La sedimentazione. Lasciare alle cose il beneficio del tempo, per trovare il proprio posto nel mondo. Un processo intrapreso da Tabascomeno, che le ha permesso di presentarsi, oggi, con “Ricondito”, un disco da ascoltare con cura e attenzione. Ecco la nostra intervista.

Due anni a macerare, ad aspettare il suo momento. La fioritura di “Ricondito” (Dumba Dischi) scandisce il suono di una primavera rigogliosa per Tabascomeno, talentuosa cantautrice che fa dell’intimità la sua bandiera. Scopriamo da vicino questo progetto, che ne rappresenta appieno l’anima – non soltanto musicale – di una nuova voce che è pronta a ritagliarsi il suo spazio nella scena musicale di oggi.

Ricondito” è un titolo che rimanda al gesto del custodire più che a quello del nascondere. In che modo questo atto di protezione va a tradursi nella scrittura delle canzoni e soprattutto nella scelta di lasciarle maturare per anni, prima di consegnarle all’ascolto del pubblico?

Uno dei principi per me più importanti è quello della sedimentazione, un’immagine fisica che trovo potentissima. In senso scientifico è il processo attraverso cui le particelle solide, inizialmente sospese in un liquido, si separano e si depositano sul fondo per effetto di forze più grandi di noi (come la gravità o la forza centrifuga). Lo spiego in modo un po’ maccheronico (ho studiato storia dell’arte!), ma per me il punto è questo: le cose hanno bisogno di tempo per trovare il loro posto. Per anni ho osservato questa sorta di piccola scatola immaginaria che conteneva cristalli solidi, lasciandola lì, senza forzarla e facendo fluttuare il liquido presente in essa. Solo dopo molto tempo mi sono concessa di infilarci le mani.

All’inizio quelle canzoni erano come spine di cactus: minuscole ma fastidiose, capaci di infilarsi sotto la pelle e rendere difficile anche solo maneggiarle. Mi facevano male. Col tempo, però, ho imparato come toccarle e accarezzarle. Per togliere le spine dalle “pala ra ficarazza” esiste una procedura precisa, che mi ha insegnato mia nonna. Da lei ho imparato l’arte della pazienza e dell’attenzione. È grazie a questo sguardo che sono riuscita a maneggiare le mie canzoni con più cura, senza che mi ferissero. A un certo punto ho capito che quel materiale era pronto: aveva sedimentato abbastanza. Ed è stato allora che ho sentito che poteva finalmente risalire in superficie ed essere condiviso.

Il disco non nasce da un concept prestabilito, ma da una raccolta di sé lungo il fluire degli eventi. In un’epoca musicale che spesso chiede coerenza tematica immediata e riconoscibilità, posizionamento rapido, può essere questo inteso come un ulteriore atto di libertà artistica?

Forse sì ma non è stata una scelta strategica. In un contesto musicale che ha un mucchio di richieste io ho scelto di rispondere solo a un criterio: la coerenza con me stessa. Mi sono sempre sentita un corpo fuori asse rispetto ai flussi principali. Andare controcorrente è diventata una condizione. Se ci penso mi sento un po’ un salmone. Faccio fatica a aderire a regole che arrivano dall’esterno e che rischiano di semplificare o normalizzare ciò che nasce in modo più complesso. Difendere l’autenticità delle canzoni, senza compromessi, è stato un atto necessario prima ancora che una presa di posizione.

Non c’era un concept da rispettare, ma una raccolta di materiali vivi, che hanno chiesto tempo, spazio e libertà per esistere. In questo senso sì: è un atto di libertà artistica, perché non risponde a una richiesta del mercato, ma a una responsabilità verso le canzoni stesse e verso la realtà in cui ho scelto di farle vivere. Mi sento anche di voler sottolineare che l’album non è un insieme di canzoni ha caso, ha un suo fil rouge interno.

tabascomeno Ph Federico Durante 3
Tabascomeno

In “Intro CLXXI” l’album si apre su una fine, ispirata alla Chanson de Roland. Che ruolo ha per te l’idea di soglia, di limen, nel racconto musicale contemporaneo, soprattutto in una generazione come questa, che vive costantemente un po’ in uno stato di transizione?

Per me è un elemento fondamentale. Il limen, la soglia, è uno spazio che mi permette di stare in bilico senza la paura di cadere. È una condizione che sento profondamente mia ma che riconosco anche come generazionale. Viviamo in uno stato di transizione continua, dove le forme non sono mai definitive e l’idea di stabilità è sempre rimandata. Stare sulla soglia, osservarla con curiosità, mi aiuta a riconoscermi. È come trovarsi costantemente sul punto di scegliere se attraversare un confine immaginario che segna allo stesso tempo una fine e un inizio. È uno spazio fragile ma fertile, che dilata il processo invece di chiuderlo, e che permette alle trasformazioni di avvenire senza forzarle.

In questo senso mi immagino come una pallina di DAS, pronta a plasmarsi e a lasciarsi scolpire dalle situazioni che attraversa, senza la necessità di fissarsi in una forma unica o definitiva. Credo che questa apertura, questa disponibilità al cambiamento, racconti molto del nostro presente e del modo in cui una generazione intera si muove nel mondo. La cosa che mi fa sorridere è che Intro CLXXI in origine era nata come outro dell’album. È stato Simone a suggerirmi di spostarla all’inizio, trasformandola nell’apertura del disco. Ci è sembrato naturale far partire il racconto da una fine.

Tempo” viene invece definito un “manifesto di sopravvivenza”. Dicci di più rispetto a come la tua musica vada a dialogare con una percezione del tempo contemporanea sempre più compressa, produttiva e performativa, e in che maniera può diventare uno spazio di resistenza, artistica ed emotiva?

Per me è abbastanza semplice: credo che dovremmo disimparare l’idea di dover performare costantemente. Questa urgenza rende tutto artificiale, compreso il modo in cui viviamo il tempo. Mi piace pensare che la mia musica, e in particolare questo album, possa creare una sorta di squarcio temporale che si inserisce nel quotidiano e lo interrompe, anche solo per un momento. Uno spazio in cui il tempo smette di essere produttivo o misurabile e torna a essere vissuto.

Quando suono dal vivo, il mio desiderio più grande è che accada proprio questo: che chi ascolta possa farlo in modo attivo e consapevole, ritagliandosi uno spazio di tempo per interrogarsi, fermarsi, riflettere su di sé attraverso l’esperienza sonora. È qualcosa che succede anche a me: mentre suono perdo la percezione del tempo, come se si dilatasse, si aprisse e si lasciasse modellare liberamente nell’istante che sto vivendo. Un fortissimo hic et nunc.

“Echo” di Tabascomeno

Le radici calabresi attraversano il disco in maniera linguistica, simbolica e sensoriale. Che responsabilità senti nel portare un immaginario territoriale che non guarda al folklore, bensì all’intimità?

Fa sinceramente molta paura. Portare con me il mio dialetto è una responsabilità grande, perché significa rendere pubblico qualcosa di profondamente intimo. Anche perché il mio non è una lingua “pura”: è una contaminata da tutte le persone che ho incontrato nella vita. Si mescola naturalmente con il siciliano, anche per una questione geografica e storica: Reggio Calabria, come città portuale, ha sempre assorbito molto da Messina e dalla cultura siciliana. Alcune parole sono identiche e cambiano solo di una lettera. Detenere la conoscenza di qualcosa che non è completamente studiabile né codificabile, ma che si trasmette solo attraverso l’esperienza e l’ascolto, comporta una responsabilità enorme.

È un sapere che vive nel corpo, nella voce, nella memoria quotidiana, e che proprio per questo va maneggiato con attenzione. Credo in ogni caso che spesso si commetta l’errore di associare il dialetto al folklore, come se fosse un elemento decorativo o nostalgico. Per me il dialetto è tutt’altro: è la lingua che mia madre usava con me da bambina, soprattutto quando facevo le marachelle. È “Ninnareddu” — peraltro al maschile — il nome che mio nonno Bruno aveva dato a una grande cagnolona randagia del mio paese, al punto che per molto tempo ho pensato che “cane” si dicesse così.

cover RICONDITO
Copertina di “Ricondito” di Tabascomeno

È una lingua che continua a emergere anche quando parlo italiano: inserisco parole dialettali, le declino, spesso senza accorgermene, perché riescono a nominare sfumature e concetti che l’italiano non distingue con la stessa precisione. L’idea di riuscire a pensare in dialetto mi fa sentire speciale. È come se riuscissi sempre a vedere quello di cui sto parlando e le mie canzoni vivono soprattutto in un immaginario visivo ben preciso. Il dialetto è stra colmo di immagini, di movimento, di sentimento. Il dialetto suona di un ritmo che solo questa lingua detiene. Ho recentemente visto un video in cui Alessio Bondì spiega meravigliosamente il concetto.

Miti antichi come Icaro, Eco e Tiresia convivono con frammenti di vita quotidiana. Perché oggi la mitologia continua a essere uno strumento così efficace per raccontare fragilità, identità e desiderio di appartenenza?

Credo che i miti antichi continuino a essere così efficaci perché nascono da un bisogno profondamente umano di raccontarsi. Non spiegano il mondo in modo razionale: lo attraversano, lo sentono, e poi lo trasformano in storie capaci di parlare direttamente alle nostre fragilità. Dentro il mito i sentimenti non sono mai sfumati o ambigui: sono estremi, messi a nudo, riconoscibili. È per questo che funzionano ancora oggi. Se mai avessi una figlia o un figlio, credo che sarebbero le prime storie che vorrei raccontargli prima di dormire, perché contengono già tutto.

Più di qualsiasi fiaba o favola, il mito riesce a rendere in modo cristallino i sentimenti che attraversano l’essere umano nel suo confronto con il mondo. Icaro parla del desiderio e del rischio che comporta. Eco racconta la fatica di trovare una voce propria e la necessità di essere ascoltati. Tiresia, che “nulla vede e tutto sa”, è una figura che continuo a sentire molto vicina, difficile da spiegare a parole ma chiarissima sul piano emotivo.

Tabascomeno
Tabascomeno

La scelta di strumenti “talismanici” – dall’ocarina al clarinetto antico – restituisce una dimensione quasi artigianale del suono. Parlaci della ricerca che c’è stata dietro questo lavoro.

Quando ho conosciuto Simone Laurino, il mio produttore, il primo desiderio che gli ho espresso per questo album è stato quello di intraprendere una ricerca sonora profonda e mirata, capace di restituire con precisione gli ambienti evocati dai testi. Fin dall’inizio abbiamo vissuto la scelta degli strumenti come un processo quasi rituale. Non si trattava di selezionare suoni “particolari” o riconoscibili, ma di individuare strumenti in grado di attivare una memoria, un’energia, una presenza specifica all’interno dei brani, come se ogni timbro avesse un ruolo preciso nel dare corpo e respiro alle canzoni.

Per me il “timbro dei suoni” ha una funzione quasi talismanica: alcuni suoni esistono nella mia mente come immagini molto precise e portano con sé un immaginario emotivo e simbolico forte. Durante il lavoro sugli arrangiamenti questi strumenti sono emersi in dialogo diretto con i testi e con le atmosfere che raccontavo a Simone, come se fossero già inscritti nella materia delle canzoni. L’ocarina, il clarinetto, alternati ad altri suoni/rumori e altri strumenti non sono stati utilizzati per evocare un passato o un folklore, ma come oggetti sonori carichi di senso, capaci di creare ambienti e aprire spazi.

In questo senso il suono diventa gesto, pratica artigianale, quasi un atto di cura: ogni elemento entra nel brano perché necessario, perché contribuisce a costruire un luogo emotivo in cui la canzone può davvero esistere. (ci tengo inoltre a precisare che sono tutti suoni realmente eseguiti).

In brani come “Tre punti interrogativi” il dubbio non è una debolezza ma una postura esistenziale. Pensi che la musica possa ancora legittimare, oggi, l’incertezza, il “prendersi tempo”?

Deve farlo. Credo che attualmente sia un po’ il suo compito. Viviamo così tanto velocemente che anche investire del tempo per ascoltare un album sembra sia una questione troppo grande da delegare a una fetta della nostra giornata. Fare “qualcosa per noi” è uno spreco temporale. Che paura. Dare spazio allo svago sembra davvero gettar via delle opportunità importanti per portare a termine i compiti giornalieri.

Ricordo che, quando andai dalla mia terapeuta, la prima cosa che le dissi fu “io mi faccio troppe domande”. Ecco, diciamo che di base c’era l’esigenza di capire come gestire un po’ di cosine per me critiche (ride, ndr) però nelle ultime sedute con lei ho capito che il fatto di darmi lo spazio per essere curiosa mi abbia tantissimo salvato dall’immobilità e che mi ha fatto apprezzare molto di più un concetto bellissimo che è l’otium.

“17 maggio” di Tabascomeno

“Tavolo tondo” affonda nella memoria familiare e nella nostalgia di casa. Che valore ha per una giovane cantautrice come te, riportare al centro della propria narrazione musicale figure e gesti della sua sfera più intima? Qual è il processo che precede questo atto, che a qualcuno, magari, può far paura?

Esporsi è inevitabile quando si sceglie di raccontarsi. È qualcosa che fa parte della mia quotidianità: ho sempre sentito il bisogno di condividere ciò che vivo, di trasformare l’esperienza in racconto, adoro descrivere ai miei amici ciò che ho vissuto. Uno dei miei principi più forti è che nessuno possa ferirmi usando la mia storia contro di me, perché sono io a narrarla. Nel momento in cui me ne prendo la responsabilità, nessun altro può manipolarla o appropriarsene. Ovviamente ognuno ha i propri segreti, e anch’io li ho. Ma non sono gelosa dei miei racconti, perché sono parte di ciò che mi definisce.

Credo che non ci si possa davvero indagare se non si è disposti a conoscersi a fondo. È lì che sta la chiave: farsi domande significa cercare di capire chi si è, e solo attraverso un’analisi profonda si riesce a superare la paura di andare oltre sé stessi, attraversando quella soglia in modo autentico. Tornando anche al tema della performance, raccontarsi non significa indossare una maschera, ma imparare a stare dentro la propria storia per quello che è, abitandola con sincerità.

Credo sia questa la chiave: chi si fa domande cerca di capire chi è e solo grazie a una profonda analisi che si può superare la paura di andare oltre noi (ritorna, qui, la soglia e il limen) in modo autentico. Dobbiamo imparare a viverci esattamente come siamo senza sovrastrutture.

Sei una cantautrice che rivendica fragilità, lentezza e ascolto profondo. Che spazio vedi oggi per una musica che non urla, non semplifica e non cerca consenso immediato – la tua e non solo -, e quale ruolo può avere nel dibattito culturale contemporaneo?

Domanda insidiosa. Credo che la musica si stia un po’ evolvendo ultimamente, si sta nuovamente caricando di significato e mi sembra di vedere degli album pieni di contenuto (mi vengono in mente nomi come Nico Arezzo, Emma Nolde, gli Atlante, Bianco che hanno recentemente pubblicato musica masticabile da palati che vogliono ascoltare in profondità). Non so sinceramente come si fa ad emergere senza urlare, so solo che non sempre essere altisonante è la regola: immagino la musica che ha bisogno di un riascolto o, meglio, di una rilettura, potentemente risonante.

LEGGI ANCHE:

Ideatore e fondatore di 4quarti Magazine. Scrittore e giornalista salernitano iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Campania. A dicembre 2023 pubblica "Nudo", il suo primo libro. «Colleziono compulsivamente dischi e mi piace scrivere con la musica ad alto volume».

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *