Sotto al tappeto c’è tanto altro. Tanta musica “nascosta”, occultata ai grandi riflettori, eppure suona. Il 2025 se ne va e con esso un anno particolare per la musica, ma tra le ombre (lunghissime, di Laszlo De Simone) qualcosa da salvare c’è. Ecco dieci dischi da recuperare, nel caso vi fossero sfuggiti.
Dopo l’intuizione dello scorso anno, ci siamo ricascati (per citare un fortunato Achille Lauro d’epoca pandemica). Niente classifiche, niente top 10, 20, 30 di fine anno. Chart sempre appassionanti da seguire, con critiche talvolta intelligenti, capaci di aprire spaccature e conversazioni che trovano posto al tavolo dei cenoni, tra una domanda ingombrante del parente alticcio e un controverso dibattito di natura geopolitica. Eppure niente chart, bensì una lista, un piccolo carosello di canzoni, di dischi più che altro, che magari nel marasma incontrollato che la discografia è ormai diventata, potrebbe essere sfuggito ai vostri occhi e alle vostre orecchie. Che peccato!
Non troverete l’ottima affermazione di Andrea Laszlo De Simone, né quella altrettanto convincente di Tropico. Non ci sarà l’atteso e riuscito ritorno de I Cani, né l’apprezzato comeback de The Zen Circus. Neanche altri ottimi dischi che hanno avuto modo di splendere e ritagliarsi il loro posto al sole, come le proposte di Ele A, La Niña e del producer Golden Years, che hanno arricchito la musica italiana del mainstream con progetti interessanti, chiamati a resistere certamente alla prova del tempo, ma con basi solide e ben ragionate. In questa lista, semplicemente, ci saranno le “sviste”, le vittime della distrazione. Mettiamola così.
Certo è che è stata un’annata sicuramente particolare, questa del 2025 per la musica del Belpaese. In un discorso discografico mai così variegato e al tempo stesso concentrato (forse troppo) in cui tutto si misura con tutto, in cui i generi si mischiano tra loro – nascondendo una sostanziale confusione sotto una patina di presuntuosa sperimentazione – proviamo a fare ordine “spiando” tra ciò che rimane inavvertitamente fuori dalle correnti dello streaming, dei grandi riflettori, del chiacchiericcio del pubblico generalista. Cosa vogliamo salvare e portare con noi nel 2026? Sedetevi comodi, alzate il volume e cominciamo ad ascoltare.
Dutch Nazari – “Guarda le luci, amore mio“

Cominciamo questa carrellata con Guarda le luci, amore mio: Dutch Nazari firma ancora una volta un lavoro di spiccata coerenza interna, che conferma la sua attitudine ad abitare una terra di mezzo sempre più personale: quella in cui la canzone d’autore dialoga con il rap senza mai piegarsi a formule di genere, spostandosi tra canzoni come in un diario civile e sentimentale, attraversato da una scrittura che osserva il presente con lucidità, evitando l’indulgenza nostalgica. Un’opera in cui Dutch Nazari espone pensieri e contraddizioni come merci sugli scaffali del quotidiano, mettendo in scena il cortocircuito tra intimità e consumo, tra desiderio di senso e sovraesposizione permanente.
Undici tracce, pubblicate per Woodworm, sostanziose e universali, vivide e attraversabili: insomma, umane. I featuring con Willie Peyote e Levante si inseriscono come voci funzionali al racconto più che come semplici innesti di richiamo. La chiusura affidata a “Von Der Leyen (Freestyle)” restituisce il senso ultimo del progetto: uno sguardo che intende osservare il mondo da una fessura, con onestà e responsabilità, impegnandosi a restare presenti dentro il crollo, stringendosi – se possibile – a ciò che ancora illumina.
Gaia Banfi – “La Maccaia“

Chi ha stupito in questo 2025, firmando un esordio ben distinguibile per densità poetica e consapevolezza, è stata la cantautrice Gaia Banfi, che con quest’opera prima s’è posta fuori dalle semplificazioni che spesso attraversano il pop d’autore contemporaneo, procedendo alla lavorazione di questo disco per sottrazione e stratificazione insieme, come una nebbia che invece di occultare costringe a guardare più a fondo. Sette brani pensati come visioni autonome e interconnesse, in cui la scrittura s’affida a immagini e simbolismi.
Centrale è il riferimento a Genova, mai cartolina bensì dichiarazione identitaria, che si trasforma in spazio mentale, luogo emotivo in cui memoria e presente dialogano senza risolversi. La forza dell’album risiede proprio in questa tensione, utilizzando un linguaggio che richiede attenzione, restituendo all’ascolto una dimensione lenta, quasi rituale. Una maturità sorprendente per un’opera prima (edita da Trovarobato), che lascia dietro sé meraviglia specialmente per gli arrangiamenti delle canzoni, raffinati e rarefatti, capaci di accompagnare la voce dell’artista in tutta la sua controllata fragilità. Decisamente un gran bel disco.
Guido Maria Grillo – “Senza fine“

È un’opera densa e viscerale Senza fine, che ci ha consegnato un Guido Maria Grillo protagonista di uno dei dischi più interessanti dell’anno, con tutte le sue curve sinuose e movenze eleganti e naturali lungo il confine poroso tra world music e tradizione cantautorale italiana. Il disco respira di una materia antica e teatrale, in cui il dialetto partenopeo non è ornamento identitario – da sottolineare, visto l’utilizzo spropositato e fuori contesto che ormai se ne fa nel mainstream e non solo – ma strumento emotivo, capace di scavare dove l’italiano talvolta arretra.
La vocalità di Grillo, intensa e controllata, attraversa i brani come un corpo in scena, sostenuta da arrangiamenti mediterranei che guardano a Sud e a Oriente, costruendo un tessuto sonoro coerente e carico di pathos. Fin dalle prime tracce emerge una scrittura che non teme il dolore, che viene invece raccolto con raffinatezza, trasformandolo in racconto universale di perdita, attesa e amore irrisolto. Nel corso delle dieci canzoni che ne formano la tracklist, Senza fine mantiene una tensione emotiva costante, pur concedendosi momenti di maggiore apertura e dialogo, come accade nella collaborazione con Cristiano Godano. La chiusura affidata a “Lettera a un figlio” è un colpo trattenuto e devastante insieme, che suggella un lavoro che rimane addosso anche dopo l’ultimo ascolto.
Belize – “Phantom favola“

Un bellissimo ritorno, quello dei Belize. La formazione, con Phantom favola, è tornata a raccontare il tempo che passa senza alzare la voce, affidandosi a una scrittura mossa per immagini, ricordi e traiettorie emotive. Un road movie intimo in cui l’adolescenza e ciò che ne resta diventano materia narrativa da osservare con tenerezza e disincanto insieme. Il Phantom Malaguti evocato è un veicolo di un attraversamento: quello di legami familiari, amori incompiuti e amicizie sospese, restituiti con una lingua musicale che rielabora l’alternative rock e la new wave.
È la sua tessitura sonora il punto di forza maggiore di questo lavoro. Se talvolta la narrazione rischia di restare sospesa in una dimensione volutamente evanescente, è proprio questa scelta a definire l’identità del progetto. Le collaborazioni si inseriscono con misura, arricchendo il quadro senza intaccarne l’unità, mentre il lavoro sulle chitarre e sulle dinamiche conferma un gusto raro nel panorama alternativo italiano attuale.
Marianne Mirage – “Teatro“

Guai a dimenticare Teatro, l’ultimo progetto di Marianne Mirage, uno dei talenti più luminosi della scena cantautorale femminile italiana. Un disco capace di coniugare introspezione emotiva e cura compositiva con estrema spontaneità. Pubblicato all’inizio del 2025, l’opera si muove su un terreno di rara sensibilità, dove ogni brano diventa un piccolo teatro di emozioni, intrecciando esperienze personali, riflessioni universali e simbolismi colti, dal vento di Tramontana all’iride come ponte tra corpo e cosmo.
La scrittura di Marianne Mirage, insieme agli arrangiamenti essenziali ma ricchi di sfumature firmati da Marquis, valorizza la sua voce sensuale e pervasiva, rendendo ogni traccia un esercizio di empatia e introspezione che non scade mai nella retorica. Un Teatro che mostra un equilibrio notevole tra pop, indie e sfumature alternative, senza mai perdere in coerenza. Un disco che s’appoggia anche su liriche interessanti, come in Due anime, traccia che conferma l’abilità dell’artista di narrare temi complessi – come la sessualità vissuta come esperienza mistica – con delicatezza e profondità.
Anastasio – “Le macchine non possono pregare“

Con Le macchine non possono pregare Anastasio ha compiuto un ritorno al sapor di rifondazione. Un’opera compatta, narrativa, attraversata da un’urgenza espressiva che rifiuta le scorciatoie del mero formato discografico per abbracciare una visione più ampia e ambiziosa. Fin dall’apertura affidata a “La mosca”, il flusso verbale dell’artista si impone con una tensione quasi teatrale, sostenuta da un impianto sonoro essenziale ma incisivo, che accompagna l’ascoltatore dentro un racconto stratificato. L’artista torna a intrecciare rap e scrittura d’autore, mettendo al centro una riflessione sull’identità, sulla solitudine e sul rapporto sempre più opaco tra l’uomo e le sue creazioni tecnologiche.
Pubblicato per Woodworm, l’album assume i contorni di una moderna epopea cyberpunk, in cui l’immaginario distopico diventa strumento per parlare del presente più che fuga da esso. La scelta di dilatare i tempi, di concedersi brani complessi e talvolta spigolosi, può richiedere un ascolto attento e paziente, ma restituisce in cambio una profondità rara nel panorama attuale. Una diapositiva coerente e sincera, sorretta da una libertà creativa finalmente riconquistata.
Romina Falconi – “Rottincuore“

Il cantautorato può essere ancora pop? Sì. Il pop può ancora raccontare storie autentiche, di contenuto e non banali? Sì. E questo stesso pop può suonare ancora accessibile senza rifarsi per forza di cose a metriche contratte, strutture complesse e modelli d’oltreoceano? Ancora sì, e per avvalorare queste nostre risposte, il suggerimento d’ascolto va a Rottincuore di Romina Falconi, terzo capitolo discografico nella carriera della cantautrice romana, che con quest’opera – sicuramente ambiziosa, uscita insieme a diverse pubblicazioni editoriali e addirittura ad un disco-film – testimonia come si possa raccontare traumi devastanti con l’arma di un pop delizioso e… normale.
Un album in cui di cuore ce n’è tanto, rotto o integro che sia. Qui l’artista, che non è nuova al racconto di sensazioni e scorci di vita quotidiana che non sempre troverebbero posto in una forma-canzone, mette in piedi un disco in più atti, tanti quanto le canzoni della tracklist. Un esperimento, firmato Freak&Chic, riuscito, grazie anche all’apporto di un Roberto Casalino in splendida forma su “Incendio doloroso“, tra le tracce maggiormente distintive di un album che ci fa tornare la fiducia in un pop d’altri tempi.
Danielle – “Tu, noi e altre storie“

In Tu, noi e altre storie – prima prova dopo l’esperienza ad X Factor – Danielle prende il dolore, lo scompone e lo ricompone in tracce che respirano e tremano insieme a chi ascolta. L’album non racconta soltanto una storia d’addio o di abbandono, ma un percorso di rinascita, di coscienza emotiva, in cui ogni nota sembra vibrare della stessa fragilità e lucidità che la voce dell’artista trasmette. Innamorati persi, con la sua tensione sospesa tra attesa e resa, diventa un piccolo teatro di sentimenti, e ogni canzone appare come un diario in cui il passato e il presente si sfiorano.
Un progetto in equilibrio tra nostalgia e modernità. Le atmosfere anni Ottanta – sintetizzatori e riverberi – si intrecciano con chitarre e arrangiamenti artigianali, suonati perlopiù dallo stesso Danielle, dando al disco una sensazione di immediatezza e autenticità. C’è spazio per la sperimentazione e per l’imperfezione, che conferiscono carattere e umanità al progetto.
Angela Baraldi – “3021“

Passiamo poi a 3021, in cui Angela Baraldi costruisce un piccolo universo in cui la dimensione umana e quella cosmica dialogano, senza che l’una sminuisca l’altra. Otto tracce che oscillano tra introspezione e immaginazione, in cui il rock più tradizionale si mescola a esplorazioni sonore ariose, sintetizzatori discreti e arrangiamenti calibrati. La title track, con il suo rimando a Chico Buarque, apre le porte a un disco che alterna la concretezza dei sentimenti – come in Corvi, ardita e visceralmente adolescenziale – alla contemplazione poetica dello spazio e della città, con Bellezza dov’è che celebra la magnificenza caotica di Roma.
Il pregio maggiore di 3021 sta nella capacità dell’artista di far convivere leggerezza e profondità, poesia e rock, introspezione e fantasia. Dalla delicatezza sospesa di Preghiera della sera al piglio dadaista di Cuore elettrico, passando per il rituale silenzioso de La vestizione, ogni brano trova spazio per respirare. L’album si muove con equilibrio tra immediatezza e complessità, e il suo respiro è quello di un’artista consapevole della propria storia, che sceglie la semplicità come ponte verso l’ascoltatore, pur mantenendo un rigore compositivo che rende 3021 un lavoro maturo e resistente.
Joan Thiele – “Joanita“

Tra tutti, forse la scelta più “pop” della nostra lista. Un disco che da più parti, specialmente dalla critica di settore, ha riscosso un plauso quasi del tutto unanime, ma non potrebbe essere altrimenti: Joanita segna un passo decisivo nella carriera di Joan Thiele. Quattordici brani, quattordici storie che respirano autenticità. L’album è il risultato di anni di lavoro e di introspezione, un disco costruito con lentezza e attenzione ai dettagli. La voce della cantautrice è al centro: sensuale, intensa, capace di trasmettere fragilità e forza allo stesso tempo.
Gli arrangiamenti, ricchi ma mai sovraccarichi, alternano strumenti concreti ed elettronica con equilibrio, restituendo a ogni brano autonomia e coerenza. Eco, portata a Sanremo, è l’emblema di questo equilibrio: una ballad cinematografica che fonde melodia, testo e sentimento in una veste naturale e trasparente.
Ciò che sorprende è la libertà dei singoli brani senza perdere coesione. Ogni canzone cammina da sola, ma contribuisce a un discorso più ampio sull’introspezione e la crescita personale. La collaborazione con Frah Quintale in Occhi da gangster dimostra sensibilità e misura. Un disco costruito come un’esperienza a 360°, un viaggio tra emozioni e immagini cinematografiche, una dimostrazione di come la musica italiana possa ancora sorprendere e durare oltre le logiche immediate del mercato.




