno di quelli a cui Rocco Hunt tiene di più, insieme a “L’urdemo vase“. Encomiabile inoltre la scelta di ispirarsi al genere di dedica oltreoceano: in passato in Italia non sono mancati tracce di rapper dedicate ai figli, ma senza risparmiarsi in retorica.
Rocco Hunt ci consegna un quinto capitolo discografico della sua carriera rap, forse più distante dall’album dell’esplosione definitiva, “Libertà“, più ricco di brani radiofonici, e più vicino a quello che reputo personalmente, ad oggi, il miglior disco di Pagliarulo, “SignorHunt“. “Rivoluzione” è un bel disco rap, ma non solo. È un disco in grassetto, deciso, e che fa la voce grossa (pur avendo un cuore di panna). In esso convivono le anime del rapper che si spostano dalle rime e avanzano verso i successi italo spagnoli e motivetti di facile presa. Rocco Hunt è tutto questo. È il sole e la luna. È una cosa ed è anche l’opposto. Tutti punti a favore.




