Sara Bareilles pubblica “Good Grief”, il nuovo album in studio: 14 canzoni nate tra lutti, cambiamenti personali, maternità, amore e la necessità di imparare a convivere con la perdita.

Sara Bareilles torna con un nuovo album in studio a sette anni da “Amidst the Chaos“. Si intitola “Good Grief” ed è un progetto costruito intorno a una parola tanto semplice quanto difficile da circoscrivere: perdita. Quattordici brani nei quali la cantautrice statunitense attraversa il lutto, la memoria, le relazioni, la maternità, la paura e la necessità di accettare che alcune esperienze non possano essere semplicemente superate.

Pubblicato oggi da Epic Records, “Good Grief” rappresenta il ritorno di Sara Bareilles alla discografia di inediti dopo una lunga parentesi nella quale la sua attività artistica si è concentrata anche sul teatro musicale, sulla televisione e sulla recitazione. Un intervallo particolarmente significativo per un’artista che, nel frattempo, ha attraversato una fase personale e professionale molto diversa rispetto a quella degli esordi.

Il titolo contiene già una delle chiavi di lettura dell’album. “Good grief” è un’espressione inglese utilizzata anche come esclamazione, ma letteralmente richiama il concetto di “buon lutto”. Una contraddizione solo apparente che Sara Bareilles utilizza per interrogarsi sul modo in cui il dolore possa trasformarsi nel tempo. Un processo fatto di ricadute, ricordi, rabbia, ironia e momenti di nuova consapevolezza.

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“Good Grief” è il nuovo album di Sara Bareilles

Un album nato dalla perdita

La genesi di “Good Grief” è legata ad alcune delle esperienze più difficili vissute dalla cantante negli ultimi anni. Tra queste c’è la morte di Chad Joseph, amico di lunga data e figura importante anche nella sua carriera, scomparso nel 2020 dopo una diagnosi di tumore al polmone. Un’altra perdita centrale è quella di Gavin Creel, attore e collega con cui Sara Bareilles aveva condiviso il percorso di Waitress, morto nel 2024 a causa di un raro sarcoma.

Il lutto, però, nel nuovo album non coincide esclusivamente con la morte. Sara Bareilles affronta anche una forma di perdita meno immediatamente visibile: quella legata al percorso verso la maternità. Nel documentario Sara Bareilles: Good Grief, l’artista racconta infatti le difficoltà incontrate durante il percorso di fecondazione assistita e il dolore connesso alla possibilità di dover rinunciare all’idea di avere un figlio biologico.

È un elemento che amplia considerevolmente il significato del disco. In “Good Grief“, perdere qualcosa non significa necessariamente averlo posseduto: può significare anche confrontarsi con un futuro immaginato e poi diventato irraggiungibile.

Quattordici canzoni, diverse forme del dolore

La tracklist comprende 14 brani e attraversa registri musicali differenti. Si parte da “Home“, primo singolo e brano scelto come apertura del disco. La canzone nasce anche da una riflessione sul rapporto tra casa, appartenenza e perdita e introduce il tema centrale dell’album senza ricorrere a una scrittura esclusivamente malinconica.

Segue “Just A Kid“, una delle canzoni più direttamente legate al ricordo di Chad Joseph. Il videoclip, pubblicato insieme all’album, utilizza immagini d’archivio della loro amicizia e restituisce alla memoria una dimensione quotidiana e giovanile. Il brano non insiste soltanto sull’assenza, ma sul periodo condiviso prima che la perdita diventasse il centro del racconto.

Con “Still Crying“, secondo singolo del progetto, Bareilles affronta invece uno degli aspetti più comuni del lutto: la sua imprevedibilità. La domanda implicita è semplice: perché continuare a piangere quando è passato del tempo? Il brano, scritto insieme ad Aaron Dessner, mette in musica proprio questa sensazione di ritorno ciclico del dolore. “Hands Off My Body” affronta il tema del corpo e dell’autodeterminazione, mentre “Ladies In A Line” guarda all’esperienza della fertilità attraverso l’immagine di una fila di donne accomunate dall’attesa e da storie differenti.

Heartland ” recupera invece una dimensione più assertiva, mentre “Capsize Me” traduce la sensazione di essere travolti dagli eventi in un brano caratterizzato da maggiore movimento e da una componente ritmica più evidente. Un altro cambio di prospettiva arriva con “Nervous Breakdown“, scritto insieme a Ingrid Michaelson. Il tema è quello del crollo emotivo, ma la musica introduce elementi di cabaret e jazz che permettono alla canzone di muoversi tra ironia e vulnerabilità. È uno dei momenti che meglio chiariscono come “Good Grief” non sia concepito come un album uniformemente cupo.

Le collaborazioni e il suono di “Good Grief”

La produzione dell’album coinvolge alcuni musicisti e produttori importanti della scena americana contemporanea. Sara Bareilles ha lavorato con Jonathan Low e Aaron Dessner, quest’ultimo particolarmente coinvolto nella realizzazione di “Still Crying“. Le sessioni hanno visto inoltre la partecipazione di musicisti come Rob Moose, Butterfly Boucher, Misty Boyce, Solomon Dorsey e Charley Drayton.

Gran parte del materiale è stato registrato in un arco di appena sei giorni ai Dreamland Recording Studios di Woodstock, nello Stato di New York. Successivamente il lavoro è proseguito anche al Long Pond Studio di Aaron Dessner. Un processo rapido e fortemente collettivo, lontano dalla costruzione di un album pop affidata esclusivamente alla sovrapposizione di produzioni separate.

Il risultato si muove tra pop, folk, singer-songwriter, soul, jazz, cabaret e pop-rock, mantenendo la scrittura e la voce di Bareilles al centro. La varietà degli arrangiamenti impedisce al tema del lutto di tradursi in un unico registro sonoro.

Tra le collaborazioni più significative c’è “Salt Then Sour Then Sweet“, realizzata con Brandi Carlile e legata alla poetessa Andrea Gibson. La canzone nasce nel contesto del documentario Come See Me in the Good Light, dedicato proprio a Gibson e alla sua esperienza con il cancro. Il brano entra così nel disco come una storia di perdita che non appartiene esclusivamente all’artista. Anche “Idiot Heart“, realizzata con il contributo di Joe Tippett e Megan Falley, amplia ulteriormente questa dimensione.

La parte finale dell’album porta invece verso l’accettazione. “Say Leave” affronta la necessità di lasciar andare, “Forever ” ragiona sulla permanenza dell’amore oltre il tempo, mentre “Wind Is The Weather” chiude il disco con una metafora legata al cambiamento e all’impossibilità di controllare ciò che arriva.

L’album è accompagnato da un documentario

Good Grief” non è soltanto un disco. La sua realizzazione è raccontata anche nel documentario Sara Bareilles: Good Grief, diretto da Josh Alexander e presentato in anteprima mondiale al Tribeca Film Festival nel giugno 2026. Il film segue Sara Bareilles durante le sessioni di registrazione e permette di osservare il rapporto tra la cantante e i musicisti coinvolti nel progetto. Il documentario è da intendere quindi come una sorta di complemento narrativo all’album.

Non è casuale che proprio “Wind Is The Weather” sia stata scelta come chiusura del disco e come brano particolarmente importante per il film. La metafora del vento, del cambiamento atmosferico e di qualcosa che arriva senza poter essere controllato sintetizza bene l’idea di fondo di “Good Grief“: alcune esperienze non possono essere fermate, ma possono essere attraversate.

Dal disco al tour

L’uscita dell’album è accompagnata dal Good Grief Tour, che prende il via a settembre negli Stati Uniti e prosegue fino a ottobre. Il progetto mantiene anche una componente benefica: parte delle iniziative legate al disco e al tour è destinata al sostegno di organizzazioni impegnate sul fronte della salute mentale.

A sette anni da “Amidst the Chaos“, Sara Bareilles torna dunque con un album che non cerca una soluzione semplice al dolore. “Good Grief” mette insieme lutti reali, esperienze intime e una scrittura capace di passare dalla ballata al pop, dal cabaret al folk senza trasformare ogni canzone in una confessione. Imparare a riconoscere ed interpretare le trasformazioni che, figlie delle perdite, sanno comunque insegnare qualcosa.

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Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

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