“ORA“, il primo album di Rita Ora, arrivò nel 2012 dopo una lunga gestazione e un’imponente campagna di Roc Nation costruita tra hit, grandi produttori e paragoni con Rihanna: la storia di un debutto di enorme successo commerciale – discusso dalla critica – e di tutto ciò che ha portato in seguito.

Il 27 agosto 2012 Rita Ora era già riuscita in un’impresa che per una debuttante era tutt’altro che ordinario: aveva portato tre singoli consecutivi al numero uno della classifica britannica. Quando “ORA“, il suo primo album, arrivò nei negozi, quindi, si pose una sfida molto importante: dimostrare che dietro quella sequenza di successi esistesse un progetto discografico capace di reggere il peso delle aspettative. Una missione riuscita? A distanza di quindici anni possiamo dire che sì, fu riuscita, al netto delle complicazioni che ne sono scaturite. Una storia da rileggere e riscoprire.

Il disco debuttò direttamente al numero uno della UK Albums Chart, dove rimase complessivamente per 30 settimane. Il risultato certificava la forza della campagna costruita intorno alla cantante kosovaro-britannica, ma non risolveva una domanda che sarebbe rimasta al centro di molte recensioni: chi era, musicalmente, Rita Ora al di là della macchina pop che le era stata costruita intorno?

Dalla gavetta a Roc Nation

La storia di “ORA” era cominciata diversi anni prima. La cantante era entrata nell’orbita di Roc Nation nel 2009, quando aveva circa 18 anni, e per generare quest’opera d’esordio venne avviato un lungo processo di lavorazione. Nel frattempo Rita Ora aveva attirato l’attenzione di Jay-Z, che diventò uno dei suoi principali sponsor artistici all’interno dell’etichetta.

Nello sviluppo conclusivo del disco, nel 2012, il progetto disponeva di una squadra difficilmente più ambiziosa: Stargate, The-Dream, Chase & Status, will.i.am, Diplo, Sia, Greg Kurstin, J. Cole, Tinie Tempah e altri autori e produttori provenienti da mondi differenti del pop, dell’R&B, dell’hip-hop e della musica elettronica. Era impressionante, per l’epoca, la rete di collaboratori coinvolta nella costruzione del debutto di una singola artista. Eppure, come vedremo più avanti, proprio questa abbondanza di firme sarebbe diventata uno degli elementi più discussi dalla critica.

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“ORA” fu il disco d’esordio di Rita Ora

Tre numero uno prima ancora dell’album

Il primo grande successo fu “Hot Right Now”, pubblicato come brano di DJ Fresh in collaborazione con Rita Ora alla voce. Il singolo raggiunse la numero uno nel Regno Unito e, con oltre 128.000 unità nella prima settimana, stabilì all’epoca il miglior debutto dell’anno. Fu il primo brano drum’n’bass a raggiungere la vetta della classifica britannica. Poi arrivò “R.I.P.”, firmata anche da Drake e prodotta da Chase & Status e Stargate, con Tinie Tempah in duetto nella versione pubblicata. Anche questo brano debuttò alla numero uno nel Regno Unito, dove vi rimase per due settimane.

Il terzo tassello fu “How We Do (Party)”, il singolo che avrebbe definito più chiaramente l’immagine pop di Rita Ora. Anche questo arrivò alla numero uno britannico, completando una sequenza di tre vette consecutive nell’arco dello stesso anno e grazie a queste affermazioni, la stampa britannica iniziò a presentarla come una delle nuove figure centrali del pop. Centrale fu anche il ruolo di opener per il tour dei Coldplay, che ne rafforzò popolarità e status.

L’ombra di Rihanna

In un’intervista dell’aprile 2012 per il Guardian, Jay-Z, che ricordiamo essere stato uno dei fautori principali del successo di Rita Ora, affermò che la cantante avrebbe potuto raggiungere una dimensione paragonabile a quella di Rihanna. Qui cominciò un gran bel problema, perché da lì in poi il paragone con la popstar barbadiana diventò quasi inevitabile: entrambe legate a Jay-Z e Roc Nation, entrambe collocate in una dimensione pop internazionale, entrambe sostenute da una squadra di autori e produttori di primo piano.

Non si trattava soltanto di una sovrapposizione costruita dalla stampa: quella stessa “R.I.P.”, che tanto successo le aveva portato, portava anche la firma di Drake ed era stato originariamente associato a Rihanna, e si affidava a collaboratori come Stargate e The-Dream che avevano già avuto un ruolo importante nella carriera della cantante barbadiana. Proprio sul Guardian, in una recensione del disco, si sottolineava la massiccia influenza di Rihanna, percepibile lungo tutto il progetto, che aleggiava però anche attorno alle scelte stilistiche e d’immagine. Un’etichetta che Rita Ora si portò dietro per l’intera fase iniziale del suo percorso artistico.

Un album costruito per il pop del 2012

Ascoltandolo oggi, risulta facile notare come “ORA” sia una fotografia abbastanza precisa del pop mainstream di quel periodo. R&B, dance, hip-hop, dubstep e songwriting radiofonico convivono nella stessa tracklist. “R.I.P.” in particolare guarda all’R&B e all’hip-hop; “How We Do (Party)” punta invece sulla formula della grande hit pop da festa; “Facemelt” porta dentro l’album la produzione di Diplo; “Radioactive”, scritta da Sia e Greg Kurstin, rappresenta il lato più levigato e melodico del progetto; “Shine Ya Light” prova invece a spostare il baricentro verso una dimensione più personale.

La cantante aveva raccontato di voler realizzare un album accessibile a pubblici diversi e di aver lavorato per unire influenze differenti. Durante i concerti del periodo, inoltre, alcuni brani venivano già testati davanti al pubblico per capire quali avrebbero potuto funzionare come singoli. È una strategia molto indicativa del modo in cui veniva costruito il pop mainstream all’inizio degli anni Dieci: il disco, nella sua forma più completa, aveva ancora un ruolo cruciale nella costruzione di un profilo artistico, assumendo anche la forma di un laboratorio dal quale estrarre continuamente nuovi singoli, e non un progetto di cui dimenticarsi dopo una settimana per poter fare strada a un nuovo inedito, per fare l’occhiolino all’algoritmo dello streaming.

“Shine Ya Light” e il legame con il Kosovo

Il quarto singolo estratto, “Shine Ya Light”, raggiunse la numero 10 nel Regno Unito. Il brano ebbe però un’importanza molto personale che poco c’entrava con la classifica. Rita Ora era nata a Pristina, in Kosovo, e il videoclip venne girato proprio nella capitale kosovara. La canzone diventò così anche uno strumento per raccontare pubblicamente le sue origini, in un momento nel quale la sua identità personale cominciava a essere parte integrante della narrazione della popstar.

Nel novembre 2012, parlando al Guardian, Rita raccontò l’intensità dell’accoglienza ricevuta in Kosovo e descrisse quell’esperienza attraverso un paragone sicuramente audace: disse di essersi sentita come una sorta di “Princess Diana of Kosovo”. Di certo però, il dato commerciale confermava la continuità del momento: dopo tre numero uno, anche “Shine Ya Light” entrò nella Top 10 britannica: i singoli consecutivi per la cantante, in top 10, erano diventati adesso quattro.

Il successo commerciale non convinse tutti

Se le classifiche erano difficili da contestare, la critica fu decisamente più prudente. “ORA” debuttò al numero uno nel Regno Unito, raggiunse quattro settimane nella Top 10 e 22 nella Top 40, ma alcune recensioni della critica specializzata consideravano il disco troppo dipendente dalla sua squadra di autori e produttori. Il Guardian parlò di un album più simile a una raccolta di canzoni scritte per altri che a un lavoro realmente coeso, individuando nella sovrabbondanza di influenze e collaborazioni una delle sue principali debolezze.

AllMusic riconobbe l’efficacia della produzione e la capacità di Rita Ora di muoversi dentro il pop contemporaneo, pur rilevando quanto il progetto fosse fortemente legato ai codici della Top 40 dell’epoca. Non si trattò di una bocciatura, quella che la stampa anglosassone riservò alla cantante, ma una sostanziale perplessità sull’identità del disco. Secondo i critici, “ORA” funzionava indubbiamente molto bene come prodotto pop; convinceva meno quando veniva valutato come dichiarazione artistica autonoma, come un lavoro che potesse realmente caratterizzare il profilo della cantante.

La storia di questo debutto contiene poi un paradosso significativo. Nonostante Roc Nation fosse una realtà americana e nonostante il progetto fosse stato costruito anche attraverso collaboratori statunitensi, “ORA” non ebbe negli Stati Uniti una vera e propria pubblicazione paragonabile a quella britannica, né tantomeno una mirata promozione. Insomma, un “lancio” di Rita Ora sul mercato a stelle e strisce – almeno con questo “biglietto da visita” – non ci fu. La consacrazione, quindi, fu soprattutto europea e britannica.

Rita Ora
Rita Ora

La frattura con Roc Nation e il secondo disco mai pubblicato

Negli anni successivi, mentre Rita Ora continuava a pubblicare singoli di successo – come “I will never let you down” e “Poison“, oggi ricordate come alcune delle sue prove più apprezzate dai fan -, il secondo album rimase bloccato. La situazione sfociò nel 2015 in una causa intentata dalla cantante contro Roc Nation per ottenere la liberazione dal contratto. L’etichetta rispose con una controquerela da 2,3 milioni di dollari, sostenendo di aver investito quella cifra sul secondo album che in realtà non era stato ancora consegnato.

La vicenda si sarebbe poi risolta qualche tempo dopo con una separazione consensuale tra Rita Ora e Roc Nation. Quella disputa avrebbe avuto una conseguenza evidente: a seguito delle lungaggini burocratiche, l’individuazione di un nuovo team, una nuova label e di una nuova direzione, il secondo album sarebbe arrivato soltanto nel 2018, e che album: si trattò di “Phoenix“, trainato da alcune delle maggiori hit del repertorio della cantante, che tanta fortuna conquistò in tutto il mondo. Ma questa è un’altra storia.

Tornando al disco d’esordio di Rita Ora, a distanza di anni, interroghiamoci su un dato: cosa è rimasto? Un documento pop, comunque, di valore. Un album nato nel pieno della trasformazione della musica mainstream, quando singoli, collaborazioni, radio, videoclip, moda e celebrity culture cominciavano a fondersi in un unico sistema. Al tempo stesso, è la fotografia di una carriera che non aveva ancora trovato una forma completamente autonoma, e che avrebbe faticato a individuare anche negli anni a venire.

I numeri restano sicuramente difficili da ignorare: album numero uno nel Regno Unito, tre singoli consecutivi in vetta, una quarta Top 10, una forte presenza mediatica e una consacrazione rapidissima. Official Charts oggi registra per Rita Ora quattro numero uno nella classifica dei singoli britannici e 13 Top 10 complessive. Una macchina funzionante, ambiziosa, spinta da un entusiasmo raro verso i nuovi nomi dell’epoca, con artisti importanti alle spalle – Jay-Z, Drake e produttori di primo livello – con qualche dubbio della critica, che richiedeva una voce riconoscibile, anche in senso artistico. Tanti punti esclamativi che con gli anni sono diventati interrogativi, e non tutti hanno poi trovato risposta.

ALTRO SU RITA ORA:

Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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