Con “Femmena” Keyra arriva di prepotenza sul mercato discografico, ma dietro ad un carattere forte c’è di più. La giovane artista di Carosello Records si racconta tra canzoni, ricerche interiori e scuse dette sottovoce
Impetuosa e passionale come la bollente terra campana, eppure fragile e vulnerabile, nella sua continua ricerca della bimba interiore, a cui oggi trova la forza di chiedere scusa. È una personalità intrigante quella di Keyra, talento della scuderia di Carosello Records che ha rilasciato ora il suo EP di debutto, intitolato Femmena. All’interno canzoni già rilasciate negli scorsi mesi – tra cui il singolo Scusame, in collaborazione con SVM – e brani inediti, tra cui spicca Annapaola – nome di battesimo dell’artista -, intensa confessione allo specchio, senza luci a offuscare la verità dell’essere.
Con Femmena si chiude un cerchio per questa prima parte di carriera, che per quanto sia ancora alle battute iniziali, è già stata ricca di esperienze e traguardi. Che evoluzione c’è stata in questi anni?
Come ho sempre detto, anche sin da piccola, le mie prime forme di scrittura che adottavo in ambito musicale erano sempre legate a qualcuno. Ho sempre dedicato le mie canzoni a persone o storie d’amore. La maggior parte dei miei brani fino ad oggi sono sempre stati mossi da un sentimento, il più delle volte dall’amore, ma non solo. Non a caso, in quasi in tutti i pezzi dell’EP ricorre la parola “scusa”.

Queste storie passionali e piene di trasporto che ho vissuto mi portavano ad andare in studio a “sfogarmi”. In ognuna di queste canzoni però traspariva un piccolo racconto di me, della mia percezione delle cose e delle situazioni, in cui ho sempre chiesto scusa. Mi sono resa conto però che non chiedevo mai scusa a me stessa. In questo percorso musicale mi sono riscoperta e ho imparato a mettermi al primo posto, a dare priorità ad Annapaola, a cui devo l’esistenza di Keyra.
La title-track dell’EP, Femmena, si rifà ad un classico della canzone napoletana: Malafemmena di Totò. Un brano a cui tu sei particolarmente legata…
Provengo da una famiglia molto numerosa, tipicamente campana, piena di tradizioni. Una di queste era il classico pranzo domenicale con tutti i parenti. La cultura napoletana di mia nonna, che per me è sempre stata come una seconda madre, mi è stata tramandata attraverso la cucina, i modi di dire e attraverso Totò, che non mancava mai in tv. Malafemmena è una canzone che mi è sempre piaciuta. Nell’immagine della donna che “ferisce” mi sono rivista. Sono una persona che ama intensamente e non sempre viene capita. Sono una donna libera e indipendente che porta dentro di sé un mondo, ma il mio carattere all’esterno può spaventare.
Presentando questo lavoro hai detto una frase che mi ha colpito molto: «Chiedo scusa alla parte pura di me che con il tempo si è compromessa». Dicci di più.
Quando ho firmato con la Carosello ho cominciato un percorso teatrale con un’insegnante e insieme abbiamo lavorato con un metodo, sulla ricerca del proprio bambino interiore, che mi ha aiutata molto. In cosa consiste? Si parte da un trauma, dunque da un proprio “need”, che nel mio caso sin da piccolina è stato quello di sentirmi vista e accettata dagli altri. Quando tocchi il “need” passi poi nel “tragic flow”, che sarebbe il comportamento sbagliato che adotti in conseguenza al passaggio per il “need”. Ciò può essere rappresentato dall’alcolismo, cattiva gestione della rabbia e non solo.
In questo percorso ho lavorato tanto su me stessa, instaurando un dialogo con la mia bambina interiore e mi sono resa conto di averla a lungo trascurata. Paradossalmente a Femmena, che avevo scritto dopo questo workshop, ho dato una doppia chiave di lettura. La prima, che riguardava un mio ex, a cui l’ho inizialmente dedicata, e la seconda era in realtà rivolta a me stessa. Si trattava soltanto dell’inizio di quanto poi avrei processato nel brano Annapaola…
Quanto ti ha fatto male scrivere una canzone come Annapaola?
Tanto.
Si sente…
Questa canzone è nata mentre scrivevo un pezzo sull’ennesima relazione che non stava andando secondo i piani. Dopo un litigio con questo ragazzo, è stato lui a farmi notare come ci fosse qualcosa che non stava andando in me. Io mi sfogavo su di lui, era il mio “tragic flow” in azione. Gli inviai un messaggio vocale che volevo mettere all’inizio di questa canzone, il cui titolo originale era Paura di amare. Mi sono però interrogata su cosa mi spingesse in realtà ad avere effettivamente paura di questo sentimento. Volevo capirci di più e per farlo ho intuito che soltanto una cosa andava fatta: scrivere una canzone su di me.

Una delle attività del metodo appreso a teatro riguardava l’ascolto di canzoni che potessero in qualche modo ricollegarti al tuo “need”. Mi sono chiusa in camera, ho chiesto al mio produttore di farmi ascoltare delle canzoni specifiche e poi, al mio via, avrebbe dovuto aprirmi il microfono. Ho visualizzato davanti a me quella bambina e a lei ho parlato, in quella registrazione vocale che si sente all’inizio e alla fine di Annapaola. È stato doloroso, per la prima volta mi sono messa davvero a nudo, senza usare i racconti di storie andate male come scudo. Annapaola è nata così.
Viene spontaneo domandarsi: oggi Annapaola che rapporto ha con se stessa?
Sto imparando ad amarmi e ad accettarmi. Sarei ipocrita a dire “sto benissimo, la mia vita è fantastica”, ma non è così. Sono in una fase della mia vita in cui sto ponendo me al primo posto, come mai fatto fino ad oggi. Vivo a Milano, città che ti mette a paragone con tante persone e ti senti travolta da un vortice che ti impone di fare, fare, fare, e magari finisci per non sentirti mai all’altezza. Lavorando su me stessa e accettandomi sto riscoprendo una forza che non mi permette più di buttarmi via.




