Rilasciato per Dumba Dischi, si apre al mondo “Still Becoming”, EP d’esordio della talentuosa cantautrice bolognese Maju. Neofolk, dream-pop e jazz trovano casa in un lavoro da ascoltare con attenzione. Ecco la nostra intervista.

La bolognese Maju debutta con l’EP Still Becoming, pubblicato da Dumba Dischi il 24 ottobre 2025, un lavoro di sette tracce nate tra il 2022 e il 2025 che mescola neofolk, sonorità dream e influenze jazz. All’interno dell’EP si riflette un percorso di crescita personale e la tensione verso la trasformazione costante, con brani concepiti in movimento, tra treni, bus, viaggi e momenti di solitudine creativa. Confronto con il passato, insoddisfazione, il desiderio e il tempo, il tutto scandito da arrangiamenti che combinano strumenti acustici e sperimentazioni melodiche.

Maju è all’inizio di un percorso musicale intimo, nomade e universale, che unisce radici ritmiche e libertà melodica. Abbiamo voluto approfondire con lei tutto ciò che c’è da sapere si questo lavoro d’esordio, e non solo.

Il titolo del tuo EP, Still Becoming, suggerisce un percorso in continua evoluzione. Quanto di questo “diventare” riflette esperienze personali e quanto invece può essere considerata come una metafora universale sul cambiamento?

Credo metà e metà. Per me significa “that’s just my beginning” ed è un invito a me stessa a rimanere sempre umile, creativa e ricettiva. Per l’esterno è un’invito a rimanere sempre nel “still becoming” perché quando crediamo di essere arrivati da qualche parte è li che smettiamo di chiederci, di metterci in dubbio, di conoscerci e di crescere.

Molti brani dell’EP nascono in movimento, tra treni, van trip e città diverse. Quanto pensi che lo spostamento “fisico” abbia influenzato la tua scrittura e la percezione delle emozioni all’interno dei brani?

Tantissimo. Il viaggio influenza chi sono, non sarei la stessa persona se non passassi la maggior parte della mia vita in giro. Ovviamente talvolta ha anche i suoi svantaggi perché quando sono nel trantran non è facile per me ritagliarmi un momento per scrivere o comporre, e inoltre non sempre ho con me la chitarra.

“Time” di Maju

In Old Me affronti il rapporto con le versioni precedenti di te stessa. Parlaci della necessità che risiede nel confrontarsi con il passato, per ambire ad una solida crescita artistica e personale?

Credo che fare dell’introspezione su “chi sono adesso” e sulle precedenti versioni di noi stessi sia sempre fondamentale, per non incappare nel rischio di rimanere incagliati in una stessa versione di noi che magari non ci appartiene più, o viceversa non rischiare di confonderci con una nuova corrente che ci attraversa e che magari ci porta fuori. Monitorare il percorso che abbiamo fatto e dove ci ha portato, chi siamo stati e chi siamo adesso sono osservazioni e domande a mio parere essenziali per una solida crescita in primis personale e di conseguenza artistica.

Il tuo lavoro fonde neofolk, dream pop e influenze jazz. Come sei arrivata a questa fusione stilistica e quali ascolti hanno più influenzato la costruzione del tuo suono?

Tutto ciò che ho ascoltato e ascolto diventa parte di me, anche se non so esattamente come, quando e in quale maniera; soprattutto perché ho l’abitudine di riprodurre in loop suoni e melodie, canticchiare e imitare. Ho sempre ascoltato musica completamente disparata, ma sicuramente ho una predilezione per quella nostalgica indie/folk e questo ha creato un gran sottofondo alle mie sonorità. Sono cresciuta con mio papà ascoltando Leonard Cohen e Simon and Garfunkel: di conseguenza in adolescenza ho ascoltato tantissimo i Kings of Convenience; che nel tempo si sono trasformati in Jeff Buckley, Nick Drake, Iron and Wine, Patrick Watson, Alexi Murdoch, Nick Mulvey e José Gonzales.

Maju
Maju

A 15 anni ascoltavo anche tantissimo jazz mentre preparavo le cene per i miei amici; fin da ragazzina amavo cucinare e il buon vino; Coltrane, la Fitzgerald, Billie Holliday, Django Reinhardt; un grande amore fu ed è tutt’ora JJ Cale. Ho anche una grande passione per la musica world, francese, portoghese, Desert music, musica indiana e strumentale: per elencare tutte le mie influenze ci vorrebbero 2 pagine. Posso aggiungere qualche altro artista ascoltato molto che si dissocia da queste 2 macro categorie: gli Hiatus Kaiote, Ali Farka Touré, Silva Perez Cruz, Fatoumata Diawara, Lhasa de Sela, Dalla, Norah Jones e i CGS.

Running Wind è stato il primo brano che hai scritto, quasi un manifesto di sensibilità e introspezione. Guardando indietro, come percepisci la tua evoluzione da quel primo brano fino alla chiusura dell’intero EP?

La percepisco coerente. Running Wind è stato il primo brano che ho scritto, ma subito dopo ho scritto, composto e registrato molta musica in italiano e di un genere diverso (più cantautorato italiano per intenderci). Quindi quando 3 anni dopo sono tornata lì è stato un po’ come un ritorno a casa, come chiudere un cerchio; anni a ricercare il mio suono, che alla fine era sempre stato lì, fin dal principio.

Brani come Lazy Sea e Time nascono da situazioni di quotidiana immobilità o nomadismo. Ci sveli qualche retroscena dietro la creazione di questi due brani?

Certo! Lazy Sea l’ho composta in una casa torinese di ritorno da Berlino, qualche ora dopo essere entrata in questa casa mi sono ritrovata da sola con una chitarra e il computer. Ho iniziato con un loop che è finito subito su Logic e da lì ho iniziato a improvvisare la melodia e il testo è nato spontaneo: all’inizio si chiamava Want to be Free. Il bello di viaggiare è che si respirano e si assorbono coscienze collettive, che esigono la loro parte, e che risuonano con parte di me e mi fanno fare domande, o mi aiutano nel trovare risposte.

“Lazy sea” di Maju

PerTime invece, ero a casa mia giù in Puglia e mi sono messa in un angolo e ho iniziato a suonare e cantare. Probabilmente la noia mi ha risvegliato una riflessione sul tempo. Il ritornello “and after I breathe I feel no fear, all the time I breathe I feel no fear” è nata invece qualche settimana dopo, sul mio van, nel mezzo di un festival a Mesagne (Brindisi). Avevo bisogno di un momento da sola e mi sono rintanata nella mia piccola casetta mobile, da sola, in silenzio. Il mio respiro ha iniziato a calmarsi e mi sono accorta di quanto respirare – consapevolmente mi aiutasse a essere presente.

Hai collaborato con Giacomo Carlone alla produzione e agli arrangiamenti. Raccontaci qualcosa in più dietro ciò che c’è dietro questo lavoro. Dietro la composizione di queste canzoni, che lavoro c’è stato?

Ogni brano ha una storia diversa nella composizione e nell’arrangiamento/produzione. Running Wind per esempio era una canzone finita. Abbiamo lavorato, insieme anche a Luca Barbaglia, a un arrangiamento che valorizzasse le chitarre e creasse più movimento. Lazy Sea l’ho proprio arrangiata insieme a Giacomo, perché appunto era un loop di chitarra e qualche frase; era una idea, chiara ma non lineare. Time era completa, ma tutta la parte finale dell’outro e del glitch sono nati in corso d’opera per valorizzare proprio il concetto dell’ossessione del tempo. Shades of Time è nata proprio in studio, avevo un giro di chitarra che partiva dall’armonia di Time e si è agganciato.

“Running wind – Live session” di Maju

Old Me è stata la prima che abbiamo iniziato a lavorare ed è stata una via di mezzo, era già abbastanza strutturata ma abbiamo fatto tanto prove per trovare il suono, capire, sperimentare. E’ finita per essere un gran viaggione, proprio come volevamo. Eternal Sunshine è nata solo come melodia, registrata nel telefono. L’ho portata tal quale, abbiamo tirato giù gli accordi e registrata in una mattinata. Was It infine è nata come melodia in treno, poi trasferita su un giro di chitarra anni dopo e in studio lavorata un po’ come con Running Wind (infatti anche in questa l’arrangiamento è avvenuto con Giacomo e con Luca)

La tua musica vuole coniugare intimità personale e una dimensione universale. Come bilanci la vulnerabilità dei testi con la volontà di creare un messaggio che possa risuonare in un pubblico più ampio?

Non lo bilancio. Talvolta brani molto intimi finiscono per essere universali e altre volte rimangono piú personali. Sto ancora capendo qual è quella linea di confine e quando accade una cosa o l’altra. Ma comunque credo che più si è autentici e personali più si crea un messaggio universale, perché alla fine le macro emozioni che prova ognuno di noi nsono molto piú comuni a tutti di quanto pensiamo, e quando si riesce a trasmettere quello che si sente senza troppi filtri, ognuno in un modo o in un altro, si può identificare.

Nel processo creativo dell’EP, emerge un dialogo costante tra radici e movimento, ritmica e melodica. Come scegli quali elementi enfatizzare in ciascun brano per raccontare la tua storia musicale?

Ogni brano ha dentro di sé già una natura tutta sua; la vera sfida sta nel cogliere “la sua vera essenza” e portarla al suo massimo potenziale.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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