L’esordio a Sanremo 2020, tra le Nuove proposte, con Gabriella Martinelli, al suo fianco nella lavorazione di questo primo album: Lula si presenta con nove tracce, tanta verità e zero compromessi. Ecco la nostra intervista.
Sul palco di Sanremo Giovani 2020 con Gabriella Martinelli e il brano Il gigante d’acciaio, in queste sue prime battute di carriera Lula si è già fatta notare per la sua poliedricità, muovendosi con naturalezza tra punk rock, sonorità urban e la grande tradizione della canzone d’autore italiana. Nel suo primo disco, curato da Paolo Mazziotti e la stessa Martinelli, questa varietà di influenze trova compimento in 9 brani, che spaziano da atmosfere intime e acustiche. In ogni pezzo, è la voce di Lula a fare da filo conduttore, accompagnando l’ascoltatore in un viaggio sincero e senza compromessi.
Il disco si apre con “Grandine”, una canzone che nasce dalla consapevolezza che la tua strada musicale non sarebbe stata “asfaltata”. In che momento hai capito che questo disco aveva finalmente trovato la sua forma, il suo equilibrio, nonostante tutte le intemperie del percorso? E soprattutto, quanto è stata dura arrivare fino al lancio di questo lavoro?
Quando ho terminato di registrare gli ultimi due brani ho pensato “mi sa che ci siamo, adesso c’è tutto”. È stata dura perché oggi è dura per tutti, soprattutto chi esce da indipendente fa fatica perché spesso molte cose di cui non sei minimamente a conoscenza a un certo punto diventano il tuo pane quotidiano. Io ho avuto la lungimiranza, ma anche la fortuna, di aver costruito intorno a me un gruppo di lavoro veramente speciale che su tantissime cose ha dato il suo contributo, la sua esperienza e il suo supporto. Questo ha reso sicuramente quella fatica un po’ più leggera.
In “La zattera della Medusa” la matrice artistica e quella civile si sovrappongono: Gericault, il tema della migrazione, ma anche la condizione della tua generazione. Quanto pensi che oggi l’arte possa ancora essere uno strumento di denuncia, e quanto invece rischia di essere percepita come un atto sterile?
L’arte in generale, ma nello specifico la musica per me è il mezzo più potente che esista per trasmettere un messaggio, un’idea, un valore o un pensiero, che poi può essere condiviso o meno. L’unico modo per farla risultare sterile sarebbe proprio quello di non avere un messaggio da trasmettere, non avere nulla da dire. E allora si parla magari solo di estetica, che è un elemento che esiste, ed è importante, ma sono degli ambiti ben distinti.
Il tuo album vive di contrasti: brani acustici e nudi convivono accanto a sound epici e urban. Dicci di più rispetto alla difficoltà di difendere questa eterogeneità in un’industria che spesso chiede omologazione e “sound riconoscibili”?
La questione è molto semplice per me: non potrei fare altrimenti perché queste realtà coesistono nella mia persona, nella mia musica. Nel mio modo di vedere, la tua musica deve avere un fil rouge certamente, qualcosa che ti renda riconoscibile, ma poi la puoi fare come ti pare, perché tutti noi non siamo tutti i giorni le stesse persone. Non abbiamo sempre lo stesso umore e non ci vestiamo sempre nello stesso modo. Allora perché la musica deve subire delle restrizioni se tutto il resto rimane eterogeneo nella vita?
“Diss-astro” affronta il tema dei preconcetti, anche quelli imposti dal mondo della musica. Nel momento in cui rifiuti l’idea di essere “una cosa sola”, qual è la parte di te che temi di più di perdere per far spazio alle aspettative degli altri?
Sono due aspetti diversi a mio parere. Rifiuto l’idea di essere una cosa sola musicalmente. Umanamente invece siccome viviamo in un mondo pieno di aspettative, ovviamente ho timore che a volte qualcuna di queste possa avere la meglio, a chi non è successo? L’importante per me è mantenere la mia spontaneità e la mia verità, sono cose a cui tengo molto e che effettivamente a volte vengono un po’ castrate dalla società in cui viviamo.

In “Monica” racconti un tradimento emotivo, ma scegli un vestito punk-rock, quasi liberatorio. Qual è il processo tra il racconto del dolore e l’individuazione di un modo musicale per trasformarlo?
A volte si va per tentativi, a volte si hanno subito le idee chiare, dipende da tanti fattori. Diciamo che ascoltare tanta musica diversa mi ha aiutato in questi processi. Con questa domanda mi è venuta subito in mente “La ballata dell’amore cieco” di De André, storia pesantissima, musica leggerissima. Creare un contrasto tra il testo e la musica, oppure tenerle in perfetta armonia sono cose a cui mi piace pensare mentre scrivo, e che apprezzo mentre ascolto musica.
In “CIAF!” celebri la pallacanestro come maestra di vita e di palco. Qual è la lezione più “musicale” che hai imparato dal basket e che senti di aver portato, consapevolmente o no, anche dentro questo disco?
Potrà sembrare banale ma dico: il gioco di squadra, andare insieme, sincronizzarsi per un unico obiettivo. Anche la musica si fa insieme, seguendo quelli che in partita vengono chiamati “i tempi di gioco” e che sul palco poi diventa “Interplay”.

“Buon compleanno” è un brano intimo, scritto per tuo zio, la prima persona a chiamarti Lula. Quanto è stato difficile trovare la distanza giusta tra la vulnerabilità privata e la necessità artistica di raccontarla al pubblico?
Secondo me il modo più autentico di scrivere questo tipo di brani così intimi e personali, è proprio quello di non pensare a quella distanza lì, quantomeno mentre la si scrive o la si canta. Poi ovviamente, nella vita di tutti i giorni bisogna necessariamente trovare una distanza.
C’è una presenza costante nel disco: quella di Gabriella Martinelli. Al di là della collaborazione autoriale, qual è l’eredità più importante che ti ha lasciato come mentore e compagna di scrittura nel tuo percorso verso questo debutto?
Gabriella è stata ed è per me una consigliera preziosa in tante situazioni del mio percorso musicale. È anche la mia coach ed è parte di quel magico gruppo di cui parlavo prima che mi ha permesso di credere un po’ più forte nella mia musica. Le sono grata del suo supporto professionale ed anche umano.
La produzione di Paolo Mazziotti sembra aver lavorato non per “costruire” un suono, ma per restituire fedelmente le tue radici, la tua timbrica, la tua verità. Com’è stato per te affidare la tua identità musicale a un altro orecchio? C’è stato un momento in cui avete scelto di lasciar andare qualcosa per far parlare di più la tua penna?
Ecco l’altro magico membro della crew! Paolo non ha un orecchio qualsiasi, è un talento unico, e tra noi da subito si è creata un’affinità musicale incredibile. È questo mi ha permesso di avere una grande fiducia in lui, elemento fondamentale in qualsiasi rapporto lavorativo efficace. E le valutazioni stilistiche legate al testo, di conseguenza, sono sempre andate di pari passo con quelle musicali, di arrangiamento e di produzione, proprio perché ci capiamo bene.
“Va bene così” porta in primo piano la difficoltà della tua generazione nel sognare davvero. Dopo aver chiuso questo disco, hai la sensazione di sognare più forte o più lucidamente? E cosa significa, per te, “andare contro il proprio Va bene così”?
Ho iniziato a sognare più forte già dal primo istante in cui ho pensato di iniziare a lavorare ai miei brani, tirare su il mio progetto, anche quando ancora non era nei miei orizzonti l’idea di questo album. Fa paura pensare a quello che succede dopo un obiettivo raggiunto, e quindi “va bene così”. Nella vita in generale questa canzone è un po’ un mantra per me e me la devo ripetere spesso, perché ogni tanto è difficile cambiare le cose della propria vita che ti affannano, che ti impensieriscono, e quindi combattere quei “va bene così”.




