Un concentrato di punk “da megafono”, coscienza sociale e melodia: produzione di Catherine Marks, 12 brani e maturità. Anticipato da diversi singolo, in “Ricochet” non ci sono i migliori Rise Against, ma c’è tanta solidità. Ecco la nostra recensione.
Con Ricochet i Rise Against raggiungono il traguardo del decimo album in studio, una tappa che pochi gruppi punk rock della loro generazione hanno saputo conquistare con la stessa coerenza. Eppure, come accade spesso a band longeve e identitarie, il rischio più grande non è la perdita di direzione, ma la difficoltà a soddisfare un pubblico cresciuto con dischi come Siren song of the Counter Culture (2002) o The sufferer & the witness (2006), veri e propri spartiacque nella scena hardcore melodica.
Un disco, Ricochet, che dalla sua uscita, nel giorno di Ferragosto, sta incontrando giudizi contrastanti: chi lo bolla come prevedibile, chi lo considera un passo indietro. La verità è che, pur non rappresentando il picco creativo della carriera dei Rise Against, l’album ha un peso specifico che merita di essere analizzato con attenzione.
Affidata alla produzione di Catherine Marks, la band di Chicago si concede un respiro diverso, meno monolitico rispetto al passato recente. La mano di Marks si avverte nella stratificazione delle chitarre, nei dettagli elettronici appena percettibili e soprattutto nella capacità di lasciare spazio all’aria dentro brani che, per tradizione, avrebbero potuto schiacciare tutto sulla velocità e sull’impatto.
È un cambio di passo che non snatura la formula Rise Against. Nod e Prizefighter conservano l’immediatezza dei vecchi singoli da pogo, ma brani come Gold long gone e Soldier si muovono su coordinate più ampie, cinematografiche, che evocano un’urgenza meno istintiva e più meditata.
TIM MCILRATH “AL MEGAFONO”, MA È SEMPRE UN FARO
Se c’è un elemento che continua a garantire identità e coerenza, quello è la voce di Tim McIlrath. Il suo timbro tagliente, al confine fra rabbia e vulnerabilità, è la cifra che trasforma canzoni altrimenti lineari in dichiarazioni di intenti. Una voce che c’è e si fa sentire, emergendo dalle critiche rivolte dal pubblico in riferimento al master del disco e a un effetto, in realtà ricercato, sulla voce del frontman dei Rise Against che sembra cantare “al megafono”. Un effetto che in realtà si sposa idealmente con il contenuto di quest’opera: ogni canzone, ogni messaggio, arriva come fosse un coro di protesta.
In Black crown, arricchita dalla presenza di Andy Hull dei Manchester Orchestra, McIlrath trova una controparte ideale, capace di bilanciare la tensione politica del testo con una vena introspettiva. È il brano che meglio rappresenta il cuore dell’album: un disco che parla di interconnessione, conseguenze e responsabilità, come il titolo Ricochet lascia intuire.
Chi si aspetta la furia implacabile di Siren Song of the Counter Culture o la freschezza militante di Appeal to reason rimarrà inevitabilmente deluso. Ricochet non è un album che ridefinisce i Rise Against né che innova radicalmente il loro linguaggio. È piuttosto il disco di una band che, a venticinque anni dall’esordio, sceglie la via della solidità, senza dimenticare la propria voce per lanciare dei messaggi.
Come spesso accade con i dischi apparentemente “minori”, Ricochet cresce con gli ascolti: sotto la superficie di brani immediati e ritornelli da arena, emergono sfumature di arrangiamento e di scrittura che testimoniano la maturità di una band che resiste all’usura del tempo. Un lavoro arrivato a quattro anni dal precedente – Nowhere generation, 2021 – che per quanto possa risultare duro da assimilare un primo assaggio, si fa gustare alle successive cucchiaiate. Accade quando alla base c’è una band di livello, come nel caso dei Rise Against, che pur volando ad un’altezza meno elevata rispetto al passato, restano comunque lì, ad osservare dall’alto.

★★★★★★★★☆☆




