Una delle migliori cantautrici della sua generazione, Anna Castiglia presenta Mi piace, il suo primo album tra diversi generi, critiche alla società – anche alla discografia – e sentimenti in abiti candidi
“Ah!“. Intesa proprio come quell’espressione di appagamento. “Ah!“, un sospiro sbuffato fuori dai polmoni con soddisfazione e ritrovata serenità. Diciamo che è un po’ quello che accade di fronte all’ascolto numero TOT. – non si contano mai gli ascolti di un disco, altrimenti è meccanica, è matematica, non reale ascolto di musica – e chi sa davvero quanti pochi “Ah!” si esclamano ultimamente, quando si parla di musica nostrana soprattutto proposta dalle nuove leve, dove non mancano certo i contenuti – a tratti – ma a volte la giusta capacità a dare forma alla sostanza. Per esempio, Anna Castiglia c’è riuscita.
Sto parlando di Mi piace, il primo album della cantautrice, fresca e meritata vincitrice di Musicultura 2024, ma qualcuno più attento l’avrà notata anche al bagnatissimo Concertone del Primo Maggio di quest’anno. Sostenuta da una realtà discografica, OTR Live, che visibilmente – e giustamente – punta molto sull’artista catanese come futuro – in realtà già presente – prospetto della musica italiana, ha pubblicato negli scorsi giorni questa prima prova discografica, distribuita sulle varie piattaforme streaming da Ada Music Italy.

Il titolo, che riprende la canzone posta in apertura di tracklist, pone l’accento sulla rincorsa all’apprezzamento a tutti i costi in ambito musicale, ma che in realtà l’artista espande alla vita di ognuno. Piacere a tutti, intercettare i gusti di tutti, essere tra le preferenze di tutti, ma a quale costo? E poi alla fine, se ti guardi allo specchio, se ti ascolti, se ti vivi, tu piaci a te stesso? Non si scende a compromessi quando si parla di amor proprio, e Anna Castiglia bene ne parla in Mi piace.
Si scivola nella tracklist di questo album. Sì, si scivola, perché c’è sempre una certa leggerezza – che in alcuni casi maschera una ben distinta profondità nei testi di Castiglia – che accompagna le dodici canzoni di questo lavoro. Piace tanto – anche se già abituata all’ascolto essendo stata tra i singoli di lancio – è Whitman, in coppia con Ghemon. Riflettendoci, due artisti perfetti per collaborare insieme. Dotati di innata eleganza e raffinatezza, presentano una proposta tra le migliori dell’album.
Ascoltando Mi piace s’individuano diverse intuizioni interessanti, spaziando tra diversi generi, anche piuttosto distanti tra loro. Se l’album non nasconde alla base una primordiale matrice pop, si distinguono sprazzi di swing, ma anche samba e gipsy – non è un caso che Anna Castiglia si sia diplomata alla Gipsy Musical Academy di Torino – in un disco pieno di colore, frizzante e mai frivolo. Brillante, grazie a testi che con intelligenza toccano argomenti su cui riflettere, come in Le chiese sono chiuse. Uno dei pezzi in cui la penna della cantautrice pare più ispirata e spumeggiante. Si ritorna all’epoca pandemica, quando le chiese – chiuse, appunto – venivano frequentate tanto quanto i teatri. Eppure “Le chiese sono chiuse pure quando sono aperte“, canta Castiglia.
Qualche minuto più avanti troviamo Participio presente. Qui la cantautrice torna a parlare di discografia – spesso e volentieri è un argomento che ritorna in Mi piace – soffermandosi su quell’infinita e disperata gavetta a cui sono eternamente condannati gli artisti emergenti in Italia, fino a quando non si troveranno costretti a cambiare mestiere per evitare di spaccarsi la testa sbattendola contro l’ennesima porta chiusa. Parla anche di come, in quanto donna, venga osservata e giudicata non soltanto per i propri meriti o demeriti artistici: “Se mi dici ancora che ti piace la mia musica, ma metti mi piace solo alla mia forma fisica / Che pesante, sei troppo critica, per monetizzare devi fare un po’ la stupida“.
Se parliamo di punti di maggior luce del disco, impossibile non spendere qualche parola per Ghali. Fino ad oggi, brano più rappresentativo di Anna Castiglia. Proposto alle audizioni della passata edizione di X Factor, le ha permesso di vincere Musicultura 2024 e di stregare il pubblico. Manifesto delle ottime doti cantautorali dell’artista sicula, nel testo tocca diversi argomenti. Castiglia e la sua chitarra drappeggiano un’amara quanto sincera diapositiva dell’ipocrisia contemporanea, che nutre il proprio ego attraverso i social, si disinteressa a ciò che invece dovrebbe starle a cuore mentre ci s’impegna a trovare qualche altro nemico su cui scaricare la colpa delle proprie mancanze.
Più che un album, a livello di concetto si può definire una raccolta o, ancora meglio, una playlist, perché non c’è un concept dietro ma la convivenza variegata di canzoni lontane e diverse, sia per il genere musicale sia per il periodo in cui sono nate. Alcune risalgono a cinque anni fa, altre a pochi mesi prima della fase di produzione. Sembra un caos, ma è una sorta di albero genealogico che serve a presentarsi completamente al pubblico, con tutti i rami musicali, stilistici e concettuali che ho affrontato fino ad oggi.
È in questa dichiarazione di Anna Castiglia che si può trovare una giusta presentazione di questo disco, che trova la sua pecca proprio nel risultare “slegato” in quanto orfano di un vero e proprio concept che formi un collante tra le canzoni al suo interno. Tuttavia non ci si trova per questo di certo di fronte ad un album malfatto, anzi. Ottimo biglietto da visita per presentare al pubblico – si spera, quanto più vasto possibile – il talento di un’artista decisamente pronta, capace e brillante, e che dalla primavera del 2025 sarà in giro con il suo primo tour nei teatri. Il futuro che si specchia nei vistosi occhiali della cantautrice appare ricco di sole.

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