Arrivano veloci i “Vagoni vuoti” che scandiscono il ritorno discografico, dopo ben dieci anni, dei Respiro Acustico. Il duo, in questa intervista, ci racconta da vicino questo nuovo progetto, e non solo.
Dopo dieci anni di silenzio discografico, tornano i Respiro Acustico con un nuovo EP che profuma di vita, introspezione e sperimentazione. Disponibile in digitale, Vagoni Vuoti segna il ritorno del duo formato da Pietro Baffa (voce e autore) e Renato Caruso (chitarrista e compositore), uniti dal 2009 da una visione musicale fatta di autenticità, suoni acustici e parole che scavano dentro. Cinque brani intimi e personali, che si muovono tra pop, rock e influenze cantautorali, toccando temi universali come l’amore, la nostalgia, le scelte e la bellezza di vivere, anche nelle sue imperfezioni.
In questa intervista ci raccontano il percorso che li ha portati alla realizzazione di Vagoni Vuoti, il senso del loro “respiro acustico” e l’amore per una musica che non si spegne mai, nemmeno davanti ai vuoti che la vita a volte lascia passare come un treno in corsa.
“Vagoni Vuoti” è un titolo suggestivo e fortemente simbolico. Il vuoto solitamente viene associato a sentimenti quali abbandono e malinconia, ma può rappresentare anche fonte di creatività. Diteci di più rispetto al concetto di vuoto vostro e di questi vagoni.
Pietro: Si il vuoto a primo impatto fa paura, ma lascia spazio alla fantasia e anche alla creatività. Il vuoto esiste perché deve e può essere riempito. Metaforicamente preferiamo più una pagina vuota che una pagina scritta male e disorientata, oppure anche un pentagramma vuoto da cercare di riempire con note straordinarie. Forse il vuoto viene associato male, spesso confuso e frainteso, ma questa è l’essenza dell’essere umano pensare più al male che al bene, purtroppo forse il male affascina di più. Ma non è detto che la fine sia brutta o la morte sia orrenda o il vuoto sia spaventoso.
Per noi i vagoni vuoti sono un simbolo da considerare per avere la forza di riempirli, di renderli vivi. Personalmente quando ho scritto questa canzone pensavo a una nostra amica in comune con Renato, che nella sua vita ha sempre cercato di costruire, di migliorare e migliorarsi, di riempire tutti i vuoti che aveva accumulato. Da qui è nata “Ma che vita” da qui è nato l’album “Vagoni Vuoti”.
La vostra musica è dichiaratamente acustica ma allo stesso tempo aprite la posta alla sperimentazione: come conciliate l’essenzialità del suono con la ricerca di nuove sonorità?
Pietro: Noi musicalmente siamo simili, ma in certi casi leggermente differenti, anche se entrambi abbiamo rispetto reciproco. Amiamo la musica in generale, Renato più da compositore, musicista, io più da autore, interprete. Per me arriva prima il testo, per Renato la musica. Poi ci sono capolavori che abbracciano contemporaneamente musica e testo o anche solo musica. Di sicuro entrambi amiamo la musica classica, quasi tutta direi e il Jazz. Forse le nuove sonorità nascono anche dal fatto che ci piace sperimentare e spesso, in base al periodo, ascoltiamo musiche molto differenti dal nostro stile, come alternative, Rap, Hip Hop, Reggae, ma anche i classici Funky, Blues, Rock.
Poi in maniera quasi naturale abbracciamo anche le nostre origini e le nostre passioni principali, come i cantautori per eccellenza. Uno dei tanti De André , oppure Battisti o anche Battiato. Di sicuro abbiamo sempre pensato entrambi che una canzone per provocare emozioni basta suonarla anche solo con chitarra e voce e da qui nasce la nostra essenzialità. Poi siamo amanti entrambi di suoni della natura e della vita ed ecco gli effetti di vita quotidiana che ci sono nell’album.

Pietro, nei tuoi testi si avverte una forte tensione tra disillusione e amore per la vita. Quanto è autobiografico questo sguardo? E quanto è invece frutto dell’osservazione degli altri?
Pietro: Una canzone è molto spesso autobiografica e se non lo è, forse lo diventa in seguito. Personalmente ho scritto tutti i miei testi dopo che ho ascoltato la musica di Renato e come per magia rappresentavo lo stato d’animo di Renato, perché quasi lo percepivo dal suono che ascoltavo. Nell’album ci sono canzoni autobiografiche certo, ma tutte cercano di lasciare spazio alla interpretazione di chi ascolta. Questo è frutto anche di una assidua cultura che ho costruito, quasi inconsapevolmente, ascoltando il mio maestro Faber.
Mi piace molto che si avverte, contemporaneamente, una disillusione e amore per la vita, perché in fondo questo sono io e lo è anche Renato. Sicuramente è autobiografico, come ho già detto prima, ma sono anche un accanito osservatore e da buon giocatore e appassionato di scacchi valuto sempre le mie mosse, poi posso anche sbagliare mossa, è successo e succederà, ma è nell’errore che si impara la vita.
Renato, nel tuo percorso hai unito musica, scienza, matematica e filosofia. Qual è il legame profondo tra il pensiero razionale e la composizione musicale, soprattutto nel contesto di Respiro Acustico?
Renato: Il legame tra pensiero razionale e composizione musicale è, allo stesso tempo, semplice e complesso. Spesso si tende a pensare che la musica e la matematica siano mondi separati, ma in realtà sono profondamente connessi. Fin dai tempi di Pitagora si sosteneva che musica e matematica fossero due facce della stessa medaglia: entrambe esprimono ordine, proporzione, armonia. Un allievo di Bach, a un certo punto, affermò che “la musica è il suono della matematica”. Ed è una frase che risuona in me, oggi, più che mai.
Nel contesto del progetto Respiro Acustico, però, questa connessione non era ancora emersa. È stato un lavoro nato prima della mia attuale visione “matematica” della musica — parliamo di 15 o 20 anni fa. Forse, in qualche modo, quella sensibilità era già dentro di me, ma ancora non ne avevo consapevolezza.
“Non voglio esser spento” è un brano che sembra quasi una dichiarazione d’intenti esistenziale. Quali sono oggi, per voi, le vere forme di spegnimento interiore da cui difendersi, guardando specialmente alle nuove generazioni?
Pietro: Guardando le nuove generazioni, di getto risponderei l’intelligenza artificiale. Ma in fondo sono affascinato dal futuro e quindi preferisco riflettere e valutare altre forme. Del resto, qualche anno fa si pensava che i social fossero totalmente negativi e spegnessero il cervello umano, qualcuno dice ancora che lo fanno, ma come tutte le cose bisogna saperle dosare. Come la televisione un po’ di anni fa, ogni aspetto futuristico ha sempre impaurito. Per me lo spegnimento interiore rimane l’assenza di passioni, la mancanza di ideali, l’isolamento concepito come nascondersi da tutti e da tutto.
Come esseri umani siamo sociali e spegnersi spesso è anche un modo di ricominciare, anche se ci vuole tanta forza d’animo e rispetto altrui. Personalmente a volte amo la solitudine, questo non vuol dire che mi spengo, semplicemente cerco di conoscermi meglio. Comunque, la canzone è molto autobiografica ed è partita da una frase “Vago in questo tempo, spiego il mio mondo, quello che ritengo, non voglio esser spento”.
Nella vostra estetica musicale c’è un forte richiamo ai cantautori italiani degli anni ’70 e ’80. Qual è l’elemento che, secondo voi, è andato perso nella musica attuale e che voi cercate di riportare in vita?
Pietro: L’elemento principale forse è la passione e l’amore per la vita. Non abbiamo vissuto gli anni ‘70 e negli anni ‘80 eravamo bambini, il richiamo ai cantautori viene da una forte passione che abbiamo per quel genere musicale, per quel mondo che sembrava così poetico. Dico sembrava perché mi piace lasciare sempre il beneficio del dubbio, anche quando vorrei non ci fosse. Comunque, non credo che si possa paragonare quegli anni a oggi, oggi c’è un tipo di rabbia che riteniamo sia quasi banale. Un tempo si usava molto di più la poesia, forse l’idea del sogno era più affascinante era più ricercato. Forse cerchiamo di riportare in vita il sogno, quello di un tempo, senza pretese.
Dopo dieci anni di silenzio discografico, cosa vi ha spinti a tornare?
Pietro: Non c’è una motivazione precisa, sono stati una serie di eventi che hanno permesso di decidere di registrare i brani. In fondo avevamo già dei “demo”, li abbiamo resi più “musicali” nel senso che abbiamo lavorato molto sui suoni, ma anche e soprattutto sulla voce. Oltre che sugli effetti che sono stati per noi un plus che forse ci identifica come Respiro Acustico.
In un panorama musicale dominato dall’algoritmo, cosa significa oggi per voi “indipendenza”?
Renato: In questo panorama dominato da musica, matematica, intelligenza artificiale e algoritmi, la libertà — oggi — sembra essere il poter fare quello che si vuole. Ma non possiamo prescindere da queste tecnologie, perché viviamo nel mondo dei numeri. E quei numeri, in un certo senso, ci rappresentano. Volenti o nolenti, dobbiamo fare i conti con loro: con gli streaming, le visualizzazioni, i “mi piace”. È brutto da dire, ma questa è l’epoca in cui ci troviamo.
L’indipendenza, per noi, nasce però da prima. Veniamo da un’epoca in cui tutto questo c’era appena, o non c’era affatto. Vent’anni fa contavano di più i suoni, i pensieri, l’istinto, la passione. Le esperienze vissute si traducevano in musica, e il numero — lo “score” — non era al centro del processo creativo.
Per noi, indipendenza significa proprio questo: venire da un tempo in cui era possibile creare senza rincorrere metriche. Forse il nostro modo di essere indipendenti è stato, inconsapevolmente, quello di fare progetti che erano già fuori dal loro tempo. Oggi l’indipendenza è ancora possibile, ma è una conquista difficile. Non è il punto di partenza: è, semmai, un traguardo da rincorrere.




